Le debolezze dell’Italia che invecchia

28/02/2003

28 febbraio 2003

IL FUTURO DELLO STATO SOCIALE
Assegni familiari, detrazioni fiscali, un part-time
più flessibile le possibili prime misure da adottare
IL RAPPORTO DELL’ONU
I dati confermano la flessione delle nascite:
un calo che ha ripercussioni sulla competitività
Le debolezze dell’Italia che invecchia
Nel 2050 popolazione diminuita del 22% ed età media oltre i 50 anni
Gli italiani scenderannoa 44 milioni, meno del 1950

di STEFANO SALIS
Non è propriamente un dato nuovo quello che emerge
dal Rapporto Onu sulla popolazione del mondo;
eppure i "primati" attribuiti all’Italia restano preoccupanti.
L’unica classifica che vede in testa il nostro Paese,
nell’articolata serie di tabelle predisposta dagli esperti del
Palazzo di Vetro, è infatti quella sul più basso tasso di
incremento naturale della popolazione.
E sarà un ulteriore peggioramento. Nel periodo
2000-2005 l’Italia è al 9° posto, preceduta, soprattutto, dai
Paesi dell’Est Europa con un tasso di crescita di -0,21 per
cento. Ma, nel lungo periodo (2045-2050) balzeremo in
testa con un preoccupante -0,94% annuale. Dietro l’Italia
altre nazioni come Lettonia, Russia, Slovenia. Ma non basta.
Questa statistica va incrociata con un’altra, che afferma
che l’Italia, dopo il Giappone, è la nazione del mondo con la
popolazione più vecchia. Se nel 2000 la media dell’età degli
italiani è stata di 40,2 anni (Giappone 41,3) nel 2050 la
nostra popolazione avrà in media 52,4 anni. Saremo superati
solo da Giappone, Slovenia e Lettonia. Insomma: l’Italia
invecchia e riduce la sua popolazione. Se dovesse proseguire
l’attuale tendenza, alla metà di questo secolo la popolazione
italiana sarà ridotta del 22% e la quota comprende anche
il flusso migratorio. Dai 57 milioni attuali, nel 2050 saremo
44 milioni, meno che nel 1950, quando, subito dopo la
Seconda guerra mondiale, gli italiani erano 47 milioni.
Entreremo in un ristretto (ma forse non troppo ambìto) club
di 33 Paesi che, secondo l’Onu, saranno più piccoli, in
termini di popolazione, di oggi. Dove primeggia uno sconfortante
-53% della Lettonia: un Paese in via di estinzione.
Ancora: in Italia, Giappone e Grecia ci sono almeno 1,5
persone oltre i 60 anni per ogni bambino e per il 2050
questa proporzione salirà fino a 4 ultrasessantenni ogni
bambino. Si preannuncia, dunque, un futuro sempre più
"con i capelli bianchi" per il nostro Paese. E, questo, è
naturale, non va bene. «È necessario che si abbia maggior
consapevolezza della gravità del fatto demografico», ci dice
Antonio Golini, ordinario di demografia a Roma. In questo
senso si spiegano le recenti uscite di Antonio Fazio o
dell’ex Ragioniere generale dello Stato, Andrea Monorchio.
Perché questi fenomeni si traducono in una perdita di
competitività del sistema-Paese.
«Non si fanno figli per una questione culturale — continua Golini —.
Le coppie sono poco propense a generare figli, perché "costano":
in termini economici, di opportunità di carriera, di prospettive».
Basti pensare che la provincia di Ferrara ha un tasso di
figli per donna di 0,87, un dato minimo per la sopravvivenza
di una popolazione; e la velocità del calo della fecondità
delle donne sarde, passata in pochi anni da tassi altissimi
ad essere la più bassa (con 1,0) insieme a quella della
Liguria ribadisce che si tratta di un fenomeno di natura
culturale. Ricchezza economica e culturale, insomma, mal
si coniugano con il desiderio di maternità. «Bisogna rimuovere
gli ostacoli, che siano di natura psicologica, sociale o
economica che limitano la natalità» dice Golini.
Mettere in piedi, e in fretta, politiche concrete di aiuto e
di sostegno per la famiglia. «Le coppie devono percepire
che la crescita di un bambino è un interesse collettivo:
ecco perché io sono favorevole agli assegni familiari, che
sono un aiuto "visibile" della società per i genitori, che
toccano con mano questa solidarietà». Le detrazioni fiscali,
invece, finiscono in un magma che rischia di perdersi
nella percezione della famiglia. «Ma ci vuole anche una
facilitazione e una flessibilità nel lavoro part-time». Tra le
tante cose che si nascondo nelle pieghe dei dati, le questioni
welfare e immigrazione. «Ogni anno in Italia ci sono
250mila giovani (tra i 20 e i 40 anni) in meno —conclude
Golini —. Se aggiungiamo la longevità degli italiani si
capisce come il peso dei più anziani, rispetto al totale della
popolazione, tenderà a crescere sempre di più in futuro».
Un dato che non può non preoccupare sugli sviluppi
dell’andamento pensionistico italiano del futuro (si veda
l’articolo a fianco). Ma anche l’emigrazione continuerà a
essere al centro delle dinamiche demografiche. Ogni anno,
da qui al 2050 ci saranno 2 milioni di emigranti in più: la
metà dei quali punterà sugli Usa, l’altrà meta interesserà
l’Europa. Cinesi, messicani, indiani: una marea di fuoriusciti
da monitorare, per non disordinare troppo le bilance
demografiche ma, allo stesso tempo, da accogliere per il
prezioso contributo che portano in quelle nazioni, dove —
per diversi motivi, e l’Italia è pieno titolo nel gruppo — i
bambini "si rifiutano" di nascere.