Le cooperative scoprono il gusto di crescere comprando

13/09/2005
    SUPPLEMENTO AFFARI & FINANZA

      Lunedì 12 settembre 2005

      FINANZA pag.29

        Le cooperative scoprono il gusto
        di crescere comprando

          GIORGIO LONARDI

            «Chi l’ha detto che su Esselunga ci abbiamo messo una pietra sopra?». Aldo Soldi, presidente dell’Ancc, l’Associazione delle Cooperative di Consumo fa un sorriso: «Se si aprisse uno spiraglio saremmo pronti a correre da Caprotti per acquistare la sua azienda. Purtroppo ora non ci sono negoziati ma noi siamo decisi. E se ci fosse un’opportunità non avremmo difficoltà a trovare le risorse finanziarie per l’operazione». Il gran capo delle Coop, dunque, fa capire che il «carburante» del sistema non è stato prosciugato dall’operazione BnlUnipol. Spiega: «L’impegno delle singole Cooperative per la ricapitalizzazione di Unipol non ha intaccato le nostre risorse».

            Non solo Unipol, dunque. E non solo Lega Coop, con il suo Dna in cui confluiscono i geni del vecchio Pci e quelli del vecchio Psi. Perché il movimento cooperativo ha un robusto filone cattolico costituito dalla Confcoooperative e un agile spezzone di matrice laica: l’Agci. Oggi la tendenza, anche se tra mille cautele e ripensamenti, è di andare verso una progressiva unificazione imposta sia dalla necessità di confrontarsi con una sola voce con il potere politico sia dalle opportunità del business. Prendiamo il caso di Granarolo, 852 milioni di fatturato nel 2004, leader nazionale nel settore del latte fresco. Ebbene, l’azienda guidata da Luciano Sita ha fra i suoi soci sia coop bianche che coop rosse dimostrando nei fatti che ormai le divisioni fanno parte del passato. E che oggi si possono fare grandi affari solo se si hanno grandi dimensioni.


            Proprio Granarolo dopo aver preso il controllo di fatto di Yomo (ma l’operazione va ancora perfezionata) sarebbe lanciata in una sfida da brivido: l’acquisizione di Parmalat, (3,86 miliardi di ricavi), una «preda» quattro volte più grande del predatore. Il condizionale è d’obbligo sia perché il management del gruppo bolognese si è chiuso in un rigido riserbo in vista della quotazione di Parmalat prevista in ottobre, sia per una serie di difficoltà oggettive. A cominciare dal probabile altolà dell’Antitrust che in passato ha stoppato il tentativo di Granarolo di rilevare la Centrale del Latte di Vicenza.


            Un altro aspetto della vicenda Parmalat che potrebbe risultare insidioso per il management Granarolo sono le richieste di risarcimenti per decine di miliardi di euro che il commissario Enrico Bondi ha rivolto nei confronti di decine di banche italiane ed estere sospettate di complicità nel crack Parmalat. Una vera e propria bomba ad orologeria perché nessuno sa o immagina come potranno finire le cause. Ma non basta. Perché è impossibile prevedere la quota di quei miliardi che finirà effettivamente nelle casse di Parmalat: 500 milioni, 5 miliardi oppure 10 o 15? Nessuno lo sa e questo rende difficile indicare un prezzo per un’ipotetica offerta su Parmalat. Ma soprattutto si tratta di una logica da gioco d’azzardo che non piace affatto a Luciano Sita, uomo d’industria più che di finanza.


            In effetti il colosso Granarolo fa parte della galassia ben più grande delle 6.500 coop alimentari che hanno un fatturato complessivo di ben 30 miliardi di euro contro gli 11 miliardi abbondanti delle Coop. Le stesse cooperative alimentari hanno creato un «coordinamento» affidato a Paolo Bruni, il presidente di FedagriConfcooperative, con 23 miliardi di ricavi di gran lunga l’associazione più forte del comparto. Una scelta importante che, nonostante la cautela della stesso Bruni, indica da una parte la volontà di costituire prima o poi una sola grande centrale cooperativa di settore. Mentre dall’altra sottolinea l’urgenza di affrontare la crisi del settore agroalimentare favorendo l’accorpamento fra le coop del comparto anche per poter finanziare gli investimenti in innovazione e ricerca.


            Forse non è un caso ma proprio nel settore agroalimentare si registrano alcuni dei segnali di maggiore vivacità del mondo cooperativo. Prendete l’esempio di Caviro, la coop produttrice del Tavernello, maggior produttore italiano di vino con 270 milioni di ricavi. Ebbene, Caviro ha creato una nuova società con Coprob, cooperativa operante nel settore dello zucchero e con altri due operatori del medesimo comparto: Finbieticola e Sadam. Lo scopo di Alcoplus, così si chiama la nuova azienda, è di produrre alcool di origine agricola per i biocarburanti.


            La sfida raccolta da Alcoplus è importante e si basa sulla volontà espressa dal governo di «tagliare» la benzina con il 2% di alcool attuando il piano di produzione di biocarburanti come stabilito da una direttiva dell’Unione Europea. La nuova società accorpando le distillerie dei soci situate a Faenza e a Ferrara è in grado di produrre cento milioni di litri di alcool etilico per un fatturato previsto di 50 milioni nel 2006.


            Insomma, Caviro dimostra coraggio e la volontà di avventurarsi in un settore nuovo come quello dei carburanti biologici. Però non dobbiamo dimenticare che ai primi posti della produzione vitivinicola italiana il mondo cooperativo è presente massicciamente. Basti ricordare il caso di Cavit, secondo esportatore italiano negli Usa dopo Cantine Riunite e prima del Giv, il Gruppo ItalianoVini, una società per azioni appartenente, però al mondo cooperativo.
            In effetti cresce il numero delle coop che costituiscono delle società per azioni a cui delegare l’export, la commercializzazione o il marketing mentre la cooperativa controllante diventa una sorta di holding. Ed è proprio questa la scelta effettuata dalla trentina Mezzacorona, 110 milioni di euro di ricavi, che ha affidato alla Nosio spa il ruolo di braccio operativo. La stessa Mezzacorona, spiega Claudio Rizzoli, amministratore delegato di Nosio, da una parte sta spingendo forte sull’export soprattutto in Germania dove è stata appena costituita una società, mentre dall’altra sta puntando le sue carte sulle due aziende acquistate in Sicilia: mille ettari nel Sud dell’isola che furono sequestrati alla famiglia Salvo, gli esattori della mafia.