Le cinque anomalie del caso italiano

11/04/2002



DOCUMENTI

«La competitività dell’Italia» è il titolo di una ricerca, articolata in quattro volumi, che verrà presentata domani al convegno di Confindustria, a Parma, sul tema «Italia più moderna per una Europa più forte». Della ricerca pubblichiamo uno stralcio a cura di Giampaolo Galli

Le cinque anomalie del caso italiano
di Giampaolo Galli

Dall’ampio spettro di problemi esaminati, appare chiaro che anche fra gli studiosi, indipendentemente delle loro matrici politico-culturali, emerge un livello di consenso sostanziale molto ampio sulle cose da fare, certamente più ampio di quello che si registra, almeno in apparenza, nel dibattito politico e sindacale del Paese. Questa convergenza di opinioni, che coinvolge gli studiosi così come le principali organizzazioni sovranazionali con forti competenze tecniche (dalla Commissione europea al Fondo monetario internazionale, all’Ocse), è un dato molto positivo che, per certi versi, facilita il compito dei Governi. È peraltro non nuova la distanza fra questo consenso e la capacità effettiva di realizzazione dei Governi. Basti ricordare ad esempio quanto fosse ampio negli anni Ottanta il consenso fra gli studiosi su alcune questioni di fondo della politica economica italiana, quali l’esigenza di contenere la crescita del debito pubblico o quella di abolire la scala mobile. Queste convinzioni dettero frutti solo nel decennio successivo e solo in seguito a una situazione di grave crisi. Analogamente oggi sembra esservi fra gli studiosi e le organizzazioni internazionali un consenso pressochè unanime sulle peculiarità e anomalie del caso italiano, nonché su alcune linee di fondo della politica economica. Riguardo alle prime, il sistema produttivo italiano si contraddistingue in negativo, rispetto alla media dei Paesi europei per almeno cinque caratteristiche fondamentali:
-un basso tasso di occupazione (54%, dieci punti sotto la media europea);
-una patologica estensione del sommerso (stimata in alcune ricerche quasi al 30%, 15 punti in più che negli altri principali Paesi);
-una forte presenza del lavoro autonomo (30%, circa il doppio della media europea);
-il peso preponderante delle imprese di piccola o piccolissima dimensione, che stentano a crescere, internazionalizzarsi, fare ricerca (solo il 45% degli occupati nell’industria lavora in imprese con più di 50 addetti, contro il 65% della media europea);
- processi produttivi fortemente automatizzati, volti a risparmiare lavoro (il rapporto fra immobilizzazioni fisse e addetti dell’Italia supera quello di Germania e Francia, rispettivamente, del 13 e del 16 per cento). Questi fenomeni sono accomunati da un denominatore comune, che è il tentativo dei diversi settori produttivi di sottrarsi a un sistema di regole formali e di costi particolarmente pesanti per l’attività d’impresa, nonché a una pubblica amministrazione inefficiente e poco trasparente. In particolare, negli ultimi tre decenni abbiamo assistito a un fenomeno graduale, ma persistente e molto rilevante, che potremmo definire di fuga dal lavoro dipendente, o quantomeno di quella sua componente che, come può più facilmente accadere nelle imprese di dimensione non piccolissima, è organizzata nel sindacato ed è più esposta ai costi e alle rigidità del sistema. Questo fenomeno può essere utilmente sintetizzato in un dato, il rapporto fra dipendenti nelle imprese con più di 50 addetti e il totale della popolazione in età di lavoro. In Italia nelle imprese con più di 50 addetti nel totale dell’economia (incluse quindi le banche, le Poste e le Ferrovie) lavorano quattro milioni e mezzo di persone, che corrisponde all’11,5% della popolazione in età di lavoro, contro il 21,3% della media europea (si veda la tabella in alto). La rimanente parte della popolazione è disoccupata o lavora nell’economia sommersa; oppure è impiegata nelle piccole imprese; oppure ancora svolge un lavoro autonomo. Si tratta ovviamente di realtà diversissime sotto il profilo delle conseguenze sociali e anche degli effetti economici. La loro estensione è in ogni caso tale da configurare una vera e propria patologia sistemica del nostro Paese. Le piccole imprese sono state negli ultimi tre decenni gli artefici di un vero e proprio "secondo miracolo economico", dopo quello del secondo dopoguerra. Hanno contribuito in misura decisiva al miglioramento del tenore di vita del Paese e a una performance, per molti versi invidiabile, del nostro commercio estero. È però lecito chiedersi se esse siano in grado di affrontare in condizioni di parità con i concorrenti esteri i nuovi scenari competitivi dell’economia globale. In particolare non sembrano avere la scala sufficiente per fare ricerca e innovazione, specie nei settori high-tech, per internazionalizzarsi, per accedere al mercato del capitale di rischio e sfruttare le enormi potenzialità dei moderni mercati finanziari. Di fronte a questi fatti, è difficile trovare studiosi seri che neghino che l’Italia abbia bisogno di un incisivo programma di riforme in moltissimi campi della vita economica. È difficile trovare qualche studioso che seriamente difenda le attuali rigidità del mercato del lavoro, che hanno l’evidente effetto di rallentare l’innovazione tecnologica e organizzativa delle imprese, penalizzare l’occupazione, segmentare il mercato fra insiders e outsiders, facendo ricadere su questi ultimi tutto l’onere delle conseguenze occupazionali delle fluttuazioni cicliche dell’economia. Analogamente è difficile trovare studiosi che neghino che l’Italia abbia un serio problema di sostenibilità finanziaria e sociale del sistema pensionistico e che questo gravi in misura eccessiva sul costo del lavoro, penalizzando ancora una volta l’occupazione, soprattutto dei giovani. Per degli economisti che da anni studiano, con una qualche dose di passione civile, queste questioni e registrano l’ampiezza dei consensi su questi punti, occorre una notevole iniezione di realismo politico, se non di vero e proprio cinismo, per farsi una ragione o quantomeno non essere profondamente amareggiati dalla durezza della reazione sindacale di fronte a due proposte del Governo, in materia di articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e di riforma previdenziale, che realizzano alcuni primi passi nella direzione necessaria. Le ricerche contenute in questo volume ci danno motivo ulteriore di fiducia, perché documentano lucidamente i nessi fra riforme e performance economiche. Gli economisti parlano di «rigidità dei mercati dei beni e dei servizi», rigidità che si dimostrano strettamente correlate a quelle del mercato del lavoro e complementari a esse nel determinare performance economiche insoddisfacenti: correlate perché, in un confronto fra Paesi, le due tipologie di rigidità tendono a presentarsi insieme, e complementari, perché le performance peggiori tendono a manifestarsi laddove entrambe le rigidità sono più forti. Le correlazioni negative ci sono fra i tassi di occupazione e i due tipi di rigidità, quelle sul mercato del lavoro e sul mercato dei beni. L’Italia si colloca nelle posizioni peggiori su entrambi gli assi. Crescere, internazionalizzarsi, innovare, aprirsi al capitale di rischio sono esigenze del sistema delle imprese. Varie ricerche mostrano che in Italia la redditività delle piccole imprese è maggiore di quella delle grandi imprese. Le piccole imprese e buona parte delle medie registrano una redditività soddisfacente nel confronto con i concorrenti di altri Paesi. Stentano invece le grandi imprese. Il che dimostra ulteriormente che le condizioni ambientali in cui operano le nostre imprese tendono a generare un bias verso la piccola dimensione. L’aumento delle dimensioni delle imprese costituisce dunque un obiettivo cruciale di qualunque politica per lo sviluppo economico dell’Italia. In un Paese in cui l’imprenditorialità – misurata dai tassi di natalità delle imprese – è molto elevata, esso è anzi uno dei due aspetti centrali della questione, assieme a quello dell’aumento dei tassi di occupazione regolare. Esso non richiede politiche specifiche o incentivi, ma, piuttosto, l’eliminazione della gran mole di disincentivi alla crescita da cui è appesantito il nostro sistema: è questa la chiave in cui debbono essere letti molti dei contributi delle ricerche del CsC, in particolare in materia di fisco, semplificazione della pubblica amministrazione, finanza, welfare, lavoro e regole per il mercato.

Giovedí 11 Aprile 2002