Le colpe di chi lo chiamò traditore

01/07/2002


Sabato 29 Giugno 2002

LE COLPE DI CHI LO CHIAMÒ TRADITORE
di PAOLO POMBENI

LE LETTERE di Marco Biagi, dove non solo si lamenta della soppressione immotivata della sua scorta, ma accusa Cofferati di "criminalizzarlo", sono, per più di una ragione, un fatto inquietante. Chiariamo subito che la questione del conflitto aspro fra il leader sindacale e il consulente del governo non è una novità: non solo era nota a tanti, ma se ne è scritto già nei giorni dell’assassinio.
Oggi si tende a fare della filologia impropria su quelle espressioni. Cofferati nega di avere mai attaccato personalmente e direttamente Biagi, con cui non aveva avuto occasione d’incontro diretto. Non c’è ragione per non credergli. Tuttavia si può ben immaginare che Biagi usasse il nome di Cofferati non tanto per indicare colui che l’aveva attaccato direttamente (fra il resto in questo caso gli avrebbe evidentemente risposto, essendo persona molto attiva nei dibattiti e sulla stampa), ma il vertice di una campagna di durissima critica a lui che veniva dagli ambienti della sinistra. Negare che questa critica ci sia stata, ci sembra un po’ ingenuo, anche perché, onestamente, non è censurabile: quel sindacato si opponeva alla politica proposta da Biagi e, avesse torto o ragione a farlo, ciò rientrava nella sua responsabilità di parte sociale.
Il punto è però probabilmente un altro: Biagi si sentiva "criminalizzato", perché quell’attacco alle sue proposte non era fatto, come dice Cofferati, "con argomenti sindacali", ma verosimilmente con argomenti che definirei "politico-religiosi". Detto esplicitamente, a Biagi, che era stato socialista, che aveva lavorato anche con la Cgil, veniva rimproverato "il tradimento". Veniva considerato scandaloso che lui, che non era "di destra", lavorasse coi "padroni", si permettesse di pensare che i lavoratori avessero degli interessi reali diversi da quelli che il sindacato sosteneva di rappresentare.
Chiunque conosca e abbia sperimentato un poco queste vicende sa quanto questi schemi mentali siano diffusi e quanto gli intellettuali li trovino fastidiosi. Se posso dirlo: quante volte "L’Unità" ha definito "giornalista di destra" un editorialista solo perché ha sostenuto tesi che non condivideva? E’ probabile che nel caso specifico Biagi giudicasse Cofferati responsabile di non fermare e sanzionare i vari pasdaran che nel suo sindacato, se non nel suo entourage, si lasciavano disinvoltamente andare su questa china.
Ciò significa che il leader della Cgil ha una responsabilità nell’assassinio? Assolutamente no. La tesi che la radice di questo terrorismo sia in schegge impazzite dell’estremismo operaista ci lascia scettici, per la semplice ragione che se così fosse si vedrebbe una certa attività continua. Quando le Br cercarono di cavalcare quella tigre, fra sequestri e atti intimidatori contro dirigenti industriali e più o meno piccoli sabotaggi e azioni di presenza simbolica all’interno delle fabbriche, fu uno stillicidio. Non ci pare che attualmente si registri una fenomenologia di questo tipo.
Altro paio di maniche è la questione dei danni che può recare alla convivenza civile questa mentalità da scontro all’ultimo sangue. Vari osservatori notano che c’è stata una certa prudenza da parte della maggioranza di governo a cavalcare gli argomenti polemici che le lettere, improvvisamente saltate fuori da un cassetto, servivano su un piatto d’argento. Forse si comincia a capire che non vale la pena di assecondare questa moda deleteria di spargere veleni che tanti danni ha fatto e farà. Senza contare che davvero in questo caso è da dire: chi è senza peccato scagli la prima pietra, visto che sono più di due anni che assistiamo ad una ampia circolazione di invettive da guerra di religione.
Può anche darsi che nel comportamento del centro-destra ci siano anche ragioni strumentali: meglio non indebolire troppo Cofferati, che se prende la testa dei Ds è un avversario migliore, visto che porterà questo partito verso un arroccamento operaista che gli preclude quella "erosione del centro" che è essenziale per vincere in una competizione sostanzialmente bipolare (la vicenda della Labour Party da Callaghan a Blair è lì a dimostrarlo).
Resta il fatto che diventa sempre più urgente la promozione di una "democrazia del confronto" che tagli i ponti con questa cultura della politica come guerra tra i santi e i demoni. Perché davvero essa è un sonno della ragione, che, come sanno tutti, finisce sempre per generare mostri.