Le coop saranno sempre meno «rosse»

15/02/2007
    martedì 13 febbraio 2007

    Pagina 15 – Economia & lavoro

    Le coop saranno sempre meno «rosse»

      L’assemblea bolognese di Legacoop: la sfida è la «grande casa comune delle cooperative»

        di Antonella Cardone

        «DIO È MORTO, Marx è morto e neanche le cooperative rosse si sentono tanto bene». Alla vigilia del congresso l’invito del presidente era stato chiaro: «Non chiamateci più coop rosse». Così ieri, all’assembleaa della Legacoop bolognese, davanti al buffet le battute dei cooperatori si sprecavano. Persino Sergio Cofferati, dal palco, non resiste alla tentazione, e rivolgendosi a Gianpiero Calzolari, motteggia: «Presidente, non ti preoccupare, continueranno a chiamarvi coop rosse, come io sono ancora l’ex segretario della Cgil».

        Calzolari, invece, appena rinominato all’unanimità a capo di un colosso che raccoglie 300 imprese per 12 miliardi di fatturato, non scherza affatto quando reclama l’addio all’etichetta che ha accompagnato il movimento nell’ultimo secolo e mezzo. Ripete che è il momento di chiarire «una totale autonomia dalla politica», perchè «noi non siamo acquisiti a nessuno. Nasciamo prima delle attuali formazioni politiche e contiamo di durare più a lungo di quelle che sorgono adesso. Noi vogliamo poter rivendicare autonomia anche rispetto al Partito democratico. Vogliamo giudicare le politiche per quelle che sono».

        A suo giudizio è il primo passo per superare, almeno sintatticamente, l’annosa querelle sul collateralismo tra mondo cooperativo e sinistra italiana. Del resto, argomenta Claudio Levorato, presidente Manutencoop ed ex dirigente Pci, «chiamarci coop rosse era un modo dispregiativo di definirci, per marginalizzarci come realtà economica e marcare la nostra differenza in negativo. Ciò non toglie, però, che la nostra storia resta quella, e non ce ne vergogniamo».

        Il sol dell’avvenire, adesso, è quello che illumina la strada verso l’unità cooperativa con le realtà finora bollate come «bianche» e «verdi», Confcooperative e Agci, con cui, spiega Calzolari, va costruita la grande «casa comune per le cooperative», dove la rappresentanza politica non sia mediata da alcun partito. Le fondamenta sarebbero a Bologna, e questa idea piace anche al sindaco Cofferati: «È giusto che le coop seguano la strada della autonomia, anche se occorrerà determinazione e la voglia di misurarsi in un mare aperto». Decisamente più scettici, invece, i cooperatori cattolici e repubblicani. «Noi non ci accontentiamo di declamazioni sull’autonomia», puntualizza il presidente di Confcooperative regionale, Luigi Marino, che rimanda la discussione a un imprecisato «livello nazionale» dove «approfondire temi come l’autonomia e il metodo cooperativo». Più possibilista il vicepresidente Agci emiliano-romagnolo, Massimo Mota, che come primo banco di prova suggerisce «la discussione si terrà presto a Bruxelles sulla omogeneizzazione delle normative degli Stati membri sulla cooperazione».

        Intanto, fuori dalla sala i lavoratori Unipol protestano per la decisione della compagnia assicurativa di dare in appalto alcuni servizi di call center. «Tolgono parte del lavoro a noi e la danno a precari per cui non è applicato il contratto nazionale. Unipol a parole parla di etica come fanno le altre cooperative, ma nei fatti si comportano in maniera uguale ad altre aziende che perseguono solo i profitti», sintetizza Gianni Lucarini della Fisac Cgil. Ad ascoltare lui e gli altri delegati, dopo aver allontanato i giornalisti, c’è Pierluigi Stefanini, presidente Unipol che, riferisce poi il sindacalista «ha preso atto delle nostre posizioni».