Le badanti, il nuovo welfare privato

14/06/2004





      13 giugno 2004

        Le badanti, il nuovo welfare privato
        Aiutano gli anziani e lo Stato risparmia
        Per prime si sono mosse le famiglie, che hanno cercato manodopera qualificata all’Est L’identikit: laureata o diplomata, sposata, età superiore ai 40 anni, 600-900 euro di stipendio
          Massimo D., 94 anni, ingegnere in pensione a Bologna, vive da anni con Andrej, «il mio badante polacco, la mia guardia del corpo, il mio confessore». Andrej ha le chiavi della cassaforte, va in banca per il suo datore di lavoro, «è come se fosse il mio quarto figlio, di lui mi fido come di nessun altro». Al ragazzo che c’era prima, Massimo D. ha comprato i mobili della casa nuova vicino a Varsavia, «ci scriviamo ancora, vorrei aiutarli tutti i badanti. Almeno quelli del mio quartiere, vorrei fare una fondazione che li tuteli». Daniela M., 60 anni, vive in provincia di Varese con sua madre novantenne. «Alla fine sono stata costretta a chiamare una straniera. E’ una giovane ucraina che studia medicina. Prima mi ero rivolta a un sacco di infermieri ma nessuno ha accettato di venire, nemmeno per una sola settimana. Poi chiedono circa 25 euro l’ora, le pare possibile?». I suoceri di Lucia, 50 anni, milanese, sono malati, lui di Parkinson, lei di demenza senile, hanno fatto domanda di ammissione a una casa di riposo «ma nonostante le raccomandazioni siamo stati messi in lista di attesa, si può aspettare anche anni prima di poter entrare in alcuni istituti specializzati». Così hanno preso una donna full-time, «la prima li lasciava soli e se ne andava in giro a fare shopping, la seconda se ne è andata per troppo stress. Speriamo nell’ultima, è romena, ha 40 anni e ha lavorato per sei anni in ospedale».

          COME IMPRENDITORI – Si scrive badante, ma si legge nuovo welfare. Di fronte alle défaillances dell’assistenza pubblica le famiglie si sono comportate come degli imprenditori: si sono rivolte al mercato internazionale del lavoro che forniva occasioni a prezzi contenuti. Ne è nata una nuova combinazione dove l’iniziativa privata surroga il pubblico, dove la domanda delle famiglie con anziani si è incontrata con l’offerta di immigrate in gran parte provenienti dall’Est. Del resto secondo un rapporto del Cnel del 2003 solo il 2,8% degli anziani italiani riesce ad avere un’assistenza a casa propria. In Francia è il doppio, in Germania è il triplo. Alle case di cura e alle residenze sanitario-assistenziali si rivolge, su 2,8 milioni di anziani bisognosi d’assistenza, una percentuale minima: meno dell’8%. Gli italiani non amano finire in ospizio come scandinavi e californiani. Nonostante gli over 65 siano aumentati vertiginosamente, negli ultimi dieci anni il numero di vecchi che hanno trovato ricovero in istituti ad hoc è rimasto praticamente identico. Gli ultimi dati dell’Istat riferiti al 2001 segnalano un paradosso: su 273 mila posti letto disponibili, ne sono rimasti vuoti quasi 50 mila. Un controsenso che si spiega così: i pochi istituti veramente qualificati sono presi d’assalto e hanno lunghe liste d’attesa, il resto sono considerati parcheggi per anziani, a volte veri e proprio luoghi di emarginazione sociale. Ad alimentare la diffidenza nei confronti dell’ospizio giocano un ruolo prezzi non certo popolari: per un ricovero in casa di cura si arriva a spendere anche 1500-2000 euro al mese di contro ai 700-900 euro di costo di un assistente a domicilio.

          FIGLIE, COGNATE E SORELLE - Ma l’arrivo in massa delle badanti è stata anche la risposta alle trasformazioni della famiglia. «Con l’entrata massiccia delle donne nel mercato del lavoro – sostiene Giovanni Sgritta, docente all’università La Sapienza di Roma – è improvvisamente venuta meno l’assistenza delle figlie, delle cognate e delle sorelle. Ossia delle badanti naturali del passato». La cerchia familiare con il calo delle nascite e la mobilità geografica dei figli sempre più accentuata si sta riducendo e di conseguenza il welfare familiare «ha le spalle meno larghe» proprio mentre aumenta il numero degli anziani non autosufficienti. Così anche al Sud, dove la vecchia famiglia allargata non è ancora scomparsa del tutto, il fenomeno badanti sta dilagando. «Io sono vedova e ho due figli – racconta Maria, 74 anni, di Napoli -. Ma li vedo poco. Uno è sposato e vive fuori città, l’altra lavora sempre e non ha mai tempo per venirmi a trovare. Faccio fatica perfino a camminare, perciò mi hanno messo in casa una ragazza giorno e notte. Sta con me da un anno, ma vuole partire entro l’estate. Dovrò trovarne un’altra, sennò a me ad agosto chi ci pensa?». Per Costanzo Ranci, professore di economia al Politecnico di Milano, «la badante è l’unica soluzione per i vecchi che appartengono al ceto medio. I più poveri sono costretti ad accontentarsi delle briciole dell’assistenza comunale, i più ricchi possono pagarsi la sanità privata. La badante invece consente all’anziano di restare a casa propria, lascia liberi i figli, non dissangua il portafoglio».
          Ma quante sono le badanti in Italia? Tutte le rilevazioni tendono ad aggregare colf e assistenti domiciliari come fossero un unico soggetto. Secondo i tre sindacati confederali di categoria sono circa 1,5 milioni, ma forse si tratta di una stima esagerata. Le statistiche sulla regolarizzazione degli stranieri elaborate dalla Caritas su dati del ministero dell’Interno segnalano un flusso di 341 mila tra colf e badanti nel solo 2003, il doppio rispetto a quante ce ne erano solo tre anni prima. In tutto, le badanti, tra straniere e italiane, regolarizzate e al nero, non dovrebbero superare il mezzo milione. Lombardia, Lazio, Emilia e Veneto sono le regioni a maggiore densità. In sostanza la sanatoria prevista dalle legge Bossi-Fini per metà è servita a mettere in regola collaboratrici domestiche e nuove infermiere.


          VENTO DELL’EST
          – Secondo uno studio di Alessandro Castegnaro, docente di Politica sociale all’Università di Padova, la stragrande maggioranza delle badanti viene dai Paesi dell’Est, in particolare da quelli nati con la dissoluzione dell’Urss. Lo studio è riferito al Nord-Est ma in tutte le regioni del settentrione d’Italia ci sono caratteristiche simili. Tre badanti su quattro sono coniugate, ma solo il 15% vive in Italia con la propria famiglia. La metà ha superato i 40 anni, il 16% i 50. La scolarizzazione è elevata: il 18% è laureata, il 40% ha un diploma di scuola media superiore, molte sono infermieri professionali e ci sono anche donne laureate in medicina. E’ molto più remunerativo fare l’aiutante domiciliare in Italia che il medico in Ucraina o Bielorussia. Il loro obiettivo? Risparmiare per tornare nel Paese d’origine e comprarsi una casa. «La loro condizione in Italia può essere definita come una servitù di passaggio: orari lavorativi estesi che spesso coprono tutta la settimana tranne qualche ora di libera uscita la domenica». In parole povere si tratta di manodopera qualificata ma altamente flessibile negli orari e nelle mansioni, gente che non ha le condizioni minime di tempo per poter spendere e con grande capacità di risparmio. Il costo di una badante a tempo pieno varia da una punta massima di 900 euro al Nord fino a un minimo di 600 euro nel Mezzogiorno.
          Secondo Castegnaro, inoltre, l’afflusso di badanti in Italia comporta forti risparmi per il welfare pubblico. Nel 2001 un anziano non autosufficiente in casa di riposo costava mediamente alla finanza regionale del Veneto 27 milioni di vecchie lire e alle famiglie 36 milioni. Il costo «teorico» risparmiato per la Regione Veneto, considerando che 15-20 mila anziani sono assistiti da badanti, sarebbe pari a circa 350 miliardi di lire annui. «In realtà i Comuni sanno che non hanno i mezzi per aiutare gli ultrasessantacinquenni – dice il professore -. Così hanno capito che le assistenti domiciliari sono l’unica vera soluzione del problema. In più, gli costano poco. Ma le istituzioni sono arrivate dopo, la famiglia si è mossa su un mercato non regolato e non sindacalizzato prima di tutti, da sola, senza alcuna mediazione. Un fatto straordinario».
          La Liguria è tra le prime regioni che ha concesso un aiuto per pagare i badanti, con diversi livelli d’assistenza (da 330 a 439 euro), mentre vari Comuni lombardi elargiscono buoni sociali agli anziani che hanno un collaboratore in regola. Anche il Veneto dà un
          voucher per pagare lo stipendio all’assistente: in media 150 euro al mese, destinati ai redditi più bassi. A Roma c’è un progetto sperimentale che consentirà agli anziani di risparmiare parte dei contributi previdenziali, e ai badanti di seguire corsi formativi. All’Università Cattolica, addirittura, a marzo è stato inaugurato il 5° corso annuale dell’«Arte di assistere a domicilio gli anziani non autosufficienti». Peruviani, colombiani, indiani e italiani dovranno studiare materie come nursing geriatrico, medicina dell’invecchiamento, prevenzione delle cadute, persino la gestione della comunicazione e della relazione con la persona anziana.

          (Ha collaborato Emiliano Fittipaldi)



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