Le Regioni difendono i piccoli negozi

01/09/2003




    Lunedí 01 Settembre 2003

    Commercio
Le Regioni difendono i piccoli negozi

Il ministro M arzano le accusa di bloccare la riforma, ma secondo gli assessori «la liberalizzazione deve essere controllata»


    Equilibrio fra grande distribuzione organizzata ed esercizi di vicinato, tutela dei piccoli negozi, soprattutto nei centri minori, valore sociale degli assetti commerciali. La riforma firmata da Bersani nel ’98 e la modifica del Titolo V della Costituzione hanno affidato alle Regioni la gestione delle complesse questioni legate al commercio, lasciando alla competenza statale solo la tutela della concorrenza. A cinque anni dal decreto Bersani, quale bilancio si può stilare dell’azione delle Regioni e degli enti locali? Liberalizzazione. Quello proposto pochi giorni fa da Antonio Marzano, ministro delle Attività produttive, è decisamente in rosso: «La liberalizzazione del commercio – ha detto il ministro proponendo una spiegazione per la ripresa dell’inflazione – era la strada giusta, ma si è bloccata». La colpa è delle Regioni, che hanno mostrato «resistenze generalizzate, non differenziate politicamente» e il risultato è «un pasticcio», rispetto al quale il Governo «può fare ben poco». Il ragionamento di Marzano si basa sulla funzione calmieratrice della Gdo, che i governi regionali non avrebbero adeguatamente incentivato. «La grande distribuzione – riconosce Mario Scotti, assessore al Commercio della Regione Lombardia – può frenare la corsa dei prezzi, ma le piccole imprese commerciali danno lavoro solo in Lombardia a 600mila persone, e vanno salvaguardate. Inoltre la Gdo ha svuotato i centri delle città per portare le attività in periferia». Questo non implica una lotta senza quartiere ai centri commerciali, che «possono ancora svilupparsi in qualche area scoperta», ma l’attenzione è concentrata sui piccoli esercizi: «Abbiamo appena approvato il piano triennale di programmazione – prosegue Scotti – e riteniamo che una liberalizzazione eccessiva sia letale per i negozi, tutelati nella nostra Regione anche dalla Lr 14/2000 che finanzia l’apertura di nuovi esercizi e la formazione del personale». Un freno alle grandi strutture è stato posto anche in Toscana dove, spiega l’assessore al Commercio Susanna Cenni «saranno realizzate solo quelle per le quali era già avviata la procedura di autorizzazione, e non saranno concessi più di 50mila mq di superficie complessiva in aggiunta a quelli già consentiti». Diversa la linea della Campania, che con l’assessore Gianfranco Alois si dice «favorevole alla crescita della grande distribuzione perché la Regione ha bisogno di nuovi centri commerciali, accompagnati dalla specializzazione per nicchia dei piccoli negozi». Gli amministratori campani hanno stabilito criteri statistico-matematici per il rilascio delle autorizzazioni di apertura, ed è stato istituito un Osservatorio regionale che li rivede ogni due anni.
    Il ruolo dei Comuni. Ciò che le amministrazioni regionali contestano in coro, comunque, sono le affermazioni sulle loro resistenze a tradurre in pratica la normativa. «La riforma – rimarca Guido Pasi, assessore al Commercio dell’Emilia Romagna – è in avanzato stato di attuazione. In Emilia abbiamo mantenuto come unico strumento di programmazione quello urbanistico, e fra il ’99 ed il 2000 tutti i 351 Comuni della Regione hanno approvato i loro piani». La programmazione sul territorio, quindi, spetta alle amministrazioni comunali, mentre la Regione ha promosso «una legge di sostegno per i programmi di strada e piani di valorizzazione commerciale di intere aree». Nel Lazio il documento di programmazione triennale è stato approvato a fine 2002, e delega ai 378 Comuni la concertazione sul proprio territorio dell’insediamento di negozi e dei relativi orari di apertura, concordandoli prima con le associazioni di categoria, i sindacati e i consumatori. Le Regioni, quindi, dettano le linee generali e promuovono politiche di sviluppo di determinati settori, mentre la gestione diretta nello specifico è affidata ai Piani regolatori e ai Piani territoriali provinciali.
    I pubblici esercizi. Un capitolo importante del problema – commercio riguarda bar e ristoranti, sui quali il Governo ha varato recentemente un provvedimento d’indirizzo per rimediare a un vuoto legislativo più che decennale.Laschiera deiriformatori del settore è guidatadall’Emilia Romagna, che come illustra l’assessore Pasi ha «cancellato il contingentamentoe unificato le licenze, delegando ogni Comune a stabilirne il numero da immettere sul proprio territorio». Una misura chiave è stata l’abolizione dell’iscrizione al Rec, «che rappresentava un paradosso perché si applicava ai bar anche di piccole dimensioni mentre non interessava Hotel con centinaia di stanze. Abolendola ci siamo uniformati a quanto accade in tutto il mondo». Semplificazione delle licenze ed abolizione dell’iscrizione al Rec sono le caratteristiche anche della legge lombarda, approvata in Giunta regionale lo scorso 8 agosto. «Il nostro intento – ribadisce l’assessore Scotti – non è di liberalizzare, ma di programmare il settore. Comuni e categorie concorreranno nella programmazione, e in ogni Provincia organizzeremo corsi di formazione per i titolari e gli addetti dei pubblici esercizi». Compito non facile delle Regioni è tutelare chi ha già le licenze, senza bloccare però l’ingresso di nuovi operatori. È l’obiettivo che si pone anche il Piemonte dove, dice l’assessore Pichetto Fratin, «a settembre sarà avviato un confronto per dare ai pubblici esercizi regole più ampie rispetto al passato», ma questo fronte vedrà impegnate nei prossimi mesi tutte le Regioni.

SONIA MANCINI
GIANNI TROVATI