Le due Italie rallentano la corsa in Europa

26/07/2002


26 luglio 2002


Le due Italie rallentano la corsa in Europa
di Valerio Castronovo

I dati sul reddito 2001 dei Quindici della Ue – diffusi nei giorni scorsi da Eurostat – hanno risuscitato una vecchia e mai sopita questione: ovvero, se il nostro sia un Paese di prima o di seconda fila. Non già perché si metta in dubbio l’appartenenza degli italiani a quel 10% della popolazione mondiale più ricca, caratterizzata da un elevato livello di benessere, in quanto ne facciamo ormai parte da parecchio tempo ancorché sovente non si voglia riconoscerlo apertamente, o per certi inveterati pregiudizi ideologici o a scanso di maggiori responsabilità nella lotta alla povertà del Quarto mondo. Le perplessità e gli interrogativi scaturiscono piuttosto dal fatto che l’Italia occupa una posizione tutt’altro che brillante nella graduatoria europea in ordine al reddito procapite. Giacché figuriamo non solo dietro ai principali Paesi dell’Unione europea, ma al di sotto anche della media comunitaria. Come cent’anni fa. Se si considera che dopo di noi seguono nella graduatoria Spagna, Portogallo e Grecia, viene da pensare che l’Italia sia rimasta sostanzialmente ferma, al confronto con l’Europa nord e centro-occidentale, più o meno allo stesso posto in cui si trovava cent’anni fa, all’inizio del Novecento. Oltretutto, essa ha perso terreno rispetto ad alcuni Paesi del Settentrione europeo, che a quell’epoca vivevano in condizioni di estrema indigenza o peggiori delle nostre, come l’Irlanda e la Finlandia. Eppure di progressi ne abbiamo ben fatti nel frattempo: tant’è che nel 1986, dopo una lunga rincorsa, eravamo riusciti a sorpassare la Gran Bretagna sia nell’entità complessiva del Pil sia nel reddito per abitante, stando ai calcoli dell’Istat che includevano peraltro l’"economia sommersa". A quella data anche il divario con la Francia risultava notevolmente accorciato e così pure con la Germania federale. Si ritenne perciò che non avessero più fondamento i timori di una retrocessione dell’Italia, così preminenti un decennio prima quando il nostro Paese era stato ammesso per la porta di servizio (grazie unicamente ai buoni uffici di Washington) al primo vertice dei Grandi dell’Occidente. E la Banca d’Italia aveva dovuto impegnare parte delle sue riserve a garanzia dei prestiti concessici da Bonn, in aggiunta alle aperture di credito del Fondo monetario internazionale e della Comunità europea. Le ipoteche. Senonché, dietro l’exploit che aveva portato l’Italia a diventare la quinta o sesta potenza industriale del mondo, molte erano le ipoteche che sovrastavano l’economia e la società italiana: un enorme disavanzo nei conti dello Stato; un debito pubblico altrettanto ingente, destinato a crescere a dismisura sino a toccare nel 1994 il 125% del Pil (com’era avvenuto nel 1921, in seguito alle eccezionali spese di guerra del primo conflitto mondiale, e nel 1943, in uno dei tornanti più drammatici della storia nazionale); un’inflazione che veleggiava intorno alle due cifre; un divario fra Nord e Sud tornato ad allargarsi, al pari della forbice fra agricoltura e industria. I cambiamenti. Da allora molte cose sono cambiate, in seguito a un duplice ordine di motivi. Da un lato, l’eclisse della partitocrazia e del consociativismo, le cui logiche assistenziali e la prassi del voto di scambioavevano concorso a un’espansione indiscriminata della spesa pubblica. Dall’altro, il progressivo allineamento delle politiche economiche e di bilancio ai parametri di convergenza sottoscritti col trattato di Maastricht. Sicché, nel 1997, alla vigilia dell’ammissionedell’Italia all’Unione monetaria, il reddito di 30 milioni di lire per abitante (10 in meno di quello di una superpotenza come gli Stati Uniti) non risultava più esposto come in passato a gravi e reiterati rischi di deprezzamento e di erosione. Tuttavia abbiamo continuato a trascinarci dietro un pesante squilibrio di ordine strutturale, come il forte divario fra una parte del Mezzogiorno e il resto d’Italia. Ed è soprattutto a questo dualismo che va addebitato il fatto che il nostro Paese è oggi tra i fanalini di coda in Europa quanto al reddito procapite. È pur vero che non siamo gli unici, nell’ambito della Ue, ad accusare vistose disparità economiche regionali. Ma è anche un fatto che gli stanziamenti dei Fondi strutturali europei per programmi di sviluppo a medio termine, di cui abbiamo beneficiato, non hanno sortito risultati altrettanto consistenti come in Irlanda e in Spagna. Non già perché siamo stati penalizzati dai parametri stabiliti a Bruxelles per la ripartizione di tali contributi fra le regioni "in ritardo di sviluppo", bensì per la scarsa aderenza di alcuni enti locali alle procedure e ai requisiti richiesti per il finanziamento, o per i ritardi burocratici accumulati in fase istruttoria, o, ancora, per l’abitudine contratta da tanti notabili di puntare su altre forme di sovvenzione più a portata di mano come quelle costituite dai trasferimenti pubblici. Due Italie. Sta di fatto che la quota attuale del reddito procapite che relega il nostro Paese al quart’ultimo posto della Ue è la somma di due situazioni nettamente divergenti. Da un lato, un gruppo di regioni del Nord (come Lombardia, Emilia Romagna, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto) che rientrano nelle prime 25 aree europee più affluenti; dall’altro, uno stuolo di regioni del Sud (dalla Calabria, alla Basilicata, dalla Sardegna alla Sicilia, alla Campania) che risultano fra le aree più deboli o comunque meno abbienti. C’è un unico dato positivo da registrare, a giudicare dalle valutazioni di Eurostat, ed è il maggior valore del reddito procapite in termini di potere d’acquisto. Giacché, sulla base di questo standard, l’Italia si colloca all’ottavo posto, subito dopo la Germania e prima di Gran Bretagna, Svezia e Francia. Ciò sta a indicare il successo riportato sul fronte dell’inflazione, che ha rappresentato, come sappiamo, una delle credenziali per il nostro ingresso nella zona euro e ci ha consentito finora di tener fede al Patto di stabilità. Nuove politiche. Ma è evidente come sia ora necessario agire con altrettanta determinazione per ridurre sensibilmente il dualismo fra le due sezioni del Paese assecondando al Sud un processo di sviluppo autopropulsivo mediante nuove politiche attive del lavoro, un robusto equipaggiamento infrastrutturale, misure più energiche contro la criminalità organizzata. E ciò per sbloccare infine una situazione cronica così profondamente sperequata nella distribuzione della ricchezza a livello nazionale, come quella che vede quasi tutte le 30 e più province del Mezzogiorno relegate in fondo alla classifica del reddito procapite. Il resto, il miglioramento della nostra posizione su scala europea, verrà di conseguenza