Le dieci grandi preoccupazioni degli italiani

28/11/2005
    domenica 27 novembre 2005

    Pagina 5 Primo Piano

    testi a cura di
    Raffaello Masci

      Le dieci grandi preoccupazioni degli italiani

        I prezzi in salita circondano gli italiani: appena usciti di casa (già quella, pagarla son dolori) al distributore di benzina. Al supermercato la lettura dei cartellini è diventata un supplizio, e mettere insieme il classico pranzo con la cena manda in crisi troppe famiglie. Nei negozi di abbigliamento, senza neppure prendere in considerazione le firme, un salasso. Poi ci sono luce, acqua, gas, spese condominiali, i figli da mandare a scuola. Tra l’arrivo dell’euro e il carovita che galoppa i conti di casa spesso richiedono la quadratura del cerchio. Né gli stipendi – o gli assegni di pensione – si sono adeguati al ritmo della corsa: lì i ritocchi verso l’alto si esprimono in decimali di punto. Tirare avanti è sempre più difficile.

        PREZZI
        1 – Il pranzo è salato

          Con buona pace delle rilevazioni ufficiali (pur accreditate di alta scientificità) i prezzi sono aumentati e le famiglie stanno vivendo questo fenomeno come un improvviso «impoverimento». Il Censis parla di «cupezza» della società italiana che dopo la stagione degli anni Novanta in cui si aveva un rapporto più disinvolto con il denaro, sta vivendo ora un momento di forte sfiducia legato proprio all’inarrestabile deflusso di denaro che la vita di tutti i giorni richiede. E’ vero che non è aumentato tutto, anzi alcune voci di spesa (come le telecomunicazioni) sono diminuite, «ma sono aumentati – dice Francesco Estrafallaces, ricercatore del dipartimento consumi del Censis – i generi di largo consumo e di prima necessità, come gli alimentari e l’abbigliamento non di lusso. Le famiglie si sono ritrovare improvvisamente con meno soldi da spendere e i comportamenti di consumo sono stati letteralmente scardinati». Di fronte a bilanci più magri, gli italiani hanno cominciato a spendere di meno, innescando una spirale negativa per il commercio e la produzione. Sarà colpa della recessione internazionale, ma è anche colpa dell’impatto che l’euro ha avuto: non solo per aver spinto alcuni prezzi verso l’alto, ma anche perché le monete metalliche non hanno dato agli italiani la percezione del loro valore effettivo. E qualcuno ci ha marciato. «Si nota – dice ancora Estrafallaces – che perfino le persone benestanti che non dovrebbero temere l’aumento degli alimentari, tendono a spendere di meno e ad accumulare: tipico segnale di sfiducia nel presente e nell’immediato futuro».

          LAVORO
          2 – Largo ai precari

            Precarietà non è sempre povertà, ma quasi. E comunque è insicurezza strisciante, senza possibilità di fare progetti a lungo termine. Oggi un giovane può essere assunto con 48 formule contrattuali diverse, tutte instabili. I lavoratori a tempo determinato sono 1 milione e 700 mila. Le lavoratrici (perché sono quasi tutte donne) impegnate a part-time ammontano a 2 milioni e 800 mila. I collaboratori «puri», cioè gli ex co.co.co, sono oltre un milione, il loro reddito annuale lordo è in media di 11 mila euro, la loro posizione previdenziale è varia ma anch’essa precaria. Al Sud la situazione è ancora più difficile: il tasso di occupazione è sceso di 2 punti nell’ultimo anno. E’ cresciuto invece il lavoro nero: se in Italia la media è del 18% (comunque grave) nel Mezzogiorno è del 22% e in Calabria sfiora il 30%. La precarietà riguarda soprattutto i giovani: il 70% degli under 35 assunti negli ultimi anni ha uno dei 48 contratti «leggeri», e non è vero che questa «flessibilità» è il primo passo verso un lavoro stabile e duraturo. Lo è stato per tutti gli anni ‘90, ai tempi dei contratti di «formazione-lavoro» quando il 40% veniva poi assunto, oggi il passaggio tra precarietà e lavoro stabile non supera il 21% dei casi.

            CASA
            3 – Il mutuo impossibile

              l detto «due cuori e una capanna» vale solo per la prima parte (i cuori), quanto alla capanna è un miraggio. Dieci anni fa un metalmeccanico poteva ancora comprarsi un alloggio con 10 annualità di stipendio. Oggi ne servono 15,5. «L’acquisto della casa è proibitivo nelle città – dice Stefano Sanpaolo del Censis – in quanto l’offerta è rigida e anche se l’accesso ai mutui è più facile, grazie al ridotto costo del denaro, di fatto la possibilità di indebitarsi non è data a chi ne avrebbe maggiore necessità, cioè le giovani coppie». Il problema casa dunque, secondo il Censis, si incrocia con quello del lavoro: precarietà occupazionale porta incertezza di reddito e quindi scarse possibilità di accedere a finanziamenti. Ma la vera emergenza è per gli affitti, «specie per redditi bassi e gli immigrati nelle grandi città – dice ancora Sanpaolo – siamo di fronte ad una crescita del 45% dei prezzi dal 2000 a oggi, con un forte fenomeno di speculazione».

              STIPENDI
              4 -La busta leggera

                Con buona pace dell’Istat che ieri ha fornito i dati sulle retribuzioni (+3% su base annua, + 0,1% rispetto al mese precedente), gli stipendi sono diminuiti e gli italiani hanno meno soldi. «Ci sono due ordini di motivi alla base di questo fenomeno – spiega Claudio Treves della Cgil – il primo è che i contratti si rinnovano in media dopo 12-18 mesi dalla loro scadenza, così che i lavoratori spendono al prezzo di oggi ma hanno in tasca lo stipendio di un anno e mezzo fa. Il secondo motivo è che il drenaggio fiscale (cioè l’aumento dell’aliquota che scatta con l’incremento di stipendio) che dovrebbe essere restituito in base ad una precisa norma contrattuale, di fatto resta nelle casse dello Stato». In tutto questo c’è da ricordare che a oggi ci sono molte categorie che sono senza contratto: 1 milione e mezzo di metalmeccanici e 30 mila lavoratori delle telecomunicazioni. I 400 mila alimentaristi hanno rinnovato appena ora mentre tra quindici giorni scade il contratto degli 800 mila lavoratori del turismo. Ma per assicurarsi un adeguamento retributivo, la firma del contratto non è tutto: dei tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici, per dire, che hanno firmato un accordo a maggio, solo gli insegnanti e i ministeriali vedranno qualche lira prima di Natale. Per gli altri (e sono oltre 2 milioni e mezzo) bisognerà attendere momenti migliori.

                BENZINA E GASOLIO
                5 – Stangata:+900 euro

                  Il 47,8% della popolazione – secondo l’ultimo annuario Istat – ha dichiarato che la propria situazione economica è sensibilmente peggiorata rispetto all’anno precedente. Il primo responsabile di questa situazione è il petrolio, il cui prezzo è triplicato negli ultimi cinque anni. Secondo Federconsumatori, l’aumento del greggio ha pesato, nel solo 2005, per circa 900 euro l’anno sul bilancio medio delle famiglie italiane. La maggiore tra le voci che compongono questa stangata è la benzina: 300 euro di spesa in più. 145 euro se ne stanno andando, poi, in aumenti del riscaldamento, e altri 40 per l’incremento della bolletta elettrica, per non dire del gas che ci costerà almeno 90 euro in più l’anno, con la prospettiva di rincarare ulteriormente nell’anno venturo. Ma c’è anche una materia prima che nessuno sa di aver comprato ed è la «virgin naphta» – base per vernici, plastiche e detersivi – che ha determinato da sola un esborso aggiuntivo per le famiglie di 200 euro l’anno. L’aumento del petrolio ha inciso poi sui processi di produzione e sui trasporti, facendo lievitare i prezzi dei prodotti finiti. Un prelievo automatico al quale le famiglie non hanno potuto sottrarsi in alcun modo. Al governo era stato chiesto di intervenire almeno con sgravi fiscali sull’Iva della benzina o congelando l’accisa. Niente di tutto questo è stato fatto, così come non si è pensato ad un piano di sviluppo delle energie alternative.

                  TRASPORTI
                  6 – L’autobus non c’è

                    Se la benzina costa cara, non serve a nulla predicare sull’utilizzo dei trasporti pubblici. Secondo uno studio della Filt-Cgil, gli standard di efficienza sono talmente bassi che non si riesce ad intercettare l’utenza: solo il 14% della popolazione delle grandi città fa ricorso ad autobus e metropolitane. La prima ragione è che i mezzi sono pochi rispetto alle esigenze, e le seconde si contano sulle dita di una mano. Senza dire dei tempi: l’attraversamento della città con mezzi pubblici può richiedere anche un’ora e mezza. Poiché l’obiettivo sarebbe quello di avvicinare al trasporto pubblico almeno il 40% dell’utenza – dice ancora la Cgil – entro il 2011, una legge del 1998 (la 194) stabiliva – per dire solo uno dei tanti progetti abbandonati – che per il parco mezzi si spendessero 100,7 milioni di euro l’anno fino a quella data. La risposta a questa esigenza è che per il prossimo triennio questa voce di spesa non potrà superare i 40,2 milioni.

                    DEBITI
                    7 – Una rata per tutto

                      Anche la spesa al supermercato si fa a rate. Il credito al consumo, secondo Assoimpegno (che raccoglie una cinquantina di istituti di credito specializzati) è cresciuto nella sola ricca città di Milano del 5% solo da gennaio scorso a oggi. In Italia l’aumento è pari all’8,2% per quanto riguarda il numero dei prestiti, mentre il valore dei crediti erogati è passato da 535 milioni di euro a più di 567 milioni. A ricorrere a questo genere di finanziamento sono soprattutto giovani coppie, anziani in difficoltà ed extracomunitari, dice l’inchiesta. E c’è anche chi si impegna i beni, senza avere peraltro possibilità di riscattarli: «Le giacenze – spiega Ivano Caldera, responsabile della funzione credito della Banca regionale europea – non superano il 4,5% e vanno ad alimentare il mercato delle aste».

                      ENERGIA
                      8 – Famiglie in bolletta

                        Ci si sono messi anche i comuni, gli altri enti locali e le società fornitrici di servizi. La liberalizzazione doveva mettere più soggetti in concorrenza tra loro: non più un’unico fornitore di elettrictà, non più un unico erogatore dell’acqua, eccetera. Secondo i legislatori il risultato del mercato sarebbe stato un abbassamento dei costi e le tasse sarebbero diventate libere tariffe con grande soddisfazione di tutti. Invece è successo il contrario: alcuni servizi sono rimasti oligopoli (se non monopoli), i comuni si sono trovati senza soldi e hanno messo mano alle bollette dei servizi. Così, da tre anni a questa parte paghiamo di più di gas, elettricità, acqua, raccolta dei rifiuti solidi urbani, trasporti pubblici. Solo l’elettricità si sa già che ci costerà il 3,3% in più, e per il gas siamo a più 5,5%. Presto toccherà alle autostrade.

                        PENSIONI
                        9 – Aumenti minimi

                          Le pensioni sono un altro motivo di stress fortissimo per gli italiani. Dalla riforma Dini (1995) gli adeguamenti degli assegni mensili recuperano solo lo 0,75 dell’inflazione. «Ora – dice Claudio Treves, del dipartimento delle politiche del lavoro della Cgil – poiché l’inflazione presa in considerazione è quella ufficiale e programmata, di fatto le pensioni sono il reddito più penalizzato dal 2001». Ma se oggi le cose vanno male, domani potrebbero andare peggio: «Tutti i giovani che lavorano con contratti anomali percepiscono contributi previdenziali del 17%, irrisori – dice ancora Treves – in un sistema di calcolo di tipo contributivo e non più retributivo. Il risultato sarà una bomba previdenziale che continuiamo ad alimentare. Il continuo dibattere poi sull’innalzamento dell’età pensionabile contribuisce solo a generare incertezza».

                          SPESA SOCIALE
                          10 – Welfare ridotto

                            Vogliamo risparmiare sulla nettezza urbana e l’acqua? Allora dovremo rinunciare alle mense scolastiche. L’alternativa non è così secca, ma il senso è questo: molti servizi del welfare non potranno più essere garantiti – hanno detto i comuni italiani attraverso la loro associazione (Anci) – se la Finanziaria taglierà il 7% dei trasferimenti agli enti locali. Questo problema, visto dalla parte dei cittadini, vuol dire che o si aumentano le entrate comunali, con l’incremento delle tariffe o attraverso l’aliquota dell’Ici, oppure la coperta sarà irrimediabilmente corta. Il governo non è insensibile a queste tematiche, tuttavia ha ridotto il fondo sociale, e con i 700 milioni di euro risparmiati con lo slittamento della riforma del Tfr sta pensando di estendere il bonus-bebè anche al 2006: costo 500 milioni. Iniziativa lodevole, ma pur sempre «una tantum». Peccato che quei bebè potrebbero non trovarsi un asilo nido. Quanto ai loro nonni non autosufficienti, ancora peggio. Durante lo sciopero di ieri, la Cisl ha posto la questione come «priorità sociale assoluta».