Le voci dell’Unità

21/03/2002


1) Rosy Bindi
2) Gian Carlo Caselli
3) Paolo Flores D’Arcais
4) Dario Fo
5) Federico Orlando
6) Gianni Vattimo
7) Enzo Siciliano
8) Moni Ovadia
9) Don Luigi Ciotti
10) Nicola Tranfaglia
11) Francesco Pardi

Chi non ha protetto quell’uomo di frontiera?
di 
Rosy Bindi

Il sacrificio di Marco Biagi riapre una ferita dolorosa e gravissima nel corpo vivo della società italiana. Un assassinio brutale e spietato che lascia sgomenti per le analogie con altri tragici e terribili momenti.
Ancora una volta, si colpisce una personalità libera e di frontiera, un uomo di mediazione e di dialogo. Era accaduto così con Aldo Moro, che cercava l’incontro tra le culture più avanzate del riformismo politico del paese, con Vittorio Bachelet, trucidato all’indomani della ritrovata unità del CSM, con Roberto Ruffilli impegnato nel dialogo sulle riforme istituzionali. Ed è accaduto così per Ezio Tarantelli, Massimo D’Antona, Marco Biagi, studiosi che al servizio delle istituzioni si erano spesi sui temi del lavoro, della democrazia, dello sviluppo.
Il terrorismo svela così la sua logica barbarica: eliminare dalla scena coloro che, anche se in ruoli poco appariscenti, si operano a superare le lacerazioni.
Nessuna giustificazione, nessuna scusante, nessun alibi può essere offerto al terrorismo, mai e in nessun caso. Il rifiuto del terrorismo è si è radicato in questi anni come un sentimento forte e collettivo. Su questa consapevolezza possiamo fare affidamento per non cedere alla paura e all’inquietudine, per rinvigorire la coscienza e l’amore per la democrazia degli italiani.
Per questo si deve con grande serenità, e altrettanta fermezza, respingere al mittente giudizi del tutto fuori luogo, come quelli del Presidente Berlusconi. Non vorrei, infatti, che il primo amaro frutto di questo assassinio fosse l’equazione: chi manifesta e scende in piazza per difendere i propri diritti alimenta il clima di odio.
Noi non attribuiamo responsabilità, non indichiamo mandanti più o meno occulti, né vogliamo che il Governo ritiri la delega sul lavoro perché è stato ucciso un uomo. Al tempo stesso pretendiamo che la maggioranza e il Governo rispettino il dissenso, pacifico e sereno, che si è dispiegato in queste settimane. Da questo punto di vista è un segnale positivo l’annuncio della manifestazione dei sindacati e la conferma dell’iniziativa di sabato prossimo. Un appuntamento che deve diventare la risposta unitaria di tutto il movimento sindacale e di tutti i cittadini uniti contro il terrorismo e per la democrazia.
Faremo tesoro del sacrificio di Marco Biagi, se sapremo costruire, intorno ai valori della convivenza, della solidarietà, della libertà, l’unità più profonda del paese.
Ma proprio perché noi non identifichiamo le cause del conflitto sociale con il terrorismo, ci auguriamo che l’emergenza democratica induca le parti sociali a tornare al tavolo del confronto. Chiediamo al Governo se è disposto a farsi un’idea nuova, a riprendere concertazione senza diktat e senza esclusioni pregiudiziali. E avviare così una stagione di autentico riformismo.
Un ultima osservazione. In queste ore prevale, in tutti noi, la partecipazione commossa al dolore dei familiari, il ricordo di Biagi, la ferma condanna del terrorismo. E’ doveroso e giusto che sia così. Ma al più presto il Governo dovrà fornire una spiegazione sul rapporto dei servizi segreti: ora c’è un fatto, terribile e sconvolgente, a cui dare una risposta seria. Perché: o non si avevano elementi certi o si ammette che non si è stati in grado di proteggere una vita ripetutamente minacciata. Altrimenti è legittimo interrogarsi sul tempismo con cui si è reso noto l’identikit di chi poi si è rivelata un’altra innocente vittima del terrorismo.


È con la democrazia che si batte il terrorismo
di Gian Carlo Caselli

Mi sono occupato di inchieste per fatti di terrorismo durante una decina d’anni (dal sequestro Sossi del 1974, fino ai primi anni Ottanta). Ai «successi» iniziali (culminati nell’arresto di quasi tutti i capi storici delle Brigate Rosse) seguì un lungo periodo durante il quale non si riusciva ad aprire alcuna crepa nella compattezza delle bande armate operanti in Italia (in particolare le Br, frattanto riorganizzatesi, e Prima Linea). Le certosine attività investigative di Carabinieri e Poliziotti altamente specializzati, motivati e capaci, si perdeva nel labirinto delle mille possibilità di mimetizzazione che offre ogni grande città. Alla fine però tutti questi sforzi furono premiati e si riuscì (anche sviluppando con intelligenza la collaborazione di vari «pentiti») a venire a capo del dramma rappresentato da gruppi di esaltati che con il loro fanatismo ideologico cercano di coprire la viltà di delitti feroci contro persone indifese, individuate come simboli da abbattere.
Di decisivo supporto, per l’azione delle forze dell’ordine e della magistratura, fu il coinvolgimento dell’opinione pubblica nella riflessione sulla realtà della violenza terroristica, sull’arretramento – in termini di civiltà e diritti – che la pratica della lotta armata inesorabilmente stava causando, quali che fossero i proclami dispensati, con arrogante protervia, da questa o quella «risoluzione strategica». In particolare, le centinaia e centinaia di assemblee nelle fabbriche, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle sedi dei partiti e dei sindacati organizzate a sostegno delle forze dell’ordine e della magistratura, in difesa della legalità e della giustizia, segnarono un crescente – sempre più evidente – isolamento politico dei terroristi. Che alla fine dovettero constatare di non essere l’avanguardia di nessuno, e di essere invece prigionieri di una autoreferenzialità assai simile ad un corto circuito. In altre parole, al terrorismo – nemico mortale della democrazia – si opposero proprio gli strumenti più forti della stessa democrazia (il diritto di riunione e di libera manifestazione del pensiero), coi risultati che furono determinanti per mettere in crisi i terroristi e facilitare nel contempo il contrasto investigativo giudiziario delle loro organizzazioni. La prova di tutto questo (se di prova, mancando la memoria, vi fosse bisogno) sta nei resoconti – veri e propri «verbali» – delle assemblee che i terroristi redigevano con burocratica diligenza, e che poi custodivano nei loro «covi». Tanta ansiosa attenzione significava, appunto, che proprio la mobilitazione dei cittadini costituiva per i terroristi un gravissimo problema: l’inizio della loro fine politica, a causa del venir meno della speranza che la propaganda armata potesse fare ancora proseliti.
È per tutti questi motivi che sarebbe suicida – oggi – non solo dividersi su questioni che richiedono il massimo possibile di unità (ci si può dividere su tutto, meno che su mafia e terrorismo, che minacciano valori comuni, fondamentali per la civile convivenza di tutti), ma anche non insistere con il pacifico e civile ricorso a tutti i mezzi che il sistema democratico offre all’impegno politico e sociale. Silenzio e disimpegno sono la morte della democrazia. E la vittoria del terrorismo.



È un attacco a chi vuole manifestare
di 
Paolo Flores D’Arcais

Il terrorismo è nemico delle libertà e dei lavoratori. Sempre. Il terrorismo vuole costringere al silenzio chi ha argomenti per criticare il potere: o le armi o nulla.
Perciò, chi vuole limitare il diritto alla critica, chi vuole intimidire il dissenso, chi vuole criminalizzare la disobbedienza civile, fa precisamente il gioco del terrorismo.
Un terrorismo che uccide a quattro giorni dalla più grande manifestazione di lavoratori di tutta la storia dell’Italia repubblicana, vuole colpire proprio questa lotta, colpire la Cgil, colpire il diritto stesso di manifestare la propria opposizione, colpire i movimenti spontanei per la democrazia (palavobis, girotondi, fiaccolate) che sabato saranno in piazza col sindacato, per affermare pacificamente e con intransigenza che «un’altra Italia è possibile». Non domani, già ora.
«Il senso della responsabilità impone a tutti di interrompere la catena dell’odio e della menzogna», ha dichiarato il presidente del Consiglio. Dovrebbe prendersi in parola. Evidentemente parlava di chi ha accostato Goebbels al Palavobis. Evidentemente parlava ai suoi (o forse a se stesso) visto che solo dalla sua parte politica sono venuti in queste settimane odio e menzogna.
Semina odio e menzogna, infatti, e dunque favorisce il terrorismo, proprio chi allude anche alla più lontana e indiretta parentela fra il terrorismo omicida e i cittadini che pacificamente si riuniscono per chiedere legalità (spesso con le stesse parole usate in tutta Europa dalla grande stampa di destra).
E invece queste ignobili e farneticanti allusioni sono state di nuovo pronunciate. Eppure, a ridurre le scorte, in nome di una indecente demagogia, sono stati i girotondi o il governo Berlusconi?



La fuga di Voltaire e la colpa di farsi sentire
di 
Dario Fo

Voltaire non era più gradito nella sua patria, nella sua città, nella sua casa. Fuggendo era riparato in Germania. Pativa perché non poteva usare più la sua lingua perché aveva salvato la vita per miracolo, perché viveva in un luogo sconosciuto e lontano.
Ma che cosa ho fatto, di che cosa posso essere colpevole? Si chiedeva continuamente in quei lunghi spazi vuoti di tempo. Che cosa posso avere commesso per essere inseguito da una simile ingiunzione all’esilio?
D’un tratto tutto fu chiaro, è come se un lampo gli si fosse aperto nella mente. «So qual è la ragione, – disse Voltaire a se stesso nel silenzio dell’esilio -. So qual è la ragione dell’isolamento, della minaccia, della fuga. La ragione è che ho parlato, ho espresso ad alta voce pubblicamente i miei pensieri».
Questo non ti perdonano. Non importa neppure quello che dici. Non è che stanno tanto ad ascoltarti. La cosa importante è farti tacere. Altrimenti sei tu il colpevole. Colpevole di avere parlato, coinvolto altri nelle tue idee.
È proprio ciò che è accaduto in Italia in poche settimane: all’improvviso un bel po’ di opinione pubblica si è svegliata, un bel po’ di gente è scesa nelle strade, un bel po’ di voci si sono fatte sentire.
La sinistra si sveglia e invece di mostrarsi ingrugnata e arrabbiata per il lungo silenzio, si ritrova insieme attiva, gioiosa, con una gran voglia di parlare, comunicare, incontrare, ascoltare, farsi sentire.
In un primo momento qualcuno storce il naso e commenta: adesso si rivoltano contro i loro leader e ci sarà lo spettacolo di una bella spaccatura, ci sarà da ridere.
Un po’ è stato così all’inizio ma la voglia di ricominciare era troppa e si sono visti in strada, quelli di sinistra, prima a decine di migliaia (vi ricordate al Palavobis?) e poi centinaia di migliaia come a Piazza San Giovanni a Roma, e ascoltano i loro leader ma anche si fanno ascoltare.
Non hanno tanta voglia di non esistere.
Inaspettatamente – intanto- si uniscono i sindacati.
Prima trattano e parlano poi decidono insieme ed erano secoli che non succedeva. Adesso sono lì, decisi, tranquilli, inflessibili. Provano a dividerli ne allettano qualcuno, minacciano altri ma non funziona. Allora dicono che la loro colpa, la nostra colpa è di esserci e di parlare e dicono tacete!
L’altra sera hanno ucciso un professore, uno specialista conosciuto e stimato da altri specialisti.
Uno a cui avevano tolto la scorta (come al commissario Luigi Calabresi, ricordate?) Adesso dicono che lo hanno ucciso coloro che parlano, coloro che si fanno sentire alla luce del sole, quelli del Palavobis, dei palazzi di Giustizia di Roma, di Milano, di Napoli, sono loro che eccitano gli animi, quelli dei cortei di professori con i cartelli in latino di Torino e Firenze.
Quindi eccoci di nuovo a Voltaire: il colpevole è chi usa la parola, chi esprime ad alta voce le proprie idee, chi parla è il vero colpevole di ogni delitto.



Difendere la libertà di pensiero
di Federico Orlando

Fino alla sera del 19 marzo, il tiro preferenziale del governo e della destra era sui magistrati. Se inquisivano la nomenklatura, erano «toghe rosse». Se la giudicavano colpevole, emettevano «condanne senza prove». Se scoprivano collegamenti malavitosi, facevano una «guerra civile». Tutti erano «comunisti», infiltratisi negli apparati giudiziari per distruggere «un’intera classe politica di democratici amici dell’Occidente».
Questo il linguaggio del presidente del Consiglio fino alle rivoltellate di Bologna. Da quarantott’ore c’è un’integrazione. Riguarda il mondo della comunicazione, i giornalisti, gli intellettuali, quelli che le livree di Arcore chiamano gli «indignati». Guai a noi: se scriviamo che toccare l’articolo 18 in mancanza di ammortizzatori sociali significa accrescere non l’occupazione ma i licenziamenti; e se poi qualche terrorista (rimasto negli anfratti della società come certi virus dopo l’epidemia) spara a studiosi-consiglieri del governo, ecco che la colpa è nostra, di intellettuali, giornalisti, sindacalisti, politici d’opposizione che hanno espresso critiche al governo.
«È l’odio – ha scritto di suo pugno Berlusconi – che nutre la mano degli assassini. Il senso di responsabilità impone a tutti di interrompere la catena dell’odio e della menzogna, perché è di questo che si nutre l’inumana ideologia che muove gli assassini… Bisogna smetterla di considerare nemici gli avversari».
Davvero? Gli ci sono voluti dieci anni e il cadavere di un collaboratore per far dire a Berlusconi che lo schema nazista «amico-nemico», così diffuso nella cultura della destra, non è propriamente liberale. È, piuttosto, la naturale ideologia di chi è convinto che i giornali si debbano fare con la clava e non col fioretto (non era questo che rimproverava a Montanelli quando decise di cacciarlo?); e che la politica si faccia attribuendo all’avversario i connotati del nemico, affinché sia più facile odiarlo (non è per questo che il premier definisce «comunista» chi gli si oppone?).
Ci sono dunque, dalla tragica sera del 19 marzo, due motivi in più perché le categorie della comunicazione, dentro e fuori l’associazione «Articolo 21», stiano a Roma il 23 marzo con tutto il popolo italiano: 1) dire ancora e sempre no al terrorismo (che da Moro a Tobagi, a Ruffilli, a Rossa, a Tarantelli, a D’Antona, all’amico della “Margherita” Marco Biagi, spara sempre in una direzione);
2) dire no a Berlusconi e D’Amato, convinti entrambi che esercitare il diritto dell’articolo 21 della Costituzione, e cioè esprimere liberamente il proprio pensiero con ogni mezzo, equivalga a dire «menzogne» e ad armare l’animo dei terroristi. (Mussolini non ci aveva pensato: se avesse inventato queste equivalenze, si sarebbe risparmiato le leggi del 3 gennaio, che gli meritarono fama di liberticida).
Saremo in piazza il 23, come cittadini e come professionisti, perché l’informazione resisterà, pur nei limiti imposti dal duopolio monopolizzato e dall’autocensura, solo unendo la sua libertà all’indipendenza della magistratura, al primato del lavoro «fondamento della Repubblica». Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, articolo 21 della Costituzione, articolo 101 («i magistrati sono soggetti soltanto alla legge»), "simul stabunt aut sumul cadent". E se cadono i tre pilastri, cade la Repubblica democratica. Perciò, quella che nelle decisioni della Cgil era nata come la manifestazione dei lavoratori per i diritti, diventa la mobilitazione del popolo per la Costituzione e la Repubblica.



Questa destra intimidatoria abbassi i toni dello scontro
di 
Gianni Vattimo

Sono uno degli "intellettuali degli stivali" – come ci chiama con elegante espressione alla Starace il civilissimo Paolo Guzzanti (riferito con commosso entusiasmo da Bordin su Radio Radicale) – che sono andati all’Odéon a "vomitare" (sempre Guzzanti) orrendi insulti sul governo italiano e il suo conducator. Sono dunque uno dei responsabili della campagna di odio che ha armato la mano degli ignoti (e assai tempestivi) assassini di Marco Biagi. Sono uno che, appunto, da sotto gli stivali di Guzzanti dovrebbe abbassare i toni, lasciarsi tranquillamente deridere da pensosi scrittori moderati come Fabrizio Rondolino, lasciarsi accusare di estremismo da ex picchiatori fascisti di ogni specie. Dovrei finalmente ammettere che la legge sulle rogatorie è stata fatta unicamente per amore di una giustizia più giusta (quante vittime ha fatto la frettolosità – sic – dei nostri giudici, la mancanza dei dovuti timbri, l’eccessivo credito dato ai documenti delle banche svizzere!); che il trasferimento del giudice Brambilla tentato dal ministro Castelli era motivato dall’urgenza assoluta di disporre di lui nel nuovo incarico; che l’abolizione della tassa sulle eredità e donazioni di grandi patrimoni è stata decisa solo nell’interesse della maggioranza degli italiani; che la legge sul rientro dei capitali comunque esportati non favorisce le mafie e il narcotraffico, non contribuisce a corrompere forse definitivamente l’economia italiana mettendola nelle loro mani; che la legge sul conflitto di interessi, come quella sul falso in bilancio, non è tagliata su misura per proteggere le proprietà di Silvio Berlusconi; che l’approvazione di leggi simili da parte di una maggioranza "bulgara" in assenza dell’opposizione non è un atto di arroganza che fa presagire ben peggiori attentati alla Costituzione, come la famigerata riforma della giustizia con l’assoggettamento della pubblica accusa all’esecutivo. Infine, dovrei credere e far credere che l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori creerà nuovi posti di lavoro e non, invece, stroncherà definitivamente la libertà sindacale perché darà a qualunque padrone, piccolo o grande, la libertà di licenziare su due piedi, pagando una piccola ammenda, chiunque si azzardi a promuovere uno sciopero, un dibattito, una semplice richiesta di chiarimenti in azienda.
Come al solito, non è chi ha perpetrato e si appresta a perpetrare simili "riforme", non è il governo della caserma di Bolzaneto, il responsabile della crescita di tensione nel Paese; siamo noi che abbiamo la sfacciataggine di parlarne, del resto echeggiando solo quello che gran parte dei giornali stranieri, anche i più moderati, anche di destra, vanno scrivendo da anni. E saremmo noi che armiamo la mano dei (tempestivi) terroristi, siamo noi che "vomitiamo" a Parigi le nostre ingiurie e accuse infondate? Se si tratta di vomitare, francamente, preferiamo procurarci qualche fotografia in grande formato delle tante facce di bronzo che ci predicano la moderazione.



Non c’è odio nei girotondi che ci accusa è in malafede
di Enzo Siciliano

Ma sono veramente i girotondi, e tutto quanto ne è scaturito, un atto di guerra che ha prodotto di necessità l’orribile riapparizione del terrorismo con il delitto Biagi? Ieri, si sono sentite dire e si sono lette senza che se ne provasse scrupolo affermazioni simili, in dichiarazioni alla radio, su alcuni giornali. Credo che di scrupoli, invece, se ne dovrebbe avere non più d’uno ma una montagna. Anzitutto perché il terrorismo agisce nascosto, e il suo cecchinaggio fissa il proprio gesto su un salto di qualità rispetto a una qualunque, anche la più aspra, campagna di contestazione democratica. Poi perché di fatto nei girotondi che hanno percorso molte e moltissime strade italiane non è apparso nulla, e proprio nulla, del lugubre rituale che pure accompagnava negli anni duri dei Settanta alcune manifestazioni di piazza. Se non si fanno distinzioni, o se volutamente si ignorano certe distinzioni, ci si fa, allora sì, di necessità colpevoli di contiguità con gli scopi dei terroristi, i quali vogliono che la nebbia della cecità culturale si distenda nelle nostre menti e niente più sia come dovrebbe essere.
Il terrorismo degli anni passati è stato vinto in Italia proprio perché non gli si è offerta alcuna sponda, nel mostrare puntigliosamente come esso non appartenesse in nessun modo anzitutto alle coordinate della vita italiana nella complessa interezza delle sue espressioni.
Non ci sono intellettuali in Italia che odino nessuno. Parlare di campagna d’odio, come pure lo stesso premier sottintende, è un pernicioso comodo politico. Se vuoi sbaragliare un avversario, sbaragli la democrazia. Ci sono intellettuali che contestano, anche molto duramente, il modo in cui la destra tende a tracimare sul mondo delle comunicazioni di massa e della giustizia. Ci sono intellettuali che pongono il problema di quali siano i limiti costituzionali dentro i quali una maggioranza di governo possa ragionevolmente realizzare il programma per cui è stata votata. Sono interrogativi non nutriti dall’odio: sono interrogativi legittimi in un confronto che appartiene a ogni tradizione repubblicana. Se non se ne si vuole intendere il senso dialettico, allora sì tutto è terrorismo.
Sentir dire, leggere anche, che i padri di famiglia con sulle spalle i loro bambini manifestassero per incitare a qualcosa di peggio che le stesse barricate, o che alcuni registi di cinema e scrittori rivendicassero, nei termini in cui ritenevano giusto, il significato della parola libertà – che è comunque un significato trascendente nella sua purezza filosofica, – diventa allo stato delle cose motivo non di pena, ma di paura, perché vuol dire che il terrorismo ha ottenuto in pieno il proprio effetto: uccidere in una persona non solo il senso insostituibile di una vita, ma attraverso essa il bene prezioso dove una comunità di cittadini si riconosce, nonostante le divisioni che la attraversano, come indissolubilmente una.
Quel che si è sentito dire e letto ieri mattina incitava di fatto, colpevolmente, a una insolubile, odiosa separatezza di due fronti.



Da che parte stai con la mente e il cuore
di 
Moni Ovadia

Un uomo è stato vilmente assassinato per il suo lavoro e le sue idee. La sua famiglia deve essere annichilita dallo sgomento, il pianto ancora serrato in gola. Ma il sentimento di ferita e di lutto collettivi che dovrebbe trovare posto nei nostri cuori e nei nostri pensieri per risuonare con quello dei congiunti è sommerso dalla marea mediatica. Alcuni organi di informazione, sottolineano il dramma degli individui e della società, altri sentono l’urgenza di un’analisi che spieghi le ragioni di questo omicidio «politico», perché «politico» vorrebbe essere il gesto degli assassini, altri ancora si danno alla immediata strumentalizzazione del dolore e dell’orrore, è il vecchio mestiere degli avvoltoi. Tutti di fronte ad una simile brutalità dovremmo essere chiamati ad una riflessione personale e politica. Dovremmo interrogarci per chiarire da che parte stiamo. Personalmente da sempre sto avviso aperto dalla parte della libertà, dei diritti, della pari dignità di tutti gli esseri umani, dalla parte della giustizia e della legalità. Le persone che coltivano questa cultura lo fanno a vantaggio di tutti e non solo della propria fazione per questo oggi stanno naturalmente dalla parte di Biagi così come ieri sono state dalla parte di D’Antona e domani staranno al fianco di ogni vittima della brutalità e della violenza. Nella mia fattispecie di saltimbanco ho dedicato la mia vita ad una cultura di gente umile, vessata, ho cantato con i miei mezzi la grazia di questa gente, la loro mansuetudine e il loro insopprimibile anelito di riscatto e redenzione. La barbarie della violenza e dell’odio è stata la nemica del mondo a cui appartengo e la ripulsa di quella logica è incisa nella mia mente, nel mio cuore, nella mia anima e persino nei miei «geni».



Per la verità contro il terrore
di Don Luigi Ciotti

Che le emozioni non soffochino la ragione e che il dolore non zittisca la politica. Il bisogno ed il ruolo di una politica "vera", alta, libera, trasparente, che c’è nel nostro Paese. Non si può costruire giustizia senza ricerca della verità. La verità senza sconti per nessuno, ad ogni costo, senza strumentalizzazioni. Spetta a tutti l’assunzione di responsabilità. Non venga meno, nonostante tutto, il coraggio della denuncia e della protesta, ma anche del progetto e della proposta. Sempre in un modo non esibito, non eroico, non retorico, semplicemente civile


A Roma alla luce del sole contro le trame occulte
di Nicola Tranfaglia

Il barbaro assassinio di Marco Biagi ad opera di terroristi per ora ignoti si iscrive in una storia lunga che segue alla sconfitta dei movimenti terroristici nel nostro paese e annovera tra le sue vittime innocenti amici come Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli e Massimo D’Antona.
Gli autori di questo come dei precedenti assassini conoscono soltanto il linguaggio terribile della violenza e credono, con gesti come questi, di poter far prevalere il linguaggio delle armi su quello della ragione e del civile dibattito.
In un momento come questo non contano le tesi che Biagi sosteneva sul mercato del lavoro o sull’articolo 18: conta il rimpianto per uno studioso e per il dolore della sua famiglia, l’imbarbarimento che ancora una volta irrompe nella nostra storia.
Puntualmente, in maniera lugubre e monotona in un momento di aspro scontro politico e sociale innescato dall’offensiva del governo Berlusconi contro le conquiste dei lavoratori negli ultimi decenni. Del resto il presidente del Consiglio e il ministro dell’Interno, di fronte a questo ennesimo episodio di barbarie e di attacco terroristico, non hanno saputo far altro che evocare il conflitto sociale in corso come la causa del delitto.
Prova ancora una volta della maniera di concepire il dialogo con chi vuole esprimere in maniera pacifica e democratica il proprio dissenso. A chi in queste settimane ha sentito il bisogno di uscire dal letargo degli ultimi anni e tornare ad esprimere le proprie idee, a difendere i valori messi in discussione in questi otto mesi sui diritti fondamentali di informazione, di legalità, di separazione dei poteri e di autonomia dei giudici ma anche di solidarietà verso i lavoratori di ogni livello e condizione un assassinio come quello del professor Biagi procura amarezza e dolore ma non fa cambiare idee sulle cose da fare e sulle battaglie da sostenere.
La grande manifestazione del 23 marzo prossimo a Roma vedrà insieme giovani, lavoratori, pensionati, persone che si stanno spendendo per organizzare l’opposizione sociale e culturale a una destra che sta smantellando a grandi passi lo Stato sociale senza riuscire a proporre una politica economica chiara ed efficace per lo sviluppo del paese e che nei primi otto mesi ha badato soprattutto a fare i propri affari, a difendere i propri interessi e a mettere ostacoli sulla strada dell’integrazione europea del nostro paese.
Sarebbe assurdo e sbagliato abbassare il tiro delle nostre richieste e del nostro attacco al governo Berlusconi, significherebbe soltanto che il terrorismo consegue i suoi obbiettivi e serve a chi detiene il potere per bloccare un’opposizione che sta diventando sempre più grande e più trasversale.
Le cose, per fortuna, non stanno così. L’amarezza e il dolore per la morte di un uomo che lavorava per lo Stato non possono che rafforzare il nostro desiderio di contribuire, con mezzi democratici, al rinnovamento della sinistra e alla sconfitta della destra al potere.
Quello che è accaduto dimostra che questo è ancora il paese delle trame occulte, dei movimenti senza volto, di apparati che non proteggono chi è minacciato nello stesso momento in cui lasciano senza scorta anche i magistrati in pericolo.
Dovremo tenerne conto ed esercitare un’attenta vigilanza su tutto quello che avviene ma non possiamo farci intimidire dalle dichiarazioni del capo del governo o del suo ministro dell’Interno.
Sappiamo per esperienza diretta che i movimenti democratici non hanno mai avuto nulla a che fare con chi adopera le armi e sceglie i suoi bersagli nell’ombra e per questo andremo avanti pacificamente.
A Roma, con i sindacati e l’opposizione, sabato prossimo.



Il silenzio della pietà non per zittire le lotte
di Francesco Pardi

L’assassinio a Bologna di un nostro collega ci riermpie di orrore. Prima di tutto alla moglie, ai figli, a tutti i familiari, e anche agli amici e ai colleghi che lo stimavano, va in questo momento il nostro pensiero. Un pensiero impotente a portare vero conforto, incapace di indovinare una causa per un atto atroce e immotivabile. Parlo al plurale perché abbiamo avuto la notizia durante un dibattito in una Casa del Popolo fiorentina. Tutti insieme siamo ritornati alla memoria di D’Antona e, a ritroso, di Ruffilli, di Tarantelli. Tutti colleghi universitari colpiti perché impegnati nei laboratori di pensiero che stanno nelle immediate retrovie della politica ufficiale. Come è già accaduto per gli altri, nessun cordoglio sincero potrà restituirlo ai suoi affetti.
Di fronte alla vita perduta, di fronte alle altre vite ferite, la società civile deve sapersi trattenere almeno per un momento sulla soglia della tragedia. Lasciare un tempo alla pietà. Aspettare prima di parlare. Far decantare l’emozione prima di fornire interpretazioni, di esprimere giudizi. Niente di tutto questo è avvenuto stamani sulle pagine di molti giornali. Accanto ai resoconti sulla meccanica del delitto, sulle ore e i minuti di apparente quotidianità che l’hanno preceduto, ha preso subito corpo l’indicazione avventata di responsabilità, la formulazione di condanne inappellabili. Il tempo della riflessione dolente ha lasciato subito il posto all’invettiva.
Le penne più affilate della stampa di centrodestra si sono esercitate nell’attribuzione delle colpe. Che sono, è inutile dirlo, della sinistra seminatrice di odio. Si identificano i cortei, i Palavobis, i girotondi come palestre di discordia e così le parole diventano proiettili, il pensiero diventa omicidio. Che cosa dà tanta sicurezza agli accusatori? Quali motivi li autorizzano a scorgere una relazione di causa ed effetto tra eventi così diversi e distanti tra loro?
La loro ferma voglia di crederlo, ritengo, a dispetto di quelle intenzioni pacifiche che molti osservatori stranieri hanno colto senza difficoltà nei nuovi movimenti. Considerare le manifestazioni degli ultimi due mesi animate da attitudini sanguinarie è una completa mistificazione della realtà, smentita per fortuna dai nostri numerosi testimoni italiani ed europei. Certo, ci opponiamo, con i soli mezzi della dialettica e della persuasione, a una realtà che non ci piace. Ma per non essere additati come istigatori e criminali che cosa dovremmo fare? Dovremmo farci piacere a tutti i costi le loro leggi patogenetiche sul falso in bilancio, le rogatorie, il rientro dei capitali sporchi? Dovremmo respirare di sollievo a immaginare istruzione e sanità divise in scuole e ospedali pubblici per poveri e in cliniche e istituti privati per ricchi? Dovremmo credere alla favola che l’essere licenziati ci fa riassumere con maggiore facilità? Dovremmo gioire di vedere il potere giudiziaro sotto attacco tutti i giorni, l’opposizione pestata e derisa? Dovremmo infine ringraziare il cielo di essere governati da chi ha il controllo totalitario sui mezzi d’informazione televisiva? Sono piaceri che non si addicono alla nostra dignità.
Non possiamo tacere il nostro disaccordo. Di fronte al fatto criminale abbiamo il dovere di esercitare il nostro diritto di critica. Siamo davvero ossessionati dalla intollerabile commistione italiana tra potere politico e potere informativo? Ma in quale nazione civile si accoglierebbe a cuor leggero una indiscrezione uscita dai servizi segreti sottoposti al potere esecutivo e pubblicata sul settimanale di proprietà del titolare di quel potere? E, di grazia, se davvero quella esposizione al pericolo per i collaboratori del ministro Maroni non era millantata ma realistica, perché invece di parlarne sulla stampa non si è provveduto a proteggere chi ne aveva bisogno? Sappiamo bene che compito di questo governo è non dare ma togliere le scorte ma, considerato l’allarme, un’eccezione non si poteva fare?
E un’altra domanda preme: chi è veramente più di tutti sotto il tiro di questa offensiva che ci dipinge come violenti e disfattisti? Peccheremmo di presunzione se pensassimo di essere noi, i nuovi movimenti, al centro di questo attacco tanto violento quanto immotivato. Noi siamo, in buona parte involontariamente, sulla scena ma non siamo i protagonisti. Il vero oggetto dell’attacco è il mondo del lavoro, punto di riferimento sostanziale per tutto il popolo che si riconosce nell’area estesa dal centro alla sinistra. Quando gli strumenti della rappresentanza politica, come ora, vanno in crisi, noi tutti troviamo e troveremo sempre il massimo punto solido d’approdo nel contatto diretto e fraterno con il mondo del lavoro. Le sue organizzazioni hanno preparato una manifestazione nazionale in cui tutti noi ci riconosciamo senza incertezze. Condividiamo i suoi obbiettivi e vogliamo portarci, per quel poco che vale, il nostro contributo. In queste ore convulse non sappiamo se l’unitarietà raggiunta è stata di nuovo incrinata. Se lo fosse sarebbe un vero peccato, perché è in in questo momento che bisogna mostrare tutta la convinzione dell’unità. Dobbiamo anche un atto di pietà a una famiglia oppressa dal dolore. Più che l’eloquenza dei discorsi vale qui l’intensità di un silenzio consapevole. Proponiamo che nella manifestazione di sabato a Roma, nel fervore della mobilitazione collettiva, si apra a un certo punto, con la più riflessiva partecipazione di tutti, una lunga pausa di silenzio alto e solenne.