Le lotte della Cgil, una storia lunga un secolo

27/01/2004


  Sindacale


27.01.2004
Le lotte della Cgil, una storia lunga un secolo
Presentato a Roma un film che documenta le battaglie e l’evoluzione del maggior sindacato italiano.
Le sfide aperte degli anni Duemila

di Bruno Ugolini

ROMA Che cosa è rimasto del Novecento? Chi, tra istituzioni, movimenti, partiti, è uscito sostanzialmente indenne dal crollo di tanti
muri non solo ideologici? Una risposta possibile riguarda i sindacati
e in modo particolare il più vecchio dei sindacati, la Cgil, intenta a celebrare i suoi cento anni, con le sue luci, le sue ombre, ma che, a differenza di altri pezzi della sinistra, è rimasta in piedi. Con il tentativo continuo, non sempre riuscito, di cercare le strade del rinnovamento, senza perdere le proprie radici.
C’è un film che narra di questa lunga storia, in settantacinque minuti.
È stato presentato ieri sera a Roma. Il titolo è, appunto, «La Cgil e il Novecento», con lo storico Adolfo Pepe che fa il raccontatore, e Guglielmo Epifani (con Sergio Cofferati), che fanno i commentatori. Il tutto arricchito – ed è la parte più avvincente, in larga parte fornita
dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio – da documenti dell’epoca, da un’intervista inedita, rilasciata a suo tempo da Luciano Lama e da due testimoni d’eccezione come Bruno Trentin e Antonio Pizzinato. Il regista è Odino Artioli e la cassetta del film è distribuita, con un libro che segna le tappe storiche dei cento anni della Confederazione. Il tutto prodotto dalla casa editrice Ediesse.
È la storia, si potrebbe dire, usando un’antica terminologia, della lotta di classe in Italia, ma anche la storia di un Paese via via trasformato. La prima discussione della neonata organizzazione, ricorda con qualche malizia proprio Sergio Cofferati, fu dedicata alla possibilità di
dar vita, come una specie di costola, ad un partito, il Partito del lavoro. Fu la prima e l’ultima volta. Non se ne fece nulla. Correva l’anno 1906 e come primo segretario venne eletto Rinaldo Rigola. Particolare curioso: era affetto da cecità. Già allora c’era una maggioranza riformista e Rigo la sosteneva che dovere del sindacato
era quello di risolvere i problemi concreti dei lavoratori, i problemi
«del pane e del burro». Una visione che poi si evolve fino a delineare, soprattutto sotto la guida di Giuseppe Di Vittorio, un soggetto capace di non rimanere rinchiuso in un’esperienza di tipo corporativo (come spiega Trentin), ma di fare i conti con interessi generali. È una concezione non facile da raggiungere, con alti e bassi, così come quella dell’affermazione dell’autonomia.
Le prime immagini raccontano degli anni dell’alfabetizzazione delle
masse operaie. Le divisioni interne, tra riformisti e rivoluzionari, tra socialisti e comunisti, finiscono col facilitare la sconfitta. È l’avvento del fascismo con le sedi sindacali incendiate. Poi la Liberazione, il patto di Roma che vede una Cgil unitaria con Buozzi, Grandi, Di Vittorio. Quest’ultimo è il padre più amato della Cgil, l’uomo del piano del lavoro, anche per aiutare la ripresa economica del Paese, non solo per interessi di classe. Ed è l’uomo che persegue l’unità sindacale come obiettivo da riconquistare subito dopo la rottura, dopo l’attentato a Togliatti. Non un sogno romantico, non per nostalgia, ma perché l’unità è intesa come una necessità inderogabile. È una lezione che parla anche ai nostri giorni, forse più sentita dagli anziani che dai giovani.
La pellicola si snoda dagli anni Cinquanta, ai Sessanta, ai Settanta,
agli Ottanta. E siamo ai giorni nostri con il 23 marzo 2002 al Circo
Massimo, invaso da una folla incredibile, per manifestare contro chi
vorrebbe cancellare l’articolo diciotto dello Statuto dei lavoratori sui
licenziamenti facili. Sono i giorni del dialogo con i movimenti, delle
scelte sulla pace contro le nuove guerre.
Ora comincia una storia nuova. Il sindacato è chiamato a spendere
le proprie energie e le proprie risorse e delineare gli obiettivi, soprattutto per i nuovi lavori, il mondo degli atipici e dei parasubordinati. Ricorda Epifani: «Una volta entravi in fabbrica e in due ore avvicinavi sei mila persone. Ora in un anno riesci al massimo a fare mille iscritti». Film e libro rappresentano una testimonianza di orgoglio, ma anche un prodotto didattico, per non disperdere la memoria. Con qualche lacuna, come l’assenza (se non in una breve citazione di Lama) di una figura come quella di Vittorio Foa. O il mancato riconoscimento all’opera di Fernando Santi. Ma avremmo
voluto aggiungere altri testimoni dell’epoca come Piero Boni, Nella
Marcellino… Così come avremmo approfondito pagine importanti:
l’autocritica degli anni 50, la lotta politica sulla scelta dei consigli e l’unità sindacale, la sconfitta alla Fiat, il programma fondamentale
su solidarietà e diritti… Ma ci vorrebbe un film ben più lungo di 73
minuti…