Le tute blu della Fiom voltano le spalle ai partiti

30/03/2004


MARTEDÌ 30 MARZO 2004

 
 
Pagina 30 – Economia
 
 
Indagine sull´area torinese: pochi con la tessera Ds e Rc. Uno è di An
Le tute blu della Fiom voltano le spalle ai partiti
Su 1.347 delegati soltanto 176 gli iscritti
          SALVATORE TROPEA


      TORINO – Dall´ideologia dell´operaio all´ideologia del lavoro che non c´è, ovvero la politica che non considera più il lavoro centrale e, proprio per questo, viene ripagata con eguale moneta. E´ questa la lettura possibile dei risultati di un´indagine-studio effettuata dalla Fiom torinese in vista del suo congresso straordinario che si terrà ai primi di giugno, due settimane prima delle elezioni europee, e dalla quale emerge che tra i suoi delegati poco più di uno su dieci ha in tasca una tessera di partito. Insomma una lontananza tra fabbrica e politica attiva che, salvo un passaggio del tutto particolare degli anni Settanta, non trova precedenti nella storia di quello che è stata una delle organizzazioni più attive e impegnate del movimento sindacale italiano. Un fenomeno nuovo e che, in misura diversa, tocca tutto l´arco dei partiti e tutte le sigle sindacali.
      I numeri dicono che su 1. 090 aziende metalmeccaniche dell´area torinese per 148 mila 824 addetti, al 31 dicembre 2003, la Fiom conta 1. 347 delegati che la collocano al primo posto in Italia. Di questi, appena 176 dichiarano di essere iscritti a un partito. Sulla base di quanti hanno espresso la loro appartenenza è stato possibile stabilire che Ds e Rifondazione si dividono equamente le simpatie, mentre la restante minoranza è formata da militanti di altre forze: uno ha dichiarato di avere la tessera di An, c´è poi qualche socialista e nessuno iscritto alla Margherita. Ciò che colpisce è che mai il numero delle tessere è stato così basso in una categoria tradizionalmente militante.
      Soltanto quando nacquero i primi consigli di fabbrica, agli inizi degli anni Settanta, si registrò un´appartenenza politica attorno al 10 per cento. Ma quello fu un momento particolare caratterizzato da un coinvolgimento di tipo nuovo nella vita sindacale nel senso che i membri della Fiom che stavano nel movimento incontravano la politica passando per il sindacato. A differenza di quanto si era verificato negli anni Cinquanta e Sessanta allorché le sue file erano affollate da militanti comunisti e socialisti, con una percentuale di militanti che superava il 60%. In altre parole il riflusso aveva fatto del sindacato l´unico luogo di militanza che, col passare degli anni, si è ulteriormente trasformato subendo l´ennesima evoluzione negli ultimi quattro anni durante i quali, a un ritmo di 2. 500-3. 000 nuovi iscritti l´anno, nella città della Fiat e dintorni, la Fiom ha praticamente cambiato pelle.
      La spiegazione? Quella che fornisce il segretario della Fiom torinese, Giorgio Airaudo, porta diritto al «distacco progressivo della politica dal mondo del lavoro con conseguente disinteresse del lavoratore alla politica». Un rapporto che egli paragona a quello «tra un cieco e un sordo» per rimediare al quale è indispensabile pensare a una ricomposizione del lavoro. «La sinistra deve cercare un voto utile al lavoro» osserva Airaudo. E precisa: «Non il vecchio lavoro o quello che verrà, ma il lavoro così com´è oggi con le sue insicurezze e i suoi problemi. Ormai si va verso una fase in cui il sindacato deve di volta in volta decidere come comportarsi con la politica. L´epoca della delega da parte dei lavoratori e del sindacato alla politica è tramontata da lungo tempo. Ma è finita anche quella della supplenza del sindacato per conto della politica».