Le colf, il dj e il rumeno morti ballando

15/03/2010

L’incendio al «Sabor latino», danze fino all’alba e poche regole
ROMA — Guadalupe Nunez e Berta Villatoro, 25 e 21 anni, erano amiche. Facevano le colf a Latina, ma venivano a Roma spesso e volentieri. Almeno una volta al mese si facevano vedere nella parrocchia di san Giuseppe Moscati, a Cinecittà Est, dove esiste una vivace comunità salvadoregna. Guadalupe era del Salvador, Berta invece era nata in Guatemala.
Al «Sabor Latino» di via Cappadocia, la prima volta che c’erano state, un paio di mesi fa, avevano conosciuto un bel ragazzo peruviano di 25 anni, Julio Ortega, il dj del locale. Julio era molto contento del suo nuovo impiego: sperava in questo modo di arrotondare lo stipendio di badante che si metteva in tasca lavorando al servizio di un anziano di Settebagni. Era stato Julio a invitare Berta e Guadalupe a tornare al «Sabor» l’altra sera. Per l’ultima festa.
Ieri alla messa di mezzogiorno il cappellano dei latinoamericani di Roma, padre Antonio Guidolin, dal pulpito della chiesa di Santa Maria della Luce, a Trastevere, ha invitato tutti a pregare per i tre ragazzi morti come topi nel fumo e nel fuoco insieme a Maricel Danila, giovane rumeno di 24 anni che era andato anche lui a ballare la salsa e ilmerengue, la bachata e la tecno-cumbia. Le feste del «Sabor Latino» — prima del disastro dell’altra notte— finivano sempre alle 6 del mattino, non perché fossero serate da sballo, ma perché a quell’ora semplicemente ritornano in servizio gli autobus delle periferie e i pullman extraurbani. I ragazzi, così, decidevano di passare la notte al coperto, tra una cerveza, una Inca Kola e un disco dei «Los Prisioneros». E poi se ne tornavano a casa, pronti a sfidare la nuova settimana.
Era diventato, il «Sabor», nei suoi tre anni di vita, un ritrovo per i tanti peruviani, ecuadoregni, brasiliani che vivono e lavorano a Roma e poi spediscono i soldi alle famiglie rimaste in continente. «Perché noi comunque parliamo la stessa lingua, amiamo la stessa musica e così ci sembra di tornare a casa e combattiamo insieme nostalgia, soledad y stress», spiegano in coro con un’ombra di tristezza Mabel, Esperanza, Marisol, ragazze peruviane come Julio, raccolte in preghiera ora nella chiesa di Trastevere davanti alla statua del Senor del Los Milagros, il Cristo crocifisso dei miracoli, venerato a Lima. Era diventato, il locale, un appuntamento fisso anche per quegli italiani, e ormai sono tanti, che frequentano a Roma le scuole di danza. Al «Sabor Latino» si mangiava etnico («tamales e anticuchos», polenta e spiedini) e si ballava fino al mattino: adesso, però, bisognerà vedere se il titolare, Bajram Mece, 48 anni, macedone già fidanzato con una peruviana, avesse tutti i permessi in regola. Dentro, infatti, c’erano la cucina, i tavolini, un ampio salone e la consolle proprio in mezzo alla pista, per Julio il dj. Alle pareti, poi, annerite dal fuoco, spiccavano le foto dei più bei posti di quella parte di mondo. Capienza massima 99 persone, con tanto di tessere per i soci, perché così stabilisce il regolamento per le associazioni. Ma le ragazze che ci sono state, Mabel, Esperanza, Marisol, giurano che il giovedì, il sabato e la domenica sera— quando colf e badanti non devono lavorare — le persone in pista erano molte di più, si stava pigiati all’inverosimile, «non c’era lo spazio neppure per respirare». E infatti loro tre poi hanno smesso di andarci.
Sabato sera — racconta padre Guidolin, il cappellano dei latinos— in discoteca dovevano esserci anche i suoi missionari, una comitiva di almeno 25 ragazzi col compito specifico di predicare il Vangelo ai loro connazionali meno osservanti. «Ma all’ultimo momento — dice il prete — hanno deciso di rinviare, perché il mattino presto avevano un ritiro». Così, almeno loro si sono salvati.