Le ragioni del popolo di Seattle di JOVANOTTI, La Repubblica 5 ottobre 2000

La Repubblica 5 ottobre 2000

Le ragioni del popolo di Seattle

di JOVANOTTI


CARO direttore, vista da qui la globalizzazione sembrerebbe una cosa sacrosanta e nessuno si spiega come mai tutto questo rumore e queste proteste verso una cosa che, vista da qui, non farebbe altro che aiutare i paesi poveri a diventare meno poveri. In pochi riescono ad essere d’accordo con questi manifestanti che dai paesi dell’Occidente partono per andare a fare casino a Praga, con i loro comodi treni e le loro strampalate idee che raccolgono il consenso di gente che fai fatica a metterla insieme, apparentemente: estrema sinistra, preti, fricchettoni, ecologisti, anarchici, boy- scouts, fans di Bob Marley e di John Lennon, frequentatori di rave, centri sociali, i fans di San Francesco e quelli di Che Guevara, studenti di economia e di sistemi informatici, hackers telematici e coltivatori di cibi biologici.
Eppure quei manifestanti così apparentemente diversi tra loro hanno ragione, la loro ragione spesso è difesa talmente male che ti verrebbe voglia di dargli torto, ma hanno ragione. La globalizzazione è la faccia moderna della colonizzazione, la colonizzazione è quel capitolo della storia che si pensava chiuso con tutte le sue terribili conseguenze davanti agli occhi di tutti. La globalizzazione è la forma moderna di sfruttamento dell’uomo sull’ uomo, seppure la parola abbia un aspetto così perbene, detta da qui. La parola globalizzazione ha questo suono neutro che la rende più simile alla parole come "soluzione", "inondazione", "eruzione", "stagione", "disinfestazione", "apparizione" ma invece nella sostanza noi siamo i globalizzatori e i paesi del sud del mondo sono i globalizzati, così come c’erano i colonizzatori e i colonizzati. La globalizzazione non vuol dire costruire un McDonald’s a Timbouctu distruggendo in un solo colpo un equilibrio che si regge da millenni: in realtà quell’equilibrio non c’è già da un pezzo e forse è così che deve andare. McDonald’s con i suoi hamburger non lo puoi fermare, al massimo quello che puoi fare è fargli concorrenza con un cibo migliore e più sano e localmente indebolirne il fascino, ma non è questa la questione principale. In ogni parte del mondo, nei più sperduti villaggi dell’Africa subsahariana e nella più povera periferia del Sudamerica i ragazzi vogliono assomigliarsi tra di loro, vogliono essere cittadini del mondo, ma non è questa la questione.
La questione è che la globalizzazione è uno sporco affare che rischia di renderci tutti complici di delitti che si potevano evitare. La globalizzazione è quella cosa per cui io domani comprerò un’ automobile costruita con pezzi assemblati in una fabbrica e provenienti da altre cento fabbriche sparse per il globo. La pelle dei sedili sarà conciata in una fabbrica indiana che non dovrà rispettare le regole ecologiche che ci sono in Europa e che quindi in cambio di un prezzo più basso avvelenerà il suo territorio e di conseguenza i suoi abitanti che avranno come unico vantaggio la possibilità di andarsi a comprare un hamburger da McDonald’s dopo le loro quattordici ore di lavoro, dai dodici anni in su. Alcune parti meccaniche saranno costruite in una fabbrica dell’Est che costruisce anche mine anti-uomo, le gomme saranno modellate con derivati di petrolio estratto nel golfo di Guinea inquinando intere regioni nelle quali da secoli vivono popolazione che non conoscono il traffico delle nostre tangenziali e ciò avverrà nel silenzio sottobanco retribuito degli amministratori e dei governatori locali.
Questo dell’automobile è solo un esempio. Il problema è che noi in un mondo dove la "deregulation globale" e i liberismi planetari vincono, mangeremo merendine dolcificate con zucchero coltivato da gente che non riesce a nutrirsi come si deve, aromattizate con cacao raccolto da bimbi che non andranno mai a scuola, impastate con farina di grano geneticamente modificato, anche se nella nostra bella Europa quel tipo di coltivazione sarà bandito da qualche referendum, dormiremo con le guance su cuscini di lattice raccolto da campesinos brasiliani che la sera appoggeranno la loro testa sulle pietre.
Proviamo a guardarci intorno, ad aprire la dispensa, a girare per i nostri negozi, la globalizzazione da noi si presenta nel suo aspetto più presentabile, ma dietro ogni etichetta, ogni marchio di multinazionale ormai familiare come i nomi dei nostri parenti più stretti ci possono essere storie di diritti negati, di commistioni malavitose. La globalizzazione a noi non ci tocca perché noi siamo quelli che globalizzano, non i globalizzati.
Resta solo una cosa da decidere, ovvero se la sofferenza dei lavoratori e la morte di bambini a cinquemila chilometri di distanza è più accettabile di quando avviene intorno a noi. Io credo di no, assolutamente no. La nostra civiltà si è conquistata dei diritti nel secolo scorso, i nuovi diritti portano con sé l’onere di nuovi doveri. Abbiamo il dovere di far valere gli stessi nostri diritti in tutto il pianeta e perché questo avvenga dobbiamo dialogare con le istituzioni maggiormente responsabili della globalizzazione dell’economia perché vengano introdotte delle regole che valgano per tutti in ogni angolo del globo, perché venga tenuto in primo piano il rispetto dei diritti umani e dei diritti dell’ambiente, perché non possa esistere una globalizzazione dell’economia senza la globalizzazione dei diritti umani. La cancellazione del debito dei paesi poveri sarebbe il primo importante passo verso un mondo del dialogo e della trasparenza. In questa questione del debito l’Italia sta agendo bene e più velocemente degli altri paesi del G8 e tra un po’ da noi ci saranno le elezioni e bisogna sperare che questi temi vengano trattati nei programmi dei contendenti e che le voci di queste proteste, che da Seattle in poi continuano a crescere (non dimentichiamo che i due milioni di Tor Vergata erano lì anche per questo) e che prendono le forme più varie, vengano raccolte da qualcuno dei nostri politici, di quelli che si candidano a governare l’Italia. Per quanto mi riguarda ce la metterò tutta per fare la migliore colonna sonora possibile a questo sogno (ognuno ha i suoi ma se in tanti sognano la stessa cosa ci sono buone probabilità che si realizzi).