Le Acli contro il lavoro nero Costretti a farlo in 3 milioni

19/03/2010

Nell’Italia dei processi aggiustati o delle regole elettorali cambiate in corsa, chiedere che almeno nel lavoro si rispetti la legalità può sembrare velleitario. Le Acli non la pensano così e oggi e domani sono in piazza per dirlo. Per ricordare che in Italia c’èun Pilsommerso pari a quello dell’intero Mezzogiorno (Sardegna esclusa): 248 miliardi di euro, ha calcolato l’Istat, è il 17% del Pil nazionale, ricchezza sottratta a tutti, e in particolare a quelli che le tasse le pagano e vorrebbero pagarne meno.
IL NERO E L’INVISIBILE
In Italia si evadono contributi previdenziali a gogò: l’anno scorso l’Inps ha recuperato crediti per 4 miliardi e mezzo, quest’anno conta di arrivare a 8 miliardi. Dietro questi numeri c’è un esercito di persone che lavora al nero, al grigio se gli va bene. Le stime dicono sono 3milioni di lavoratori. Il tasso di irregolarità che a livello nazionale è al 12%, raggiunge il 20%al Sud. Le associazioni dei lavoratori cristiani vogliono informare su questo “fenomeno” cercando di intercettare, ad esempio, qualcuno dei 3 milioni di lavoratori costretti all’irregolarità perché spesso è questa l’unica opportunità. Soprattutto in un periodo di crisi, quando si accetta «ogni tipo di compromesso» e c’è chi pensa che al lavoro illegale come una sorta di «ammortizzatore dell’economia per avviare processi organizzativi in grado di competere sul mercato». No, non è così: l’illegalità «nega dignità e cittadinanza ai lavoratori ed è la principale causa di una scorretta concorrenza e di un progressivo impoverimento dei sistemi produttivi e di protezione sociale ».
È una accusa pesante, formulata con toni pacati,mapesante. L’indice è puntato contro la precarietà «che cresce a dismisura». Andrea Olivero, presidente delle Acli, non ci gira intorno e sulla «semplificazione», sulla flessibilità del mercato del lavoro dice: «È stata usata male e a senso unico. Le regioni più flessibili, dove maggiormente si ricorre ai
contratti atipici, sono anche quelle con il più alto tasso di lavoro nero ».
Regole dunque, e giustizia. Tra le richieste delle Acli non c’è solo «una seria riforma del mercato del lavoro che oltre alla flessibilità garantisca efficienti centri per l’impiego e l’indennità di disoccupazione per tutti». C’è anche la richiesta di regolarizzare i lavoratori immigrati, diseredati, senza diritti «che in situazioni spesso di grave sfruttamento, sostengono la nostra economia e si prendono cura delle nostre famiglie».
Se ne è parlato anche ieri nel convegno che ha introdotto il week-end di mobilitazione: si è parlato di «lavoratrici invisibili» del loro «giorno libero», ammesso che ne abbiano uno. Sono le decine di migliaia di lavoratrici domestiche, colf, baby sitter, assistenti familiari, che giorno dopo giorno realizzano quello che è stato definito «un welfare informale».
LA SANATORIA FALLITA
La tanto sbandierata sanatoria per le colf e badanti, regolarizzerà alla fine non più di 100-150 mila lavoratori. Le Acli sostengono infatti che sulla (mancata) regolarizzazione hanno pesato i costi aggiuntivi per la famiglia, intorno al 30-50% in più, rispetto al lavoro irregolare. Ecco perché – ha detto Michele Rizzi – l’ «ultima emersione è andata al di sotto delle previsioni»: ci si aspettavano fra le 500 e le 700 mila domande, ne sono arrivate meno di 300 mila. Se va bene la metà avrà il permesso di assistere i nostri anziani. Le altre continueranno a farlo nell’ombra, invisibili. La Acli hanno fatto qualche conto: una badante che assiste una persona non autosufficiente costa circa 14 mila euro annui, fra retribuzione e contribuzione; lo Stato ne restituisce 6.550 tra accompagnamento, e agevolazioni fiscali: «è facile capire quanto deve sborsare una famiglia di tasca propria».