Le tariffe spingono i prezzi, sindacati sul piede di guerra

05/02/2001



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Le tariffe spingono i prezzi al 3%
sindacati sul piede di guerra

L’Istat conferma i dati delle città campione. La Cgil accusa: colpa di governo e authority

LUCIO CILLIS


ROMA — A gennaio l’inflazione ha toccato il 3%. La "sentenza" dell’Istat conferma le ipotesi più pessimistiche sui primi dati giunti dalle città campione, e riporta l’incremento dei prezzi al consumo indietro fino al settembre 1996. Le analisi dell’istituto escludono però che l’onere degli aumenti sia tutto a carico di "mucca pazza": sono stati altri capitoli — soprattutto le tariffe — ad incidere in modo pesante sui prezzi. Il peggiore risultato da più di 4 anni, rischia così di riaprire ferite non rimarginate con i sindacati, che puntano il dito contro gli aumenti tariffari e quindi contro esecutivo e Authority.
I dati. Il salto in alto rispetto a dicembre 2000, è stato dello 0,4% e del 3% annuo, mentre l’inflazione, calcolata secondo le nuove normative comunitarie è a quota 2,7%.
Analizzando i principali capitoli di spesa che hanno determinato la salita dei prezzi a gennaio, troviamo al primo posto la voce "abitazione, acqua, elettricità e combustibili" con un incremento su base annua del 6,2%. Al secondo posto "alberghi, ristoranti e pubblici esercizi" con +3,7%. Nella hit dei rincari al terzo posto il capitolo istruzione (+3,4); al quarto "ricreazione, spettacoli e cultura" (+3,1), che hanno registrato un aumento molto forte per quanto riguarda Lotto e lotterie. Le stime di gennaio sono il primo frutto del nuovo paniere di riferimento, dal quale l’Istat ha eliminato, tra gli altri, floppy disc e rullini fotografici per diapositive a favore del casco per moto e il taglio dei capelli per donna.
Le reazioni. Dura quella dei sindacati. Per tutti vale il commento di Walter Cerfeda, segretario confederale della Cgil: «Il governo non può trascurare il tema delle tariffe. Purtroppo — sottolinea il sindacalista — sia Authority che governo, hanno approvato aumenti tariffari come una sorta di nuova scala mobile. Il dato annuo al 3% può sembrare poco — conclude Cerfeda — ma è il doppio dell’inflazione europea». Anche Umberto Agnelli sottolinea l’importanza di un «attento» controllo da parte dell’Autorità al comparto energetico.
Secondo il ministro dell’Industria Enrico Letta «la crescita dell’inflazione, sarebbe molto preoccupante se fosse solo italiana, ma il dato tedesco ci dà l’impressione che sia una questione europea». Il consigliere delegato dell’ufficio studi di Confindustria, Guidalberto Guidi, non è particolarmente «preoccupato» per la crescita dell’inflazione anche se teme il mancato taglio del tasso di sconto da parte della Bce; sulla stessa lunghezza d’onda Franco Modigliani, premio Nobel per l’economia.
La congiuntura mondiale. Continuano ad arrivare, intanto, segnali di frenata della congiuntura americana, mentre anche l’indice di fiducia dell’economia di Eurolandia ha registrato una flessione nel mese di gennaio.
Negli Stati Uniti ieri sono stati diffusi i dati sul tasso di disoccupazione che, nel mese scorso, è passato al 4,2% dopo il 4% registrato in dicembre. Si tratta della percentuale più pesante degli ultimi sedici mesi, compensata però da un numero sorprendentemente elevato di nuovi impiegati assunti, sempre in gennaio, dalle imprese. Le due indicazioni contrastanti hanno inzialmente determinato incertezza sui mercati azionari, ma il pessimismo alla fine ha prevalso innescando perdite rilevanti sulle piazze finanziarie, con l’indice Down Jones che ha chiuso in ribasso dell’1% e il Nasdaq del 4,4%.

Il dollaro ha invece tenuto, dal momento che il dato incoraggiante sui nuovi assunti ha allontanato la prospettiva di ulteriori tagli dei tassi d’interesse da parte della Fed.