Le divergenze parallele (P.Ichino)

03/09/2007
    lunedì 3 settembre 2007

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      Sindacati, lo strano scontro sulla contrattazione

        Le divergenze parallele

          di Pietro Ichino

            Settembre, andiamo, è tempo di trattare. A più di tre anni dal clamoroso rifiuto opposto da Guglielmo Epifani alla Confindustria nel luglio 2004, ora dovrebbe finalmente aprirsi il negoziato sulla riforma della struttura della contrattazione collettiva. Il ritardo e la riluttanza con cui le parti tornano a discuterne potrebbero far pensare a divergenze difficilmente superabili; ma, sorprendentemente, nelle proposte dei protagonisti queste divergenze non compaiono affatto.

            La Cgil, come è noto, si batte per difendere la funzione e il peso del contratto collettivo nazionale, destinato a rimanere assolutamente inderogabile. Per questo aspetto non si discosta sostanzialmente dalla posizione della Cgil la proposta presentata nel settembre 2005 dalla Confindustria: anch’essa ribadisce con vigore la centralità e assoluta inderogabilità del contratto collettivo nazionale, riservando alla contrattazione aziendale la determinazione dei premi di produttività o redditività, purché sempre in aggiunta a quanto stabilito dal contratto nazionale. Neppure Cisl, Uil e Ugl, del resto, sembrano proporre qualche cosa di incisivamente diverso, salvo auspicare genericamente un «rilancio» della contrattazione aziendale.

            Ma allora perché tanto pathos intorno a questo scontro apparentemente privo di oggetto?

              La realtà è che il nostro sistema delle relazioni industriali da anni funziona molto male in diversi tra i settori più importanti; e chi ci è dentro lo sa benissimo. Molti dei contratti nazionali vengono rinnovati sistematicamente in grave o gravissimo ritardo. L’assetto disegnato dal protocollo del luglio 1993 — che pure ha avuto grandi meriti nell’aiutare il Paese a superare la crisi dei primi anni 90 — è ormai di fatto largamente disapplicato. La sola proposta che negli ultimi mesi è parsa farsi strada tra le parti contrapposte è quella di un aumento da due a tre anni della durata dei contratti nazionali: come prima del 1993; ma sarebbe, appunto, soltanto un ritorno al passato; comunque un pannicello caldo, forse addirittura controproducente.

              Nell’epoca dell’euro e della globalizzazione, la difficoltà con cui i contratti vengono rinnovati dipende essenzialmente dal fatto che essi pretendono di regolare, su scala nazionale, troppe cose in modo troppo rigido. Certo, di un contratto nazionale ci sarà ancora bisogno per tutte le imprese che non vogliono o non possono attivare la contrattazione decentrata; ma la riforma necessaria consiste nel permettere la negoziazione decentrata anche di regole diverse, dovunque a stipulare sia una coalizione sindacale che rappresenti la maggioranza dei lavoratori interessati. È indispensabile per consentire la sperimentazione di forme nuove di organizzazione del lavoro e della retribuzione; ed è proprio di questo che abbiamo bisogno.

              L’hanno capito i sindacati e gli imprenditori del settore chimico, come si è visto a maggio nell’ultimo rinnovo del loro contratto nazionale (ecco un punto di riferimento interessante per la trattativa interconfederale del prossimo autunno!). Ed è questo uno dei dieci punti programmatici indicati da Walter Veltroni per il Partito democratico: una riforma indispensabile perché possa prendere piede — e confrontarsi con il nostro modello di sindacalismo tradizionale — un sindacalismo nuovo, interessato ad aumentare le retribuzioni collegandone una porzione maggiore ai risultati individuali e collettivi, a scommettere sull’innovazione tecnica e organizzativa, a sperimentare liberamente quanto di meglio si offre nel panorama mondiale sul piano delle relazioni industriali. Ma a questo libero confronto tra modelli la nostra Confindustria è interessata?