«Le pensioni? l’Italia spende meno del resto d’Europa»

19/02/2003





19 febbraio 2003

Il sottosegretario al Lavoro, Brambilla: rivediamo i calcoli della Ragioneria, l’onere reale è all’11,5% del Pil

«Le pensioni? l’Italia spende meno del resto d’Europa»

Pronta la riclassificazione delle voci: escluse dal computo alcune categorie legate alle uscite «socio-assistenziali»

      ROMA – Non è vero che l’Italia spende troppo per le pensioni e poco per il resto della spesa sociale. Anzi, se si fanno bene i conti, correggendo quelli del ministero dell’Economica, si vedrà che per le pensioni si spende meno della media europea. A questa sorprendente conclusione giunge uno studio del sottosegretario al Lavoro, Alberto Brambilla, esperto di previdenza ed ex consigliere di amministrazione dell’Inps. La ricerca sulla «riclassificazione della spesa pensionistica» (su dati del 1999) sarà presentata oggi e discussa, tra gli altri, dal ministro Roberto Maroni. Brambilla sostiene che i conti che l’Italia finora ha mandato in Europa sono sbagliati, perché classificano come spesa previdenziale una serie di voci di natura «socio-assistenziale». Il risultato è che «nei prospetti Eurostat sui costi per la protezione sociale nei Paesi dell’Unione, l’Italia risulta essere sempre quello con la più elevata spesa per pensioni», con una percentuale di circa il 17% del prodotto interno lordo. Le cose migliorano appena nelle tabelle Eurostat che depurano questo dato da alcune voci spurie, come ad esempio il Tfr (le liquidazioni), ma l’Italia resta comunque al primo posto con il 15% circa del Pil. La riclassificazione di Brambilla affina ulteriormente il dato, togliendo dalla spesa per pensioni, pari nel ’99 a oltre 308 mila miliardi di lire, una serie di voci che considera assistenziali (integrazioni al minimo, invalidità, prepensionamenti, reversibilità) e che valgono più di 60 mila miliardi di lire. Si arriva così alla «spesa pensionistica pura», pari all’11,5% del Pil, circa un punto in meno della media Ue. Il dato, sottolinea il sottosegretario, è uguale a quello calcolato dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale (esperti del ministero del Lavoro), per identificare la spesa per pensioni al netto delle uscite per prestazioni assistenziali.
      Il problema, dice Brambilla, è che il dato che il governo continua a mandare in Europa, dove non ci sono criteri omogenei di classificazione, è quello sfornato dalla «fonte unica», cioè dalla Ragioneria generale dello Stato (ministero dell’Economia). «Ma così facendo continuiamo a farci del male», perché tutti gli organismi internazionali (Ocse, Fondo monetario, Ue) accusano l’Italia di spendere troppo per le pensioni e poco per il resto. Invece, aggiunge il sottosegretario, fatta la riclassificazione, si vede che la spesa per l’assistenza passa da circa 35 mila miliardi a quasi 98 mila miliardi di vecchie lire e che la spesa sociale dell’Italia non è del 24,4% del Pil ma del 25,4%. «Il mio è solo un contributo tecnico», minimizza Brambilla. Ma è chiaro che rilancia, anche nel governo, il dibattito sui dati utilizzati nei confronti internazionali: ha ragione il ministero dell’Economia o quello del Lavoro?
Enrico Marro