Le metafore casalinghe di Bush – di G.Barlozzetti

07/04/2003

ItaliaOggi (Media e Pubblicità)
Numero
081, pag. 17 del 5/4/2003
di Guido Barlozzetti

Diario della (tele) guerra.
Le metafore casalinghe di Bush

Dalle immagini rallentate e a mosaico delle digital-satellitari affiorano i carri Abrahams e i Bradley che stanno puntando sull’aeroporto di Baghdad, e i marines che perquisiscono un iracheno appena uscito dal suo rifugio con una bandiera bianca. Da uno schermo all’altro la parola d’ordine che incornicia le news è quella del Grande Attacco che sembra ormai prossimo. Ma la pulsione euforica che attraversa lo scenario tele-bellico deve fare i conti con il suo contrario e cioè con i 50 americani che sarebbero stati uccisi all’alba dai temuti feddayn, e con un secondo attacco-kamikaze a un posto di blocco. In ogni caso, non ammette pause la partita del botta-e-risposta mediatico tra i protagonisti. Alla Casa Bianca e al Pentagono usano metafore casalingo-sportive care agli americani: ´Gli alleati sono a duecento yard dall’ultima mèta’, annuncia il presidente, ´i soldati americani sono più vicini a Baghdad di quanto i pendolari lo siano al loro ufficio nel centro della città’, gli fa eco Ramsfeld lo stratega. E la controparte? Latita e alimenta le ipotesi più varie. Ancora una volta il messaggio televisivo alla nazione è consegnato al ministro dell’informazione. ´Gli invasori bruceranno all’inferno per sempre e i nostri martiri saliranno in Paradiso.

Colpiteli senza pietà, colpiteli giorno e notte’ gli fa dire Saddam, ma i servizi segreti Usa, dopo analisi interminabili, ribadiscono che tutto quello che si è visto di lui dall’inizio della guerra era registrato e che nessuno è in grado di dire quali siano le sue condizioni e, soprattutto, se sia ancora vivo.

Dunque, per tenere insieme il fragile tessuto etnico-religioso dell’Iraq sarebbe comunque necessario esibire il corpo del Raìs, anche a costo di usare sostituti, dai simulacri pre-registrati alle fotocopie dei sosia, ai portavoce. Guai se il paese dovesse scoprire che il Grande Capo non c’è più. Anche per i giornalisti le preoccupazioni aumentano. Con il foulard o con camicia jeans, gli inviati si preparano alla tenzone della capitale. Da ieri mancano acqua e luce e la truppa degli inviati appollaiati sul roof dell’albergo rischia di precipitare nel black out. Per ora i generatori tengono. Intanto, per alimentare non solo le news ma anche chi le trasmette, qualcuno, come quelli di Studio Aperto, pensa alle provviste.