Le delocalizzazioni portano via un posto su dieci

27/09/2004


        venerdì 24 settembre 2004

        Le delocalizzazioni portano via un posto su dieci
        Rapporto Ue sull’occupazione: il 7,3% delle perdite di impiego è causato da outsourcing e trasferimenti

        GIOVANNA FERRARA

        Che le delocalizzazioni avessero dei «costi sociali» si sapeva. Ora però Bruxelles quantifica quei costi in cifre: il 7,3% di tutti i posti persi in Europa sono direttamente riconducibili al fenomeno degli spostamenti a vario titolo delle produzioni: «commesse» esterne e trasferimenti in paesi «più convenienti». I dati sono contenuti nel rapporto sull’«occupazione Ue nel 2004» che la commissione europea ha diffuso ieri. Nello stilare l’indagine gli esperti del centro di monitoraggio sui cambiamenti nel lavoro hanno infatti suddiviso le delocalizzazioni in due segmenti: outsourcing e spostamenti di produzione, in modo da riuscire ad analizzare il fenomeno nella sua interezza. Gli effetti dei due diversi tipi sono pressoché analoghi. Solo che incidono sul tasso di disoccupazione in maniera differente. Meno penalizzante per i lavoratori è infatti l’affidamento all’esterno (outsourcing) di alcune operazioni, producendo «solo» il 2,46% di licenziamenti. La percentuale aumenta fino al 4,8% se si prendono invece in considerazione i casi di delocalizzazione «pura» (quelli, cioè, in cui un’impresa smantella i suoi stabilimenti su un territorio per crearne di nuovi in paesi con meno regole e salari più bassi). I casi complessivamente esaminati sono stati 1.472. In proporzione sono state molto di più le delocalizzazioni extra Unione europea (soprattutto in India) a fronte di quelle all’interno dei confini comunitari (sia pre che post integrazione). Difatti Bruxelles ha sottolineato che l’allargamento a 25 ha rappresentato una «mini mondializzazione» dalle conseguenze non traumatiche, aggiungendo tuttavia che «in un futuro prossimo si produrranno delle variazioni più repentine e brusche a causa delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e dei servizi connessi, cosa che accelererà un po’ il ritmo delle ristrutturazioni».

        In pratica, nei prossimi anni le delocalizzazioni produrranno anche disoccupazione tecnologica, che deriva dall’introduzione di nuovi meccanismi in grado di far «risparmiare» all’impresa sul costo del lavoro, la prima voce presa in considerazione dalle aziende in cerca di riduzione delle spese. Per quanto emerso, è la stessa Commissione europea a sottolineare come si faccia «molta fatica a centrare entro il 2010 gli obiettivi di Lisbona relativi ai tassi di impiego (70% dell’intera popolazione europea; 60% per le donne e 50% per i lavoratori anziani, ndr)». Ma immediatamente dopo viene aggiunto che la strada da percorrere è quella della «maggiore flessibilità».

        La contraddizione, pertanto, rimane intatta: agli effetti della globalizzazione si pensa di rimediare con le misure che proprio delle globalizzazione sono figlie. Si fa, tuttavia, riferimento anche ad altri tipi di «correttivi»: coinvolgimento dei «partner sociali nella gestione del processo», rispetto delle normative riguardanti i licenziamenti e la consultazione diretta dei lavoratori. Infine, attivazione degli strumenti per la «riconversione della manodopera». Tra questi ultimi si menzionano i fondi europei (quelli per lo sviluppo regionale e sociale).

        Sulla questione occupazione va, infine, ricordata un’altra proposta avanzata sempre da Bruxelles: rivedere la direttiva del 1993 che disciplina a livello europeo la questione del «tempo lavorativo». Se, da un lato, si vuole vincolare la deroga aziendale all’orario di lavoro a un tetto massimo di 48 ore, dall’altro lato c’è in progetto la «correzione» dell’interpretazione fornita dalla Corte di giustizia europea, in base alla quale nell’orario complessivo confluisce tutto il tempo passato sul posto di lavoro, e non solo quello di effettivo esercizio di attività. La proposta va nel senso opposto, cosicché, ad esempio, si dovrebbero considerare «inattive» per i sanitari le ore di guardia notturne trascorse senza emergenze. In più, ogni paese avrebbe la possibilità di estendere a 12 mesi, dai 4 attuali, il periodo di riferimento per calcolare la settimana lavorativa. Anche per quest’ultima misura, dunque, la parola d’ordine è quella in voga al momento: flessibilità.