Le storie vere del nuovo lavoro – di S.Cofferati

15/05/2003

              giovedì 15 maggio 2003

              Questo testo è la prefazione al libro «Il lavoratore senza garanzia», Jaka Book, scritto da Antonio Panzeri

              Nuovi mestieri
              IL LAVORO DI SARA I DIRITTI DI TUTTI
              Le storie vere del nuovo lavoro
              Sergio Cofferati

              Quelle di Ketty, di Sara, di Marzia, di Angelo, di Marilisa sono storie vere che descrivono compiutamente le condizioni, i percorsi professionali, le aspettative e i bisogni di una parte crescente delle persone che fanno oggi parte del «nuovo» mercato del lavoro.
              Sono esemplificative del popolo degli atipici, come vengono definite con un brutto termine queste figure relativamente nuove del mercato. La loro è una platea ampia e variegata, con diversissime capacità professionali, con altrettanto difformi livelli di istruzione e formazione, dunque con una differente consapevolezza davanti al lavoro e alle sue dinamiche. Ma non è certo solo questo che le rende figure nuove; in fondo anche nel lavoro più strutturato e stabile, tra i lavoratori con contratto a tempo indeterminato dei settori tradizionali dell’industria
              e dei servizi le diversità (condizioni, professionalità e/o conoscenza, percezione di sé) sono notevoli.
              La loro difformità è dovuta ad una ridotta quantità di protezioni
              sociali disponibili, ad un inesistente set di diritti riconosciuti e, qualche volta, al dover lavorare da soli o in piccolissimi gruppi.
              Ovviamente continua a vivere a fianco di questa platea una assai più grande folla di lavoratori tradizionali, destinata in parte a diminuire, in parte ad essere sostituita dalle nuove figure e per il resto (la grande maggioranza) a cambiare composizione ma a restare com’è nei suoi tratti fondamentali.
              Questa articolazione del mondo dei «lavori» pone nuovi ed enormi problemi (con relative prime ipotesi di soluzione) sui quali interviene Antonio Panzeri nel libro.
              Come sempre, quando si affacciano novità così robuste, non tutto
              è oggettivo nel processo. Il tentativo da parte di alcune imprese di sostituire il lavoro strutturato con quello flessibile (meno costoso) è evidente, a volte anche smaccato. Ma una volta depurato il processo da queste scorie, la sua dimensione e i problemi che pone sono assai rilevanti. Il primo riguarda come è ovvio la uniformità delle protezioni che dovrebbero essere garantite a tutti coloro che lavorano; il secondo (ma è connesso inscindibilmente con il primo) riguarda la necessaria universalità dei diritti fondamentali.
              Queste esigenze prioritarie, di ordine generale, trascinano non a caso
              nell’agenda delle cose da fare altri problemi, questi irrisolti ma non
              nuovi. Penso ad almeno tre delle questioni affrontate esplicitamente e
              con intento costruttivo nel libro.
              La prima riguarda la certezza della
              rappresentanza. La mancanza di dispositivi legislativi che traducano in
              concreto l’art. 39 della Costituzione produce erraticità ed arbitrio nel
              l’esercizio della rappresentanza e ancor di più nella pratica contrattuale
              che di quell’esercizio è il primo atto concreto. È impossibile rafforzare
              un modello di relazioni (vuoi nella direzione di una maggiore efficacia
              della contrattazione, vuoi in quella della riproposizione della concertazione e delle sue procedure, vuoi in quella di nuovi modelli partecipativi) se non si stabilisce prima legislativamente chi rappresenta chi e se non si fissano le modalità di validazione degli atti negoziali, affinché abbiano efficacia ergo omnes.
              La seconda, del tutto diversa, ma risolutiva delle condizioni generali di
              ambiente economico e di gestione dei processi di riorganizzazione delle imprese, è quella che riguarda il sistema degli ammortizzatori sociali. La loro mancata riforma produce effetti distorsivi crescenti, il loro carattere attuale non solo ne limita l’efficacia ad una parte ristretta dei lavoratori nel sistema delle imprese, ma attraverso l’esodo anticipato dei lavoratori (prassi ormai da tempo prevalente delle riorganizzazioni) determina costi aggiuntivi al sistema previdenziale, favorisce la crescita del lavoro irregolare attraverso il ritorno all’attività di persone ancora giovani e con forti bisogni sociali, e priva (autolesionisticamente) di valore professionale molte imprese che, per
              effetto congiunto di requisiti anagrafici e contributivi necessari per accedere agli ammortizzatori, allontanano dal lavoro le persone più esperte e capaci. L’unica forte scelta di rottura è quella di passare a strumenti di solidarietà che impediscano l’esodo e di collegare il sostegno al reddito ad un obbligatorio percorso formativo.
              In questo modo, si difenderebbe il valore professionale che oggi viene
              disperso e si favorirebbe, attraverso la formazione, il rientro di chi perde lavoro nel mercato, in una condizione forte e non più subalterna a chi lavorando mantiene le sue conoscenze professionali. È scontato che il tema dell’istruzione e della formazione siano, in questo quadro complesso di lavoro intermittente, le vere leve per la costruzione di condizioni di singola consapevolezza e forza della persona che lavora. Oggi è forte, davanti ad un mercato frantumato, chi ha più possibilità di scelta e chi sa, e dunque può esercitare consapevolmente la sua selezione, può costruirsi con efficacia il suo percorso di vita.
              La terza attiene alla contrattazione collettiva o, per essere più precisi, ai
              luoghi della contrattazione collettiva. Sono convinto che le politiche
              redistributive, in materia salariale, abbiamo bisogno di due livelli distinti
              di esercizio efficace (sia per i lavoratori che per le imprese): uno nazionale (che diventerà nel tempo sopranazionale) e uno nel luogo di lavoro. Il controllo dell’inflazione e l’equa redistribuzione della produttività non si possono avere altrimenti. Ma è cresciuto il bisogno di aggiungere a quei due livelli una sede territoriale nella quale affondare, in una corretta e leale interpretazione della sussidiarietà,
              aspetti importanti del mercato del lavoro e del welfare. Invece di inseguire assurde e controproducenti ipotesi di nuova bilateralità che
              riducono l’efficacia della pratica di tutela che contraddistingue un sindacato confederale in cambio di un ruolo di erogatore di servizi che snatura la rappresentanza, bisogna davvero misurarsi con l’emergere di questi problemi nuovi o con il permanere di quelli irrisolti. Il libro lo sa, è auspicabile che anche altri si cimentino.