L’avvocato della gente – di B.Spinelli

27/01/2003



26 gennaio 2003



        L’avvocato della gente

        di
        Barbara Spinelli

        Ha dato da mangiare a tutti, ha fatto lavorare l’Italia, sapeva fare con tutti, era alla portata di tutti: alla televisione si succedono volti di torinesi, di italiani del nord e del sud, e con intonazione commossa è sempre questo che ripetono: Gianni Agnelli è un pezzo d’Italia, che se ne è andato. Non era di questa parte politica, o di quell’altra. Non divideva gli italiani fra quelli che facevano i suoi interessi e quelli che non li facevano. Non incarnava un gruppo di pressione o una classe, né aristocratica né borghese.

        Era frammento di un mosaico collettivo, che oggi si sente non solo orfano di un proprio prezioso tassello ma esposto più che mai alla frantumazione, alla atomizzazione, alla lotta di tutti contro tutti. Tanti collettivi sono morti sul finire del Novecento ma lui incarnava ancora quell’idea rovinata, male usata, abusata, che tuttavia l’individuo bisognoso di solidarietà continua a cercare, dentro di sé e nelle patrie che ha a disposizione.

        Di questi italiani Agnelli si era fatto l’avvocato, l’uomo che aiuta i perplessi o gli impreparati a sbrogliare le faccende difficili della vita, a rimanere in piedi anche in mezzo ai più ardui processi, e non a caso quell’attributo gli era restato incollato addosso: avvocato, ovvero la persona che si fa carico di difenderti, di difenderci. In queste ore apprendiamo che la sua persona era già una mitologia nazionale: aveva dato da mangiare a tutti, sapeva fare con tutti, era alla portata di tutti. Nel linguaggio più anacronistico, dunque più eterno, queste sono le caratteristiche del "vero signore", il quale è signore, e signore autentico, a queste precise condizioni: che appaia parte del tutto, che si mescoli con le più svariate parti della nazione senza fingersi amico di ogni persona che incontra, che raggiunga l’eccellenza mettendosi in ascolto del più umile, come del più ribelle o ostile. Che sia non distante e imperioso, ma vicino e familiare a molti, se non a tutti.

        Poco importa, in fondo, che tutte queste proprietà corrispondano sino in fondo al vero. Importante è che esse esistano come oggetto di un desiderio sia pure oscuro, di una nostalgia, di un mito nazionale che non svanisce. Che facciano dire ancor oggi ai torinesi: era di casa nostra, "perché per noi i doveri vengono prima dei diritti". Se i funerali di questi giorni sono così sentiti e pervasi di antica pietà, è perché l’Avvocato è un mito dell’Italia: un mito che con lui è nato, che lui ha contribuito a fabbricare e preservare, ma che con lui non muore. Nessun rappresentante ufficiale del popolo lavoratore – né sindacalista né dirigente di partito – è stato capace di suscitare questo tipo di adesione collettiva, questa leggenda che narra di cose semplici come pane, cibo condiviso, lavoro che dà onore alla vita, diritto che si accampa ma che si fa accompagnare se non precedere dal dovere.

        Prima ancora di essere un mito occorre divenire un modello, e anche fuori dall’Italia Agnelli lo è stato. È stato modello di cordialità, e la sua speciale affabilità sembrava davvero venire dal cuore: difficile dimenticare il suo sorriso raggiante quando entrò per la prima volta in Senato ("mi piace… mi piace…", ed era tutto sciolto in un’incontenibile curiosità di sapere, di conoscere, d’imparare anche questo: il servizio dello Stato) .

        È stato il mito della signorilità, che ha cura della vita altrui e non smette di interrogare e ascoltare la persona che ha di fronte ma che a sua volta è discreta, colma di pudori, massimamente riluttante nei momenti in cui le circostanze mondane chiedono di esibirsi, di rivelarsi. È stato il mito della lealtà: un’altra parola che ricorre nei commenti di chi è venuto a salutarlo alla Pinacoteca del Lingotto. Di Agnelli potevi essere avversario ma non potevi dire: non ha voluto udirmi, non ha riconosciuto la forza del mio argomento. E non per ultimo: è stato il mito della bellezza, della vita intesa come opera estetica, come immane sforzo di far fronte alle brutture, alla mediocrità del cattivo gusto o della banalità.

        Se non fosse stato quest’insieme spesso contraddittorio di qualità i torinesi non lo chiamerebbero, nel momento in cui prendono congedo da lui: "una persona come noi", una "persona normale". Non era certamente normale nel senso comune, l’Avvocato. Era eccezionale, come testimoniano coloro che lavorarono con lui. Ma dava l’impressione, sempre, di aver fissato a se stesso una norma, una legge interiore, un’etica che mal sopportava di dissociarsi dal senso del bello, e del buon gusto unito al dover essere. La stessa norma, la stessa legge etica ed estetica cui ciascun italiano sente da tempi immemorabili di dover conformarsi, anche quando il mondo attorno a lui cambia e le smorfie o le arroganze hanno preso il sopravvento, e i gattopardi si ritirano con un balzo nel folto delle giungle.

        Ci sono grandi funerali che raccontano la verità di un’anima nazionale – furono così il funerali di re Baldovino in Belgio, o di Giovanni XXIII, o di Enrico Berlinguer – e quello di Agnelli è uno di essi. Difficile pensare in queste ore alle dotte disquisizioni sul fallimento del capitalismo familiare, sulla nuova e promettente epoca del capitalismo globalizzato e dominato dalla finanza, sulla fabbrica Agnelli che non aveva saputo aprirsi in tempo utile al mondo e fare a meno del protezionismo di cui era vissuta. Tutte queste cose sono vere, probabilmente, e in futuro toccherà correggerle per il bene della Fiat e di chi vi lavora.

        Ma quell’affezionarsi dell’anima italiana all’impresa di Agnelli non è neppure qualcosa su cui si possa sorvolare con spensieratezza, sottoponendolo all’urto della critica che distrugge. Fu capitalismo familiare, certo, ma quella famiglia non ebbe solo comportamenti particolaristici. Non fu famiglia provinciale e chiusa, e i suoi esponenti sono stati cittadini del mondo, come lo erano uomini del Rinascimento o romani ai tempi dell’impero.

        Non a caso avevano e hanno spesso qualcosa di stoico: traversano le rovine con schiene diritte, danno l’impressione di incarnare l’interesse di tutti e non solo di un ceppo, di un gruppo, di un individuo senza più catene. Il mito della Fiat-grande madre nutrice ( "ha dato da mangiare a tutti") nasce da questa idea dell’impresa, che non ha fatto solo immensi guadagni. Che ha avuto anche un’etica, uno stile, che erano familiari ma ci erano anche familiari. Che può inciampare ed anche fallire, ma che non ha perso ogni legame con quelle virtù morali che Adam Smith considerava essenziali per il prosperare del capitalismo.

        Il capitalismo che ci è contemporaneo non ha ancora trovato un suo stile, una sua norma cui conformarsi. Va a caccia di guadagni rapidi nelle borse, come Enron, e non si preoccupa di far pagare alla povera gente i prezzi dei propri raggiri e delle proprie cupidigie. La modernità che incarna non è ancora stata messa alla prova, non è ancora stata capace di divenire tradizione, di fabbricarsi una norma morale che regga l’urto non solo del cattivo gusto, ma anche delle cattive maniere. Non ha i difetti del capitalismo familiare, ma non riesce ancora a divenirci familiare. Non è ancora capace di misurarsi con la paradossale eccellenza dell’Avvocato: che fu gran signore, appunto, e proprio per questo seppe "fare con tutti", ed "essere alla portata di tutti".