Le voci del padrone

20/03/2001
   





Le voci del padrone
La piattaforma
L’assemblea di Parma vara il programma politico di Confindustria: basta concertazione, isolare la Cgil
Gabriele Polo

" Ma come si fa a non capire che i padroni sono allineati con Berlusconi perché è uno di loro, perché hanno una cultura e una pratica comuni, perché il programma di Confindustria presuppone un taglio netto con ogni tipo di contaminazione tra i lavoratori e la rappresentanza politica?". L’amico sindacalista tira le orecchie al manifesto di domenica scorsa, non vuol sentir parlare di distinguo tra presunte diverse anime dell’organizzazione padronale, ritiene secondaria la diffidenza di una parte degli industriali per il Cavaliere (o verso la politica tout court) o la prudenza nello schierarsi elettoralmente di D’Amato a Parma. Sottolinea il merito, il nostro amico, si attiene alle politiche del lavoro e contrattuali che stanno travolgendo ciò che resta della concertazione per cancellare il sindacato come soggetto autonomo. Probabilmente ha ragione, perché vista dall’angolatura della pratica quotidiana, la politica degli industriali italiani finisce con l’essere schieratissima: l’impresa si considera un potere autonomo, detta condizioni e trova consonanze con chi sembra meglio incarnarne programma e obiettivi. Con buona pace dell’Ulivo che, dopo aver inseguito le imprese costruendole ponti d’oro, oggi si sente dire "non ci servite più".
Sullo sfondo del cambiamento di registro, a monte della crescente aggressività confindustriale, c’è uno storico problema dell’industria italiana, ingigantito dalla globalizzazione dei mercati e dai cambi fissi: per un’impresa "povera" – che compete soprattutto su prodotti maturi o di nicchia – non resta che abbassare i costi comprimendo i salari, accentuando le flessibilità, abbattendo le garanzie; oppure fuggendo all’estero. Da qui nascono aggressività, cambio di tono, scelte "sindacali" e politiche. Vediamone le voci essenziali.

Concertazione
. Non serve più; o, meglio, serve solo se è funzionale all’obiettivo e con chi lo accetta. Gli anni ’90 sono stati splendidi per gli industriali italiani: hanno messo sotto controllo il costo del lavoro (politica dei redditi), vincolato i sindacati a una pratica collaborativa (la firma di accordi e contratti era diventata quasi obbligatoria) e imposto ai governi scelte di sostegno all’impresa (fiscali e normative). Ma si trattava pur sempre di un confronto triangolare non sempre facile (l’ultimo contratto dei meccanici fu "imposto" a Federmeccanica dal ministro del lavoro). Ora serve un salto di qualità. Sulla trasformazione delle regole che governano i contratti a termine, Confindustria (che vuole liberalizzarli) ha incassato il dovuto no di Salvi ad accordi separati e questo è un vincolo che non può accettare: "si firma con chi ci sta", ha ricordato l’amministratore delegato della Fiat, Cantarella, parlando del suo gruppo. E’ una filosofia generale, la cui conseguenza è mettere nell’angolo la Cgil, chiedendole di saltare definitivamente il fosso.
Mercato del lavoro e salari
Le parole d’orine sono piena flessibilità e vincolo delle retribuzioni alla redditività aziendale. Di flessibilità gli industriali in questi anni ne hanno avuto tanta (contratti a termine, part-time, interinale, contratti d’area), ma la flessibilità in uscita (i licenziamenti senza giusta causa) continua a essere un obiettivo cruciale, perché si possono gonfiare le fabbriche di "atipici" fino a un certo punto, oltre c’è solo la possibilità di cacciare chi si vuole (magari monetizzando l’uscita) senza doverlo giustificare a un pretore. Battuto il referendum radicale, ora bisogna attaccare su altri livelli, quello politico su tutti (e Berlusconi è un ottimo alleato). Anche sul salario gli industriali non si accontentano degli "avanzamanti" di questi anni (monetizzabili in consistenti perdite di potere d’acquisto per i lavoratori) non bastano ancora: bisogna vincolare i salari ai bilanci delle imprese, gli aumenti possono essere dati solo su base aziendale, devono essere differenziati (magari territorialmente) e legati ai conti economici. La prestazione non conta più nulla: il lavoro è una variabile dipendente, non più solo dell’impresa, ma della sua redditività.
Contratti
. Il contratto nazionale di lavoro deve essere superato, diventare "minimo", garantire solo il recupero dell’inflazione programmata (sappiamo che già ora non garantisce pienamente nemmeno quella), spostare sul livello aziendale e territoriale la discussione di orari e diritti. E, poi, bisogna far nascere i contratti individuali (a partire dalle nuove tecnologie e del lavoro a tempo determinato). E qui Berlusconi arriva come il cacio sui maccheroni ("Internet, impresa, inglese", lo stupido slogan nasconde una rivoluzione sociale dall’alto). Su questo capitolo il contratto nazionale dei metalmeccanici rappresenta un paradigma: Federmeccanica sostiene che gli aumenti salariali vanno depurati dall’inflazione "importata" e che non può essere elargito alcun aumento relativo all’andamento di settore, cioè non può essere redistribuito nulla della ricchezza prodotta (se non per pochi, su base aziendale; vedi sopra).
Fiat
. E’ "solo" un esempio della tendenza in corso. Il contratto du gruppo è fermo da mesi, l’azienda respinge tutte le richieste sindacali e punta a isolare la Fiom da Fim e Uilm. Con una strategia fatta di tanti no e di alcune "mosse del cavallo", come quella del recente accordo separato a Cassino sui tempi di lavoro, che i metalmeccanici della Cgil non hanno firmato. Nel più grande gruppo industriale italiano è in corso una sperimentazione delle future relazioni sindacali come le vorrebbe Confindustria: sindacati sempre più aziendalisti che "gestiscono" l’intensificazione dei ritmi di lavoro e della flessibilità interna.
Fisco e privatizzazioni
. Confindustria chiede tagli alla pressione fiscale sulle imprese. La riedizione berlusconiana della legge Tremonti è solo un primo passo. Poi gli industriali chiederanno al governo un abbattimento drastico delle aliquote. Sulle privatizzazioni, le imprese denunciano un’eccessiva timidezza e chiedono un allargamento del privato anche ai servizi. L’Enel è solo il primo passo, poi toccherà a scuola, sanità, previdenza. E qui si apre un altro capitolo.
Welfare
. L’istruzione e l’assistenza sanitaria pubbliche sono ancora difficili da riconvertire completamente al privato (anche se l’Ulivo qualcosa ha fatto, e se ne vanta), così il cuore tornano a essere le pensioni. Probabilmente non ci sarà una riedizione dello scontro avviato da Berlusconi nel ’94 (che caro gli costò), ma si punta all’allargamento dei fondi pensione e all’utilizzo del Tfr. L’obiettivo sono i fondi "aperti", non più legati a categorie e contrattazione.
Il quadro, come si vede, compone un vero programma politico da realizzare con l’appoggio del futuro governo (meglio se di centro-destra) e l’isolamento della Cgil: se non riesce a "modernizzarsi" fino in fondo tanto peggio per lei.