Le angosce della Torino rossa sfinita dalle troppe crisi -4-

16/10/2002


 
MERCOLEDÌ, 16 OTTOBRE 2002
 
Pagina 8 – Economia
 
Niente grandi manifestazioni o proteste nella città
 
Nessun sintomo di una paura sociale diffusa
 
Le angosce della Torino rossa sfinita dalle troppe crisi
 
I silenzi di Mirafiori contrastano con la rivolta di Arese e Termini
 
 
 
Fassino: "Questa è una realtà che va con gli occhi asciutti ai funerali" Bertinotti: " E´ alla vigilia di una morte che non vuol vedere"
Un operaio chiede: "Perché Fresco e Galateri non ci parlano? Così distruggono una tradizione di relazioni sindacali"
 
FEDERICO RAMPINI

TORINO – «Questa è una città che va con gli occhi asciutti ai funerali, dove esprimere il dolore è una sgrammaticatura» osserva Piero Fassino. «E´ come se fosse alla vigilia di una morte annunciata ma che non vuol vedere», mi dice Fausto Bertinotti. Dai leader storici dell´"altra Torino" – la culla del movimento operaio e della sinistra italiana – cerco una spiegazione. Nei giorni in cui tutta l´Italia segue con angoscia la crisi Fiat, mentre ci si interroga sulla sopravvivenza dell´ultima grande industria nazionale, proprio qui è difficile cogliere i segni di una partecipazione forte e corale al dramma. Nessuna grande manifestazione, niente assemblee nelle scuole e all´università, non si captano i sintomi di una paura sociale diffusa. E´ colpito il sociologo torinese Marco Revelli: «Di fronte alla reattività di Termini o di Arese, Torino si distingue per i suoi silenzi. Eppure è stata per un secolo l´epicentro del conflitto sociale! Ma in questa reazione sento affiorare la sua antica anima monarchica, grigia e disciplinata».
Ne parlo con una delle figure più rappresentative dell´altra Torino: Pietro Marcenaro, ex operaio alla catena di montaggio di Mirafiori, poi dirigente sindacale, oggi segretario dei Ds piemontesi. «Può sembrare indifferenza, invece è sfinimento – dice – Per tutti gli anni 90 la crisi Fiat qui è stata una presenza quotidiana, la vita della città è stata scandita dalle ondate di cassa integrazione. Si sente il logoramento, l´assuefazione». E´ vero perfino dentro lo stabilimento di Mirafiori: allo sciopero generale di venerdì l´adesione è stata alta ma pochi sono usciti in corteo al Cancello 5, gli altri hanno incrociato le braccia e sono rimasti in fabbrica a leggere i giornali. Certo l´operaio Fiat è cambiato, spoliticizzazione e disimpegno sono penetrati in fabbrica, ma non è solo questo. All´ultima assemblea un operaio ha detto: perché Fresco e Galateri non ci parlano? «I vertici – dice Marcenaro – non hanno tentato di costruire un clima di mobilitazione per salvare l´azienda. Forse lo considerano irrilevante rispetto ai rapporti col governo o con le banche. Così distruggono una tradizione di relazioni, di attenzione ai problemi del lavoro: perché questo è stato un luogo di conflitti ma anche di dialogo, i vecchi dirigenti del personale avevano una visione, una strategia. Non resta più niente. E poi c´è l´altro aspetto: la crisi Fiat coincide con la fine di una dinastia. Per i torinesi molto più che nel resto d´Italia l´identificazione della famiglia e dell´azienda era fortissima. Della salute dell´Avvocato si parla poco, con pudore, ma tutto questo aggiunge un senso di ineluttabilità».
Non crediate a chi racconta che Torino vive questa crisi Fiat con leggerezza perché se lo può permettere, perché finalmente è diventata una città «normale», non più mono-cultura industriale, liberata dal peso dominante dell´automobile, diversificata e terziaria come Milano. Questo è vero solo in parte, è soprattutto un progetto che l´élite cittadina si sforza di far crescere – il sindaco Chiamparino in testa – per infondere fiducia nel futuro. Ma per scoprire che la natura profonda di questa città non ha reciso i legami con la sua storia industriale basta uscire di casa prima dell´alba, e spalancare gli occhi di fronte a uno spettacolo che la Milano delle banche e degli stilisti ignora: Torino è l´unica città d´Italia dove ci sono lunghe code ai semafori e ingorghi stradali alle cinque del mattino, quando inizia il primo turno di fabbrica. Pur con tutti i cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi vent´anni, rimane la più grande metropoli operaia d´Europa; non c´è un altro agglomerato urbano da un milione di abitanti con una concentrazione così alta di colletti blu. Il «passato» di Torino è qui a invaderla ordinatamente tutte le mattine alle cinque.
Questa è stata l´unica vera città fordista in Italia, ha vissuto l´apoteosi del Novecento industriale e la sua fine. Conserva un carattere unico: si può raccontare quasi tutta la storia del movimento operaio italiano attraverso quella della Fiat. Il comunismo italiano si afferma nel 1921-22 con le occupazioni degli stabilimenti torinesi organizzate dai «soviet di fabbrica» di Antonio Gramsci. La crisi del Pci ancora prima della caduta del Muro di Berlino ha inizio con la sconfitta di Enrico Berlinguer nel 1980 alla Fiat. Nel dopoguerra generazioni di immigrati meridionali venuti a produrre automobili vengono educati alla modernità dal sindacato torinese, in quella straordinaria Camera del Lavoro che era un luogo di organizzazione sociale, politica, culturale. Nel suo saggio sul carattere nazionale degli italiani Bollati sostiene che per capire la storia del paese bisogna studiare quel fenomeno eccezionale che negli anni Cinquanta è l´incontro tra gli operai torinesi della Fiom, «uomini colti, curiosi, intellettuali» e la casa editrice di Giulio Einaudi dove dialogano la tradizione azionista di Giustizia e Libertà, la cultura marxista, e quella cristiana di sinistra. «Gli operai comunisti torinesi – dice Revelli – erano una razza speciale, ribelle e industrialista. Sognavano di incarnare la potenza dell´apparato produttivo, volevano far funzionare la grande impresa meglio del padrone». Fin dal primo sciopero unitario riuscito alla Fiat nel 1962, nella Torino dei Quaderni Rossi matura l´esplosione dell´autunno caldo del 1968-69. Da lì in poi Mirafiori guida una lunga stagione di conflittualità dove si mescolano estremismi radicali (fino al terrorismo delle Brigate Rosse) ma anche prove di maturità e lungimiranza. Oltre al salario il sindacato si batte per la liberazione del lavoro dalle condizioni degradanti della catena di montaggio, e gli operai torinesi chiedono che la Fiat investa per lo sviluppo del Mezzogiorno. L´ultima vera battaglia è quella fatale del 1980. Nel settembre di 23 anni fa la Fiat licenzia 61 operai accusati di simpatizzare col terrorismo. Un anno dopo annuncia il licenziamento di 24 mila lavoratori. Parte la protesta: 35 giorni di occupazione degli stabilimenti, gli operai accampati nelle tende notte e giorno, coi falò accesi davanti ai cancelli. Fassino allora è il responsabile delle fabbriche per il Pci torinese, Bertinotti dirige la Cgil locale, Luciano Lama e Bruno Trentin fanno la spola da Roma per mediare tra l´anima estremista e quella moderata, Giuliano Ferrara capogruppo del Pci al Comune scorta Berlinguer nel comizio in cui il segretario del Pci dà il suo avallo all´occupazione. Infine la marcia anti-sindacato dei 40.000 quadri e impiegati, e l´accordo-resa. «Una sconfitta inevitabile – ricorda Trentin – perché il sindacato era indietro di una guerra, al di là dei 61 licenziati si era attardato in difesa di un modello di fabbrica fordista ormai superato». Di lì comincia la controrivoluzione. «Dopo il 1980 – dice Bertinotti – la Fiat punta all´ipertrofìa tecnologica, insegue il sogno della fabbrica senza l´uomo, la robotizzazione estrema, quasi una vendetta antropologica contro quegli operai che per anni avevano impaurito il management».
Il risultato è nei numeri e testimonia che a Torino è successo sì un mutamento gigantesco, drammatico: all´inizio degli anni 80 la Fiat aveva ancora centomila dipendenti in città, oggi sono meno di un quinto. «Perfino il paesaggio urbano porta tutte le tracce di quel cataclisma – dice Revelli – la geografia di Torino si riempie di aree dismesse, capannoni coi vetri rotti». La lunga ritirata della Fiat non segna però una de-industrializzazione totale, né la scomparsa della classe operaia. Con l´outsourcing la grande impresa taglia i costi decentrando le produzioni e i servizi, espelle e sparpaglia i suoi ex-operai in un pulviscolo di mini-aziende. Il numero totale dei colletti blu – mi rivela il sociologo Luciano Gallino – è sceso poco negli ultimi 15 anni. Che tipo di operai, dove e come lavorano: questo è cambiato moltissimo. La dispersione accentua la crisi di rappresentanza del sindacato e della sinistra, il declino della militanza, la perdita delle roccaforti rosse. Mirafiori Sud alle ultime elezioni dà una maggioranza di voti a Berlusconi.
Oggi i destini del sindacato o della sinistra non si possono più identificare con quello che accade alla Fiat. E tuttavia in questa crisi è in gioco un pezzo della loro storia e della loro identità. La cultura riformista si è nutrita di fiducia nel progresso e perciò Torino è stata così centrale. Qui nacquero un secolo fa l´automobile ma anche il cinema, le telecomunicazioni. Torino ha rappresentato una concentrazione di talenti e di ingegni che trascinavano l´Italia verso le nazioni occidentali più avanzate. «Nessuno ha fatto ancora i conti – dice Marcenaro – con quello che significherebbe perdere insieme alla Fiat tutta quella cultura della tecnica, dell´organizzazione e del saper fare, di cui la Fiat è stata l´espressione ma che nasceva da un tessuto industriale antico e diffuso». Con l´organizzazione del lavoro di massa è nata anche la spinta alla solidarietà, l´idea dell´azione collettiva che cambia la società. L´altra Torino si interroga sugli effetti sistemici che avrebbe un tramonto irreversibile della Fiat. Nell´ipotesi che «da grande metropoli questa diventi una normale città di provincia, amputata per sempre della sua vocazione di capitale», come dice Revelli, la sinistra si chiede quale ruolo ci sarebbe per lei.
(4 – segue)