L’economia a somma zero

08/02/2006
    marted� 7 febbraio 2006

    Pagina 9 – CAPITALE/LAVORO

      L’economia a somma zero

        Rapporto Ires-Cgil: chi guadagna e chi perde nella lunga stagnazione italiana
        Meno 200mila Occupazione in calo: l’aumento statistico � un’illusione ottica, frutto della sanatoria degli stranieri

          ROBERTA CARLINI

            Marcia indietro per l’industria; crescita zero per l’economia; falso movimento per l’occupazione. I numeri sull’Italia diffusi ieri dal Rapporto congiunturale dell’Ires, il centro studi della Cgil, hanno la tempestivit� di un bilancio di fine legislatura, aprendo metaforicamente la settimana che si chiuder� con lo scioglimento delle camere. Leggendo dati gi� noti – quelli della produzione industriale, del Pil, dell’inflazione – ed elaborando numeri altrimenti criptici, come quelli dell’occupazione, la ricerca dell’Ires, curata da Aldo Carra, certifica lo stato della malattia italiana: declino industriale, economia ferma. L’anno appena trascorso, si legge nel Rapporto, si � chiuso con un tondo zero: quello della variazione del prodotto interno lordo, che � rimasto sostanzialmente fermo. Si tratta di una stagnazione lunghissima, dice l’Ires, che data almeno dal 2001 e che mette l’Italia in posizione anomala sia rispetto alla ripresa americana che riguardo alla pi� debole – ma pur presente – �ripresina� europea. Un fenomeno allarmante, non perch� la decrescita sia in s� una tragedia – scrive l’Ires citando le teorie pi� avanzate in proposito – ma perch� questa �non crescita�, lungi dal preservare patrimonio pubblico, lo dissipa; non � una scelta consapevole, frutto di una politica sostenibile, ma deriva tutta dai problemi di quello che, sia pur ridotto in peso percentuale, resta dovunque il motore dell’economia: il settore della produzione industriale, senza il cui avvio anche gli altri sono destinati a stare fermi. Da noi la produzione industriale � in costante calo da cinque anni, con una crisi manifestatasi a ogni livello ma in particolare nella grande industria, dove dal 2002 al 2005 gli occupati sono crollati dell’8,4%.

              Quanto ai settori, sono in calo – in termini di produzione – quasi tutti: dal 2000 al 2005 hanno perso colpi settori tradizionali come il tessile e le calzature (rispettivamente meno 18,7 e meno 33,6%) ma anche gli apparecchi elettronici e di precisione (meno 29,3%); i mezzi di trasporto (meno 21,9%) e la gomma e plastica (meno 10%). In controtendenza, le cosiddette �utilities� dei monopoli ex-pubblici (energia elettrica, gas e acqua: pi� 11,2%), le raffinerie di petrolio (pi� 9,4%), l’estrazione di minerali (pi� 16,9%). Non proprio settori leggeri e innovativi, insomma (a questi va aggiunto un sorprendente pi� 5,6% dell’industria di carta, stampa ed editoria: frutto della trasformazione dei giornali in veicoli di vendita di altri prodotti stampati). Il fatto che mentre la produzione scende i profitti spesso salgano, scrive l’Ires Cgil, dovrebbe far riflettere: �la crisi non colpisce tutti nella stessa misura�, e in particolare non colpisce �i settori protetti� dalla concorrenza nei quali i capitalisti italiani si sono rifugiati.

                Ma in questi anni non abbiamo assistito solo al lento declino dell’industria italiana; abbiamo anche assistito a una potente redistribuzione del reddito e della ricchezza. La riduzione dell’inflazione � da attribuirsi pi� alla crisi dei consumi che a comportamenti virtuosi da parte di chi fa i prezzi; e i �premiati� dall’ultima fase sono proprio coloro che fanno i prezzi, imprenditori, liberi professionisti e altri autonomi, i cui redditi, i cui consumi e la cui ricchezza mostrano un andamento positivo. L’Ires Cgil cita i dati dell’ultima indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia, dalla quale emergono guadagni di ricchezza per gli autonomi che arrivano ad aumenti del 50% in quattro anni, laddove quelli degli operai e degli impiegati sono sotto il 10%.

                  Infine, il Rapporto congiunturale dell’Ires rif� i conti del lavoro, cercando di rispondere alla domanda: come mai, se l’economia � cos� in crisi, l’occupazione aumenta? La risposta intuitiva data da tempo dalla stessa Ires e da altri istituti legava l’andamento dei numeri del lavoro all’emersione ufficiale del lavoro clandestino degli immigrati, regolarizzati con la sanatoria contestuale alla Bossi-Fini. Adesso � possibili fare un bilancio preciso dell’accaduto: il numero degli stranieri che si sono regolarizzati � di 642.000, l’aumento dell’occupazione � di 465.000 unit�. Dunque, si � avuta di fatto una riduzione dell’occupazione: gli oltre 600mila stranieri che hanno regolarizzato la loro posizione infatti lavoravano gi�, solo che non potevano risultare all’indagine Istat sulle forze di lavoro, che per definizione � fatta sui �residenti�. In realt�, conclude l’Ires-Cgil, il dato sintetito a cui guardare per capire l’andamento dell’occupazione � il tasso di attivit�, ossia la percentuale di popolazione in et� attiva che lavora o cerca lavoro, rispetto alla popolazione in et� lavorativa totale. Questo indice ha toccato il record negativo alla fine del 2005, si mantiene lontano dagli obiettivi dati dall’Europa nella strategia di Lisbona e – dato pi� allarmante – riflette �l’effetto scoraggiamento�: la rinuncia a cercare lavoro, derivante dalla caduta di aspettative sulla possibilit� di ottenere un lavoro soddisfacente, che colpisce soprattutto le donne e al Sud.