Le news gettano le armi – di G.Barlozzetti

10/04/2003

ItaliaOggi (Media e Pubblicità)
Numero
085, pag. 23 del 10/4/2003
di Guido Barlozzetti

Il diario della (tele)guerra.
Le news gettano le armi

C’è sempre un’ora fatidica che fa da contraltare a quella dell’inizio. In Iraq sono le 14,32 di mercoledì 8 aprile, quando il primo carro armato americano entra nel centro della città, proprio sotto quell’Hotel Palestine che martedì era stato sanguinosamente bersagliato. Una lunga fila di Abrahams. Sopra, accanto, in mezzo, fotografi e operatori: i due eserciti, quello delle armi e quello delle news, si mescolano, ormai senza più rischi. Stupiti, entusiasti, storditi, i reporter in diretta annunciano che ´Baghdad è veramente caduta!’.

Lo sguardo dell’inviato e la fila di tank parcheggiati lì a due passi ne sono la certificazione. Nessuno spara più. I marines si fronteggiano con i feddayn, ma è come se all’improvviso fosse stata staccata la presa della guerra. È in questo surreale silenzio, in questa immobile scena di turismo bellico che si manifesta la fine della guerra?

In ogni caso, a futura memoria: un’altra sequenza è pronta per entrare nell’archivio dei grandi eventi televisivi. Occorre anche una sanzione simbolica. Sulla piazza si erge un statua di Saddam. Ma buttarla giù non è facile, perché la fune si rompe ed occorre sostituirla con una catena.

Quanto basta comunque perché una bandiera americana venga distesa sul volto del raìs, che alla fine cade a terra. Quanto a quello autentico, continua il mistero, infittito dall’accavallarsi delle voci e delle rivelazioni. Qualcuno dice addirittura che la Cia ne avrebbe organizzato la fuga da Baghdad in cambio di un ammorbidimento della resistenza. Un altro fa sapere che l’attacco al convoglio con l’ambasciatore russo non sarebbe stato affatto casuale. Nei bagagli ci sarebbero stati gli archivi di Saddam che i russi si sarebbero premurati di trasportare a Mosca. Le voci e le strategie dell’intelligence s’intrecciano e si confondono.

Se Baghdad è caduta, manca ancora il corpo del capo per dare un senso e tagliare il confine che separa definitivamente dalla guerra alla pace.