Le due facce del part time

10/04/2002



Le due facce del part time
L’orario buono e quello cattivo. La Cgil boccia il Libro bianco


ANTONIO SCIOTTO


Il part time, secondo i sindacati, ha due facce, come le medaglie. C’è quello «buono», che concilia le esigenze dell’organizzazione aziendale con quelle dei lavoratori, e c’è poi il part-time «cattivo», imposto dal datore di lavoro a chi vorrebbe invece un orario full time. E la «cattiveria» di questo strumento, grazie al Libro Bianco del governo Berlusconi, si potrà moltiplicare a dismisura, dato che il testo dell’esecutivo punta ad aumentare gli spazi decisionali dei padroni, tutto a danno dei lavoratori. L’articolo sopra spiega dettagliatamente le riforme proposte da Maroni & company, noi cercheremo invece di vedere come oggi i part timers italiani vivano concretamente il loro rapporto di lavoro, e come sarebbe opportuno disegnare l’uso del part time per gli anni futuri in modo che esso non sia squilibrato solo a favore di una parte. Se nel 2000 i lavoratori part time erano 1.778.000, cresciuti del 26% dal 1997 al 2000, si deve sottolineare che questo strumento è diffuso soprattutto tra le donne (riguarda il 13,1% delle occupate dipendenti, a fronte del 6,3% dei dipendenti complessivi). Comprensibilmente, dato che è possibile conciliarlo con la vita familiare. Eppure ci sono donne che lottano per ottenere un orario part time, e altre invece che lo subiscono, costrette a lavorare 16 o 20 ore a settimana, quando vorrebbero lavorarne 36 o 40.

«Nel settore del commercio – spiega Marinella Meschieri, della segreteria nazionale Filcams Cgil – il part time è utilizzato moltissimo, tanto che ormai nei super e ipermercati coinvolge il 60-70% dei nuovi assunti. Anche nelle pulizie e nella ristorazione è utile all’organizzazione aziendale, dovendosi essa adattare soprattutto agli orari dei clienti. Ma questo ricorso così diffuso genera spesso degli abusi nei confronti dei lavoratori: molte donne, soprattutto nel Sud, devono accettare contratti con poche ore di lavoro pur di avere un posto, mentre avrebbero bisogno di impieghi a tempo pieno o comunque più consistenti». «E’ per questo – aggiunge – che le nostre trattative hanno sempre puntato ad aumentare le ore settimanali e ad ottenere buone maggiorazioni per quelle supplementari, cui le imprese fanno ampio ricorso. Senza contare che a fine anno ci sediamo al tavolo con gli imprenditori per consolidare le ore supplementari nell’orario di lavoro, così come è previsto dalla legge. Un altro abuso molto diffuso, poi, è il non rispetto delle clausole elastiche (la possibilità per il padrone di modificare l’orario, previo consenso del lavoratore e in cambio di una maggiorazione, ndr), o addirittura il cambiamento degli orari senza il consenso dei lavoratori. E tutto questo non capita soltanto nelle aziende private, ma in molti casi anche nelle cooperative, imprese che, almeno sulla carta, dovrebbero essere più rispettose dei diritti».

Dall’altro lato, c’è chi lotta per ottenere il part time. E’ il caso di molti lavoratori dell’industria, dove questo strumento è poco diffuso perché agli imprenditori conviene mantenere lo schema rigido degli orari tipico della classica fabbrica «fordista»: «C’è una contraddizione nel mondo imprenditoriale, che chiede più flessibilità solo quando è conveniente alle aziende e la rifiuta ai lavoratori che la richiedono per le proprie esigenze individuali», spiega Agostino Megale, presidente dell’Ires Cgil, fino a un anno fa segretario generale dei tessili Cgil. «Tra i tessili lavorano molte donne. Alla Cornegliani di Mantova, ad esempio, abbiamo dovuto condurre una difficile vertenza perché 170 di loro chiedevano il part time e la proprietà non voleva concederlo. Dopo varie ore di sciopero, lo abbiamo ottenuto per 100 di loro». Ma allora, se alcuni subiscono il part time e altri lo desiderano, dove sta la giusta misura?

«La flessibilità c’è già, ed è buona quando è fatta in accordo con i sindacati», risponde la Meschieri. «Basti pensare ai part time verticali concordati con grandi magazzini come Standa o Rinascente, dove alcuni dipendenti a tempo indeterminato lavorano solo 8 ore di sabato o 16 tra sabato e domenica. Spesso studenti, a cui un orario simile fa comodo, e che potranno all’occorrenza convertire i loro contratti per avere orari più ‘classici’. Dall’altro lato, si viene incontro all’esigenza, sempre più diffusa nel commercio, di coprire i week end. Il Libro Bianco vuole invece stravolgere le condizioni attuali, togliendo spazio alla contrattazione collettiva, eliminando il valore delle clausole elastiche e liberalizzando di fatto il ricorso al lavoro supplementare».

«La riforma dovrebbe mantenere l’impianto della legge attuale – conclude Megale – favorendo la richiesta volontaria da parte dei lavoratori, in modo che il part time sia scelto, libero e reversibile. Il Libro Bianco punta invece a dare mano libera al datore di lavoro sull’imposizione del lavoro supplementare, che oggi necessita del consenso dei lavoratori, e a togliere la possibilità di ripensamento sulle clausole elastiche. In più, bisognerebbe riattivare gli incentivi previsti dalla Legge Treu, finora rimasti sulla carta con i precedenti governi, e non finanziati da quello attuale. Il part time può essere un’ottima opportunità soprattutto per i cittadini del Sud, favorendo la redistribuzione del lavoro e l’uscita dal sommerso».