Le cinque sfide di Bersani

26/10/2009

Il difficile comincia adesso. Gli elettori hanno scelto Pier Luigi Bersani e lo hanno fatto con una prova di partecipazione straordinaria («dopo tutto quello che gli facciamo», diceva qualcuno ieri mattina ai seggi). Adesso è il momento di partire: là fuori c’è un paese in crisi che ribolle. Bisogna rimettersi in carreggiata per affrontare le grandi sfide dei prossimi mesi.
Ne indichiamo cinque.
L’opposizione. Ormai siamo in una situazione quasi di pre-crisi. Il duello Berlusconi-Tremonti, la pesante autonomia di Fini e infine la “bossizzazione” del governo costituiscono una miccia che può far saltare in aria l’esecutivo. L’emergenza democratica ha raggiunto ormai livelli di guardia. Bersani è consapevole che dovrà condurre le truppe unite in una battaglia che sarà piena di insidie. Per questo non basterà più, fanno sapere i suoi uomini, essere intransigenti con la destra. Siamo in una fase nella quale bisogna essere inflessibili ma anche avere la capacità di indicare una strada alternativa per portare il Paese fuori dal pantano. Cominciando da un tema caldissimo, quello del lavoro. Insomma, opposizione e alternativa.
Le regionali. A marzo si misurerà la capacità espansiva del nuovo corso del Pd. Tutti gli occhi sono puntati sulle 13 sfide regionali. Ci sono alcune Regioni, delle 11 governate dal centrosinistra, dove sarà difficile recuperare: il Lazio, sicuramente, dopo lo scandalo Marrazzo. Ma anche la Campania e la Calabria. L’accordo con l’Udc su Burlando lascia qualche speranza per la Liguria. E’ chiaro che per farcela servono buone alleanze. Quali? Vanno viste situazione per situazione cercando di costruire quelle che Bersani chiama «convergenze democratiche di progresso». Ciò deve avvenire sulla base di programmi chiari. Con questa chiave si risolve anche il dilemma Udc sì-Udc no. Un rischio però va evitato:se il voto così ravvicinato non andrà troppo bene, non si cominci a sparare sul quartier generale.
La questione morale. Questo Pd che riesce ancora a mobilitare tre milioni di elettori non può permettersi nemmeno la più piccola macchia. Quel che è successo in Puglia (scandalo sanità) o in Campagnia (il killer con la tessera in tasca) non deve accadere più. Bisogna stare attenti, spiega Bersani, a "infiltrazioni e deviazioni". Noi crediamo che il nuovo segretario debba avere la forza di introdurre un codice etico severissimo: chi è indagato è sospeso dal partito, chi è condannato viene cacciato. Non si può consentire che si possa pensare: sono tutti uguali. Il popolo delle primarie non vuole essere in questo campo, nemmeno lontanamente,uguale.
Rinnovamento. Non c’è dubbio: il Pd ha bisogno di una scossa. Bersani deve riuscire a mettere alla prova una generazione nuova che si è già fatta le ossa a livello locale e che lui ha coltivato in questi mesi. Si tratta di una classe dirigente che può portare nuove culture, nuove sensibilità e freschezza politica. Dobbiamo cancellare il metodo della cooptazione, dicono al suo staff, i dirigenti si misurano sul campo: anche con il voto, anche con le primarie.
Il partito e l’unità. Il segretario ha da oggi davanti a sé il compito più difficile: costruire il partito, rafforzare la "ditta". Quindi: circoli, gruppi dirigenti aperti, iscritti, militanti e volontari. Come l’Avviso una bocciofila, ha detto spesso Bersani: insomma un partito popolare. Poi però serve anche trovare strumenti nuovi che rendano più fecondo il rapporto non solo con gli iscritti. Perché ci sono quei tre milioni che vanno coinvolti e tenuti insieme: la chiave giusta forse è nel mix internet e referendum. Sui temi caldi bisogna far contare gli elettori. Se il nuovo segretario riuscirà a rendere vivo questo rapporto il Pd avrà una marcia in più. Però attenzione: questa grande spinta delle primarie chiede anche unità. Ieri ai seggi in molti dicevano: abbiamo votato, adesso basta liti. Il lungo congresso ha diviso, ovviamente, perché ognuno ha accentuato gli aspetti di differenza. Ora si tratta di tenere insieme, di valorizzare passioni, competenze, capacità. Da oggi in qualche modo il Pd torna uno. E quindi c’è un solo modo per evitare i ricorrenti allarmi di scissione ai quali il nuovo segretario non ha mai dato però molto credito ("schermaglie politiche", ha detto): dare spazio a tutti, farli sentire a casa propria, fare gioco di squadra. Questo Bersani lo sa. Come sa anche che servono metodo e regole. E alla fine si deve combattere tutti per lo stesso obiettivo. Detto in due parole: mandare a casa Berlusconi e pensare a un’Italia migliore