Le forbici sullo Stato sociale

09/06/2003


 
 sabato 7/6/2003
Pagina 12 – Cronaca
 
 
Le forbici sullo Stato sociale
Addio sussidi e servizi: così i cittadini pagano la stretta
welfare
          In realtà Regioni e Comuni sono costretti da tempo a fare economie sugli aiuti ai deboli
          La Finanziaria che ha ridotto i fondi da trasferire alle città è stata solo l´ultimo segnale

          GIANCARLO MOLA


          ROMA – La crisi dello stato sociale è l´assegno di 360 euro al mese che in tre anni ha sostenuto duecentomila italiani indigenti. Era il cosiddetto reddito minimo di inserimento. Era, perché dal 30 giugno la sperimentazione sarà chiusa. Ma la crisi del welfare è anche il taglio al fondo per gli affitti delle famiglie più bisognose, un contributo annuo fino a seimila euro. A cui quest´anno dovranno rinunciare 77.000 famiglie. Non è finita: nel 2002-2003 le scuole italiane hanno fatto posto a ottomila nuovi alunni disabili. Ma nello stesso periodo gli insegnanti di sostegno sono diminuiti di cinquecento unità e per il prossimo anno è all´orizzonte un ulteriore taglio di mille posti. E poi mancano i posti negli asili, migliaia di famiglie sono in lista d´attesa: il Nord copre il 93 per cento della domanda, al sud non si arriva all´ottanta.
          Sì, la crisi del welfare è soprattutto questione di numeri: cifre che spariscono dal bilancio dello Stato, diventando così tagli di servizi. Per fronteggiare le emergenze, spesso bisogna ricorrere agli artifici contabili. Tre giorni fa la Camera ha salvato l´assegno per il terzo figlio. In Finanziaria c´erano 33 milioni di euro, ne servivano 150. Il governo è stato costretto ad attingere ai fondi, provvidenzialmente non utilizzati, delle pensioni minime.
          La stretta del governo di Silvio Berlusconi sta mettendo in difficoltà soprattutto Regioni e Comuni, che sono i veri erogatori dei servizi. La Finanziaria ha tagliato del 2 per cento i trasferimenti alle città e i sindaci, alla fine, si sono trovati con 900 milioni di euro in meno. Dove tagliare? Visto che il 40 per cento delle spese dei Comuni riguarda i servizi ai cittadini e che le altre voci (come personale e mutui) sono praticamente fisse, c´è poco da scegliere. «L´analisi fatta dalla Corte dei conti lo scorso anno toglie ogni dubbio: a una decurtazione della spesa corrisponde automaticamente una decurtazione dei servizi», spiega il presidente dell´Anci e sindaco di Firenze Leonardo Domenici. Che aggiunge: «Lavoriamo con un laccio intorno al collo. Abbiamo poche risorse ma soprattutto poca autonomia. Per far quadrare i conti siamo costretti a fare operazioni di finanza straordinaria, ma non possiamo andare avanti così all´infinito».
          Le Regioni non stanno meglio. Il governo aveva proposto di dimezzare il Fondo nazionale per le politiche sociali. C´è stata un´insurrezione. «Sono stato il primo a dare battaglia», spiega Antonio De Poli, Udc, assessore veneto per le Politiche sociali e coordinatore delle Regioni sulla materia. «Abbiamo vinto, siano soddisfatti e anche ottimisti per il futuro. Ma ci vuole certezza, non si può ogni anno fare la guerra».
          Dopo la rivolta dei governatori, infatti, il ministro del Welfare Roberto Maroni ha fatto retromarcia: quasi 900 milioni di euro alle Regioni, contro il 770 dell´anno precedente. Cifre da leggere, però. Se si detraggono i 161 milioni vincolati a una nuova misura – i contributi agli sposini che decidono di acquistare casa – e i 35 destinati alle ultime rate del reddito minimo d´inserimento (che negli scorsi anni godeva di fondi aggiuntivi), ci si accorge che le Regioni possono contare su 700 milioni di euro. «Il taglio, di fatto, c´è stato», dice l´assessore ai servizi sociali dell´Emilia Romagna Gianluca Borghi. «E se si va avanti di questo passo in futuro non saremo in grado di mantenere gli standard di oggi».
          La vera emergenza riguarda adesso il reddito minimo di inserimento. Era stato introdotto dal centrosinistra in forma sperimentale. Con l´obiettivo di farne dal 2004 una misura generalizzata. «L´esperimento è andato male, bisogna cambiare registro», dice il sottosegretario al Welfare Maria Grazia Sestini. «Per il futuro puntiamo su un reddito di ultima istanza, per sostenere solo chi si trova in condizioni di vera povertà. L´idea è modulare il contributo a seconda delle aree del paese: 500 euro a Milano valgono molto meno di 500 euro a Cosenza».
          Sul reddito minimo la valutazione non è però unanime. «Lo vadano a dire alle quattromila famiglie di Napoli che è stato un fiasco», attacca Livia Turco responsabile Ds per il welfare. «I problemi, certo, non sono mancati. Ma nella stragrande maggioranza dei casi è andato benissimo. Anche perché non era solo un assegno ma un piano concreto di inserimento sociale».
          Il passaggio al nuovo stato sociale proposto dal governo, fra l´altro, marcia nell´incertezza. La denuncia arriva dai sindacati. «I tavoli di discussione sul libro bianco sono praticamente fermi», accusa Achille Passoni segretario confederale della Cgil. Che aggiunge: «Il gioco è chiaro. Il governo, per finanziare le sue politiche fiscali, ha esaurito le risorse per i servizi sociali. Ha tagliato, e continuerà a farlo negli anni a venire. Fino a quando non verrà a dirci: non ci sono più soldi per le politiche pubbliche, l´unica via di sopravvivenza è affidarsi ai privati».
          L´Europa, intanto, continua ad allontanarsi. «Nella lotta all´esclusione sociale – afferma la sociologa Chiara Saraceno – l´Italia è la pecora nera. E soprattutto per anziani non autosufficienti e bambini siamo a un passo dall´emergenza. Basti pensare che una domanda di iscrizione all´asilo nido su quattro viene rigettata per mancanza di posti». Il problema è confermato dall´Eurostat, che ha calcolato l´incisività delle politiche sociali. In Italia, se lo Stato interrompesse l´erogazione di servizi assistenziali, la percentuale di popolazione a rischio di povertà salirebbe pochissimo: dal 18 al 21 per cento. In Svezia, tanto per capire, dal 9 al 28 per cento.