Le Coop e la finanza rossa

25/07/2005
    lunedì 25 luglio 2005

      Pagina 22

      COME CAMBIA LA MAPPA DEI LEGAMI TRA LA SINISTRA E L’ECONOMIA

        Le Coop e la finanza rossa
        Galassia dai mille padroni

          Una volta incarichi e strategie erano decisi alle Botteghe Oscure
          Ora i punti di riferimento sono molti e spesso in collisione tra loro

            analisi
            Stefano Lepri

              ROMA
              C’ERA una volta in Italia una banca che fu definita «banca del bolscevismo»; e non da un polemista politico da quattro soldi, da un economista serio seppur schierato come Maffeo Pantaleoni. Era quella stessa che qualche anno dopo da Mussolini fu rinominata «Banca nazionale del lavoro». Oggi si chiude il cerchio di un ricorso tanto bizzarro da sembrare costruito ad arte: la Bnl attraverso l’Unipol passa sotto il controllo del blocco più consistente, quello «rosso», delle cooperative, per fornire credito alle quali nel 1913 fu creata.

              Ma la «finanza rossa» di oggi non è più quella di prima, e anche dal fronte politico opposto si ha difficoltà a definirla. Se alcuni paventano che si consolidi un potente «partito-azienda» attorno ai Ds, immagine rovesciata di Forza Italia, altri vedono uscire da lì un raider dal fiato corto: Unipol, sostengono, non ce la farà a tenersi la troppo grossa Bnl, tra un anno o due la venderà, o ne venderà pezzi. I partiti-azienda sono più d’uno, e in gara, corregge il vicecoordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto. La Padania, insinua che sono personaggi come Giovanni Consorte, presidente della Unipol, a imporsi a un sistema politico fragile, non il contrario.

                Certo non è più quello di prima il legame che stringe le cooperative rosse alla sinistra politica e sindacale. Chissà se il distacco cominciò con la comparsa della frutta esotica o delle aragoste nei supermercati Coop, o nel 1986 con l’attacco di Bruno Trentin, allora segretario della Cgil, alle «imprese che si chiamano cooperative solo per avere esenzioni fiscali» e che non trattano i lavoratori meglio delle altre. Ora l’estrema sinistra alternativa organizza ironiche processioni di «San Precario» negli shopping malls all’americana delle Ipercoop, per condannare le assunzioni con contratti a termine.

                  Già 90 anni fa, a dire il vero, le cooperative spiegavano alla sinistra massimalista che bisognava stare sul mercato e fare concorrenza ai capitalisti su prezzi e qualità. Ma in tempi di guerra fredda la Legacoop era diventata una organizzazione collaterale del Pci, che ne sceglieva i dirigenti facendoli sedere nei suoi organismi centrali. I dirigenti di oggi delle cooperative hanno spesso la tessera Ds in tasca, però nella lista dei circa 400 membri del consiglio nazionale Ds non ne compaiono.

                  E i legami, chi li tiene? L’insieme dei poteri economici collegabili al partito oggi chiamato Ds appare come una galassia in crescita, sì, ma esplosa in frammenti che seguono rotte diverse, talvolta a rischio di collisione. E nel partito vige libertà di giudizio. Così, se Massimo D’Alema augura successo al progetto dell’Unipol di integrare banca e assicurazione, Laura Pennacchi, deputato ed ex sottosegretario al Tesoro, in primo luogo ritiene che i politici non debbano «esprimersi sull’auspicabilità o meno di questo o quell’affare», e da economista vede con «perplessità» quel tipo di integrazioni, anche perché «il settore assicurativo non è tra i più trasparenti».

                  Anche tra gli avversari, le valutazioni divergono. Un esponente del centro-destra come il senatore di Forza Italia Luigi Grillo, amico del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, quel progetto lo reputa «interessante» e valido per la Bnl, «che fino ad oggi è stata la peggio gestita delle grandi banche italiane». Altri obiettano che ci sarà qualche buona ragione se non viene condiviso nemmeno da tutta la Legacoop (a cui l’Unipol aderisce benché sia una SpA quotata in Borsa). E’ pubblico il dissenso di Turiddo Campaini, della potente Unicoop di Firenze, e di Silvano Ambrosetti della Coop Lombardia.

                  Ma come hanno deciso, i soci delle cooperative? Come già a proposito della Popolare di Lodi, i critici sollevano il problema di come si forma la volontà di queste imprese. Il paradosso è che oggi forme organizzative create in alternativa ai “padroni”, come le Coop o le Banche popolari (di origine cattolica) sembrano produrre capitani d’industria altrettanto spregiudicati, e forse meno controllati, di quelli del capitalismo privato; simili a certi manager americani con un azionariato troppo frammentato per disciplinarli.

                  Ne ragiona un esperto di lunga data come il senatore Ds Lanfranco Turci, che è stato presidente della Lega dal 1987 al 1992: «C’è nella forma organizzativa delle Coop il rischio di una autoreferenzialità del potere, che a sua volta può stimolare un bonapartismo dei manager. Al limite, possono avvenire degli abusi: l’esempio negativo è la cooperativa costruttori di Argenta» (implicata in tangenti e fallita nel 2003, ndr). Luigi Marino, il presidente delle rivali cooperative «bianche», ha chiesto: sono i cooperanti in grado di governare Unipol, o il management è diventato tanto autonomo da imporsi?

                  Gli organi centrali della Legacoop, anche secondo Turci, non coordinano molto: per esempio nella distribuzione commerciale Coop e Conad, entrambi aderenti alla Lega, seppur uniti in un consorzio per gli acquisti «sono come cane e gatto». E’ inevitabile che i singoli manager costruiscano propri rapporti con i politici, dei Ds soprattutto, ma anche di altri partiti. Primo riferimento è il responsabile economico dei Ds, carica di fatto ancora rivestita, pur se ora è responsabile per l’intero programma, da Pierluigi Bersani: un emiliano, ex presidente della regione, conoscitore del mondo cooperativo. Ma qualcuno, come Consorte, va direttamente da D’Alema, presidente del partito.

                  Il contrario dell’Unipol, ossia che tenda a fare il passo più corto della gamba, gli analisti finanziari lo dicono spesso del Monte dei Paschi di Siena: una SpA inclusa nella «finanza rossa» per via del tradizionale controllo esercitato da Comune e provincia di Siena, dove da sessant’anni le giunte sono sempre di sinistra. Ma da anni la cronaca registra beghe tra i Ds senesi (a cominciare dal sindaco Maurizio Cenni) e quelli nazionali a proposito del Monte. Come riferimento a Roma si fa il nome dell’ex ministro della Funzione Pubblica, Franco Bassanini; ma lui sostiene che non si è mai ingerito, si limita ad appoggiare, come senatore di Siena, le posizioni degli enti locali.

                    Il Monte dei Paschi ha detto no a entrare nella Bnl, prima quando glielo chiese Fazio, poi quando glielo ha chiesto D’Alema. Con loro, l’operazione Unipol si sarebbe presentata molto meglio, visto che si tratta di una banca. E i soldi che si mettono da una parte si devono levare da un’altra: a proposito di italianità da difendere, obietta l’ala recalcitrante delle Coop, non si rischia di indebolire la presenza nazionale più forte nella grande distribuzione, il marchio Coop, di fronte ai francesi di Auchan e Carrefour già robusti e al colosso Usa Wal-Mart che ha annunciato il suo arrivo?