Le carriere ribelli di quelli che dicono no

13/09/2007
    giovedì 13 settembre 2007

    Pagina 3 – Economia

    LA COPPIA Gianni Rinaldini e Giorgio Cremaschi, spiriti «indipendenti» risaliti attraverso mille battaglie dalle periferie industriali ai vertici sindacali

      Dall’Emilia a Roma, le carriere ribelli
      di quelli che dicono no

        di Oreste Pivetta

        Dove andranno quei due? I protagonisti della storia sono Gianni Rinaldini, il segretario generale della Fiom, e Giorgio Cremaschi, uno dei segretari nazionali, due quasi sessantenni (a Giorgio manca un anno al traguardo, a Gianni di anni ne mancano quattro), carriere da sindacalisti: e cioè lavoro, tante trattative, accordi, scioperi, volantini, la gavetta insomma in periferia (una periferia che per il primo si chiamava Emilia, per il secondo Brescia e quindi Valtrompia, e quindi tondino e Lucchini, ai tempi in cui fare il sindacalista significava qualche sasso in testa scagliato dagli stessi operai aizzati dai padroni) e poi la scalata ai vertici e la politica di Roma. Vite dure, ovviamente. Rinaldini, nato a Reggio Emilia, a scuola era diventato perito meccanico. Cremaschi, a Bologna, la sua città, s’era pure conquistato una laurea in scienze politiche, una laurea che in quel sindacato (allora tanto di fabbrica, tanto operaio, tanto di formazione collettiva attraverso il lavoro) poteva sembrare merce rara e inevitabilmente attribuiva a chi la poteva esibire in cornice l’aura dell’intellettuale. Sicuramente il titolo continua a piacere a Cremaschi, uomo di letture, di ragionamenti sottili, di memorabili citazioni. Elegante, per giunta, di un’eleganza che potrebbe spartire con Fausto Bertinotti, compagno di partito dopo lo scioglimento del Pci e «dopo un lungo periodo senza tessera», tra i primi candidati alla segreteria di Rifondazione.

        Diretto, sanguigno, brusco, una carta vetrata quando capita di intervistarlo, Gianni Rinaldini, eletto segretario generale nel 2002 e confermato nel 2004, erede di un altro leader amato, Claudio Sabbatini, scomparso ancora giovane, ha una faccia popolare, famigliare, e gesti popolari, come quando gli capitò di vivere la dura vertenza di Melfi, giorni e giorni davanti ai cancelli della fabbrica. A trent’anni dal suo primo lavoro (da assunto, alle Ceramiche di Rubiera, nel 1977) e dalla sua prima avventura, lì dentro, da sindacalista che apprendeva norme e contratti, insieme con le regole della mediazione, a Rinaldini è toccato di piangere la morte di un altro indimenticabile sindacalista, di un altro “metalmeccanico”, Bruno Trentin. Ha ricordato il suo operare, il suo coraggio sindacale e politico. Ha ricordato il suo ruolo decisivo «nei passaggi di cambiamento della Cgil avendo sempre come riferimento le condizioni concrete di esercizio dell’attività lavorativa dei lavoratori e delle lavoratrici». La concretezza di Trentin: qualcuno, tra i critici, lo accuserà oggi d’averla tradita.

        Giorgio Cremaschi tra i metalmeccanici sta dal 1974. Ha cominciato a Brescia, nella Fiom di Pio Galli, dove era arrivato per un incarico “intellettuale” all’interno del progetto «150 ore» realizzato dall’allora unitaria sigla dei metalmeccanici, la Flm, per la formazione ed il conseguimento d’un titolo di studio da parte degli operai bresciani… Lo ricordano protagonista di strenue battaglie, in un periodo, nei primi anni ottanta (divenne segretario della Fiom nel 1981), di ristrutturazioni e di licenziamenti. Dopo tante prove, il passaggio dalla periferia al centro, difendendo la propria immagine di indipendenza e di originalità. La difende ancora: lasciando da parte la Fiom, da leader di Rete 28 aprile, area programmatica interna alla Cgil, si è ritagliato lo spazio per dire no e soprattutto per invitare al no contro «un accordo ingiusto».