Le proposte CGIL per l’Europa


Le proposte CGIL per l’Europa. Il testo dell’audizione in Parlamento
17/07/2013
Nell’ambito dell’esame congiunto del Programma di lavoro della Commissione europea per il 2013 e del Programma di 18 mesi del Consiglio dell’Unione europea fino al giugno del prossimo anno, nonché della Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea, sono state avviate in Parlamento le audizioni delle parti sociali e dei soggetti interessati. Oggi sono state organizzate le audizioni dei sindacati, degli enti pubblici e delle imprese. Per la CGIL hanno partecipato all’audizione Fausto Durante, responsabile del Segretariato Europa della CGIL nazionale e Giulia Barbucci, funzionario del Segretariato Europa. Pubblichiamo di seguito il testo che la CGIL ha consegnato alla XIV Commissione Politiche dell’Unione Europea della Camera dei Deputati.

Nonostante l’Italia sia uscita dalla procedura di infrazione per eccesso di deficit,  rimane ancora una “sorvegliata speciale”. La Commissione europea ha di recente annunciato un leggero allentamento del rigore contabile, ma rimane esigente per quanto riguarda l’attenzione al Patto di stabilità. E’, peraltro, vero che adesso l’Italia può avanzare richieste di maggiore libertà affrontando un negoziato che ci consenta margini di flessibilità per la realizzazione di investimenti produttivi e per il lavoro, in particolare dei giovani. Si tratta di liberare risorse, a fronte della correzione strutturale di bilancio che abbiamo operato. E’ quindi importante che si definiscano priorità di opere da scorporare dal conto del 3 % del PIL (la cosiddetta “golden rule”) per spese per l’ambiente, le infrastrutture, l’occupazione giovanile e venga chiarito, inoltre, il cofinanziamento per la parte nazionale dei progetti della politica di coesione. Ciò fornirebbe risorse significative per la crescita.

Le ricette messe a punto dall’Unione europea per affrontare una crisi senza precedenti, oltre che dai contorni inediti, si sono concentrate su politiche di austerità per il consolidamento di bilancio, ma a cinque anni dall’inizio della crisi risulta evidente che proprio queste ricette hanno avuto come conseguenza l’ulteriore recessione dell’economia, il peggioramento delle condizioni materiali delle persone e l’aumento della povertà.

Il percorso di risanamento deve certamente proseguire, ma esso deve essere affiancato da politiche di sviluppo a livello europeo.

Proprio la crescita e l’occupazione sono state al centro dell’ultimo Consiglio europeo, la cui importanza, per la CGIL, è proprio nella dimostrata consapevolezza della necessità di cambiare direzione di marcia e di affrontare il tema della disoccupazione in Europa, specie di quella giovanile e femminile. E’ su questa strada che bisogna proseguire ma ciò non è abbastanza. La CGIL ha espresso in tutte le sedi istituzionali le proprie proposte di politica economica per uscire dalla crisi, proposte che – a partire dalla mutualizzazione di parte del  debito dell’Eurozona da parte della BCE attraverso i due fondi ESM e EFSF – vanno nella direzione di una revisione netta delle scelte finora portate avanti dall’Unione europea, improntate solo sulle politiche di austerità, chiedendo invece misure che abbiano il segno dell’equità e che consentano di sviluppare una nuova politica economica espansiva fondata sulla creazione di lavoro e sul suo valore. Questa è l’idea di fondo della proposta di Piano del lavoro 2013 della CGIL, così come fu per la CGIL di Di Vittorio nel 1949.

Nello specifico dei temi dell’audizione, per quanto riguarda le Raccomandazioni all’Italia, in generale pensiamo che esse siano sostanzialmente in linea con quelle precedenti, eccezione fatta per la assenza dei rituali appelli del passato volti a una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro e alla revisione della disciplina dei licenziamenti individuali. Purtroppo, la Commissione europea continua ad esprimere una visione meramente tecnicistica del processo europeo e, quindi, non indica quel cambiamento necessario di politica economica dell’Europa che invece la CGIL ritiene indispensabile. Inoltre, la procedura delle Raccomandazioni rimane incasellata in una prassi burocratica, poco democratica e carente di un rapporto dialettico con le autorità politiche dei Paesi. Ciò apre il tema della democrazia della governance europea, oltre che della sua dimensione sociale, perché se le politiche di bilancio degli Stati saranno sempre più vincolate da Bruxelles (vedi Fiscal compact, Six Pack e Two Pack) diventa necessario che le istituzioni europee  siano, coerentemente e conseguentemente, luoghi in cui le scelte vengono assunte attraverso forme e procedimenti improntati a democrazia, trasparenza e pieno coinvolgimento di tutti gli attori sociali.

L’importante Consiglio di giugno, nel quale il nostro Governo è riuscito a influire positivamente sulla definizione dell’agenda (con l’inserimento di argomenti quali  la crescita, la disoccupazione giovanile, la creazione di lavoro), ha affrontato temi rilevanti e ha prodotto alcuni primi risultati, per quanto parziali e insufficienti. Si può e si deve fare di più, attraverso impegni concreti che indichino chiaramente quante risorse sono a disposizione e quando queste saranno disponibili. I temi non affrontati o rimandati, e che sono invece essenziali per dare seguito a quanto già assunto nelle conclusioni del Consiglio, riguardano la “golden rule”, l’utilizzo dei fondi strutturali non spesi, l’apertura del dibattito sulla dimensione sociale della governance europea e dell’UEM, l’unione bancaria.

Si deve poi aprire un capitolo  sull’Europa che vogliamo, per contrastare le spinte anti-europeiste che cominciano a prendere piede in alcuni settori dell’opinione pubblica e l’insofferenza da parte dei cittadini nei confronti di un’Europa considerata lontana dai bisogni delle persone e causa del loro impoverimento. I valori dell’Europa, la solidarietà, la sussidiarietà, la coesione, il benessere sociale, cioè, in sintesi il modello sociale europeo, sembrano ormai parole vuote che l’Europa non è più in grado di realizzare per i propri cittadini. Invece, quei valori e quei principi vanno rilanciati. E’ necessario, per questo, riprendere il filo del discorso sulla costruzione dell’Europa, che si è fermata alla moneta, senza aver definito e varato i poteri necessari a governare l’Euro: un Presidente forte e democraticamente legittimato, un Ministro del tesoro unico, una Banca centrale con poteri di prestatore di ultima istanza e con poteri di emissione di moneta, la definizione delle competenze della Commissione e del Parlamento.

Dopo l’Europa della moneta è arrivato il tempo dell’Europa istituzionale, davvero federale, con una politica economica comune e un processo condiviso di armonizzazione fiscale.

Si deve quindi ripartire con una forte iniziativa di livello continentale, anche in vista delle prossime elezioni per il Parlamento europeo e della Presidenza italiana dell’Unione nel secondo semestre del 2014, su alcuni punti fondamentali:
un governo economico per la zona euro che definisca una strategia comune di politica industriale, di convergenza delle politiche di sviluppo, di lotta all’evasione fiscale;

l’attuazione di un programma di investimenti europei per un importo pari almeno all’1% del PIL europeo e il lancio di un piano per la crescita, finanziato con Eurobonds emessi dalla BEI, che rilanci l’occupazione giovanile e  il lavoro;

un allentamento del Patto di Stabilità, che scorpori dal Patto stesso gli investimenti per la crescita e lo sviluppo sostenibile;

una vera ed efficace Tassa sulle Transazioni Finanziarie Internazionali, per ridurre drasticamente la speculazione finanziaria di breve durata e liberare risorse per gli investimenti “reali” che generano crescita e occupazione;

l’introduzione di un’imposta strutturale sulle grandi ricchezze (che, per l’Italia, può agevolare il processo di rimodulazione dell’IMU);

l’aumento dell’imposizione sulle rendite finanziarie (in Italia al 20 %, al di sotto della media europea);

la definizione di una comunità europea dell’energia e l’introduzione di tasse ambientali sul principio “chi inquina paga”;

una nuova Unione politica.

Il processo di integrazione europea sta attraversando la crisi più grave di tutta la sua storia. La CGIL segue con grande preoccupazione l’evoluzione degli eventi in Europa, confermando la propria fiducia nel comune futuro europeo e nella visione dell’Europa come comunità del lavoro, dei diritti, della libertà. Per questo obiettivo, una forte dimensione sociale deve essere incorporata nelle politiche europee realizzando il pieno coinvolgimento delle parti sociali, così come previsto nel Trattato di Lisbona. Ciò è indispensabile per ripristinare la fiducia dei cittadini e dei lavoratori nel progetto europeo e nel suo futuro.

A cura di: Fausto Durante – Giulia Barbucci