Le nostre idee per la Cgil (A.Panzeri-R.Terzi)

09/09/2003

    martedì 9 settembre 2003
    Le nostre idee per la Cgil
    ANTONIO PANZERI – RICCARDO TERZI

    Qualsiasi posizione politica è esposta al gioco delle interpretazioni e dei travisamenti. Per questo è sempre difficile aprire una discussione, perché non si tratta mai solo di un confronto delle idee, ma agiscono diversi meccanismi, di autodifesa, di manipolazione, i quali rischiano di far slittare la discussione su un terreno diverso da quello voluto.
    Così sta accadendo con il documento promosso da un gruppo di dirigenti della Cgil, alla cui stesura abbiamo direttamente partecipato.
    Può allora essere utile cercare di chiarirne le motivazioni reali, almeno per tutti coloro che non hanno già scritto in anticipo la loro sentenza.
    C’è un primo livello di reazioni che si riassume nella classica domanda: che cosa c’è dietro?
    Dove vogliono arrivare? Quali sono, insomma, i fini incoffessati? A costo di apparire o ingenui o reticenti, rispondiamo che l’unico fine è quello dichiarato, l’apertura di una discussione sulle prospettive, sui nodi strategici, su tutte le complesse implicazioni di una situazione che si sta evolvendo con grande rapidità.
    L’obiezione che abbiamo fatto un congresso e che solo un nuovo congresso può prendere
    nuove decisioni è di una disarmante inconsistenza. Tutti sanno che la vita reale non aspetta le scadenze statutarie e che sarebbe imprudente attivare il pensiero solo ogni tre o quattro anni. E tutti sanno, anche, che le decisioni di un congresso sono sempre aperte ad un ventaglio di possibili interpretazioni.
    La Cgil, in questi anni, ha preso decisioni e iniziative le quali non erano già tutte inscritte nei documenti congressuali, ma erano le risposte ad una situazione in movimento. Così è stato, ad esempio, sulla questione del referendum. Ci sembra utile, a questo punto, fare un bilancio di questa fase, così densa di novità politiche e sociali, un bilancio approfondito e non celebrativo, per capire i punti di debolezza e di criticità sui quali è opportuno intervenire, non dimenticando certamente i punti di forza necessari per il futuro.
    Il documento tenta una analisi, sicuramente discutibile e parziale. Ma si vorrebbe presentare
    questa riflessione come una pura e semplice sconfessione di tutto ciò che la Cgil ha fatto in questi anni, con il che la discussione viene chiusa prima ancora di iniziare.
    Chiariamo, per chi è appassionato di dietrologia, che non intendiamo organizzare una corrente, una fronda, che non c’è nessun assalto al quartier generale, che cerchiamo
    di affrontare alcuni problemi sui quali ha iniziato a ragionare lo stesso Guglielmo Epifani
    quando ha parlato di «risindacalizzare» la Cgil. Non si apre in Cgil nessuna guerra per bande, nessuna resa dei conti. Si vorrebbe solo aprire una fase di riflessione: è una
    pretesa eccessiva, è un atto di arroganza? Un secondo fronte è quello politico. Rossana
    Rossanda, sul Manifesto, ha collegato la nostra iniziativa al nuovo progetto del «partito
    unico dei riformisti», e ha quindi interpretato il documento come un tentativo di
    asservimento del sindacato ad una logica politica esterna. Ci spiace per Rossanda, di
    cui stimiamo molto l’intelligenza politica, ma in questo caso la sua tesi è il risultato di
    un abbaglio colossale. L’ispirazione di fondo del documento è la piena riconquista dell’autonomia del soggetto sociale. La politica è una dimensione diversa e distinta, e
    non può mai coincidere totalmente con le esigenze della rappresentanza sociale. E oggi
    questa divaricazione dei due piani è ancora più evidente.
    Noi ci opponiamo, con decisione e con forza, ad ogni tentativo di irregimentare il sindacato in un campo politico, di «bipolarizzare» il sindacato, e pensiamo che il sindacato risponda ad altre e diverse ragioni, di rappresentanza, di organizzazione di un determinato campo di forze sociali, in un rapporto con la politica che è sempre e comunque un rapporto dialettico e critico, quale che sia la maggioranza di governo che di volta in volta si realizza.
    Autonomia e rappresentanza sono indicate, nel documento, come le due parole-chiave, e la prospettiva del sindacato è pensata su questa base, come la prospettiva di una forza che non si piega alle esigenze contingenti della politica. Che cosa c’entra il progetto Prodi-D’Alema?
    E che cosa c’entrano altre diverse ipotesi di riorganizzazione del sistema politico? Il sindacato agisce su un altro terreno, quello della rappresentanza sociale, e in ciò sta la ragione di fondo della sua autonomia.
    È una posizione, questa, che si muove in controtendenza rispetto alle pratiche politiche dominanti, anche nel campo della sinistra, le quali vorrebbero ricondurre tutta la complessità della società civile alla logica semplificata della competizione bipolare. La nostra tesi è il rovesciamento di questo principio. È il rifiuto di qualsiasi forma di collateralismo.
    L’interpretazione della nostra iniziativa in chiave «politica», come se si trattasse della traduzione sul terreno sindacale della linea della maggioranza dei Ds, è quindi del tutto forviante, perché il problema che noi poniamo non è quello di mettere il sindacato in sintonia con un progetto politico, quale che sia, ma al contrario è quello di ricreare le basi di una autonoma rappresentanza sociale.
    Questo chiarisce anche la rivendicazione del carattere «riformista» del sindacato. Riformismo
    qui significa solo efficacia dell’azione rivendicativa, capacità di conseguire dei risultati concreti, nell’interesse dei lavoratori. Il sindacato è per sua natura riformista, perché la sua azione è sempre misurata sul terreno dei risultati.
    Il problema che noi poniamo è un problema di efficacia. E tutta la storia del movimento
    sindacale dimostra come un sovracprospettiva che prende senso il tema dell’unità, perché c’è sempre un nesso tra unità ed efficacia dei risultati. Ripensare l’unità sindacale è la preoccupazione principale che ispira il documento.
    Non ci vogliamo rassegnare all’attuale situazione di rottura. E cerchiamo di vedere quale
    può essere il ruolo della Cgil in una prospettiva di rilancio unitario. Ciò che rifiutiamo è l’idea di una «autosufficienza» della Cgil, nell’illusione di poter essere da soli il centro motore di tutta l’opposizione sociale. In questo senso noi insistiamo: la Cgil assuma l’iniziativa per l’avvio di un nuovo processo unitario.
    Questa insistenza sul tema dell’unità viene spesso rappresentata come un ripiegamento, come una linea di moderazione. È una totale mistificazione, che rovescia tutto il senso della storia del movimento operaio, il quale ha avuto i suoi momenti di massima forza solo quando l’unità sociale è riuscita a prevalere sulle divisioni politiche e sulle logiche burocratiche delle
    singole organizzazioni.
    Questo è ancora oggi il problema: mettere in campo un soggetto sociale che afferma la sua autonomia e la sua unità. Non è un’impresa facile. Ma è di questo che vogliamo parlare, discutere e interloquire arricchendo, lungo il tragitto, questa nostra riflessione.
    E questa discussione sta tutta dentro la storia e la tradizione della Cgil.