“Lavoro” Vivere con 500 euro al mese

13/04/2007
    N.15 anno LIII – 19 aprile 2007

    Pagina 82/85 – Attualità

      LAVORO / BUSTA PAGA AL MINIMO

      Vivere con 500
      euro al mese

      Nei supermercati. Nei call center. Nelle imprese di pulizie. In studi privati. Sono 4 milioni i recordman del reddito basso

        di Roberta Carlini


          Il lavoratore che ha guadagnato di più in Italia nel 2006 si chiama Carlo, e la sua busta paga annuale è stata di 18 milioni 860 mila euro. Quello che ha guadagnato di meno potrebbe esser passato per il suo stesso ufficio, al piano più alto di Pirelli-Telecom, ma in ore assai mattutine: 6,51 euro l’ora, per quelle poche ore che servono a lucidare pavimenti, buttare cartacce e spolverare scrivanie. Ma il ‘pulitore’ è solo uno dei tanti pezzi del mosaico dell’Italia a basso reddito: di quelli che un lavoro ce l’hanno, ma guadagnano assai poco, meno del vecchio ‘milione’. Perché per 500 euro al mese in Italia si fanno tante cose: dietro la cassa di un ipermercato o alla scrivania di uno studio professionale, l’operatore di call center o il computer grafico, manovrando con scopa e spazzoloni oppure parlando tre lingue, mestieri vecchissimi o tanto nuovi da non essere neanche definibili. L’Istat li ha contati: sono 4 milioni e 223 mila in Italia i lavoratori considerati ‘a basso reddito’. E se, in base a calcoli statistici, la soglia del basso reddito da lavoro individuale è poco sotto gli 800 euro, la media di quanto incassano quei 4 milioni di persone è ben più bassa: 507 euro al mese. Dove sono, quei 4 milioni e rotti? E come campano?


          Operatori di un call center

          Al telefono Federica, diplomata, 38 anni e madre sola di due figlie, per lavoro risponde al telefono. Dai centralini del Cup Liguria, fissa le prenotazioni per visite specialistiche, ospedali. Svolge in subappalto per la Regione un servizio che, quando è fatto dagli uffici pubblici, costa assai di più: cosicché la persona che alla Asl fa il suo stesso lavoro guadagna almeno 200 euro al mese più di lei. Lo stipendio di Federica richiede una certa competenza matematica: "Prendo 7,03 periodico all’ora", dice. Tradotto a fine mese: 450 euro netti fino a due anni fa, quando il consorzio la impiegava solo per 20 ore a settimana. "Adesso va meglio, faccio 34 ore a settimana e non ho più il mutuo". Altri redditi in casa non ce ne sono. Certo, la casa in proprietà è un bell’aiuto, "grazie ai miei genitori che hanno contribuito", ma anche così per arrivare a fine mese l’organizzazione deve essere ferrea: "Vado al lavoro in scooter, esco alle 7 e torno alle 16, le ragazze si organizzano da sole per colazione e pranzo". Ultima vacanza? Nel 2001, da un’amica. Pasti fuori casa? Mai, al massimo una pizza.

            Federica non è un caso limite. Anzi, il suo call center non è neanche di quelli che pagano meno. Scendendo verso Sud, dove il mercato del lavoro si fa più affollato, le paghe al centralino diminuiscono: Giovanna, che fa le telefonate al Cepu per sei ore al giorno dal lunedì al sabato (‘outbound’, si chiamano), porta a casa 490 netti al mese, con un contratto di collaborazione a progetto. E altrove, dove il contratto neanche c’è oppure la paga è legata al risultato, va anche peggio. Federica invece non è neanche una lavoratrice atipica, ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato: "Indeterminato, finché c’è l’appalto: se cessa l’appalto, fine del contratto".

            Con la sua selva di contratti e paghe, il settore dei call center è uno spaccato del mondo che guadagna poco: tra i numeri dell’Istat, va ad affollare la voce ‘altri servizi’ con i suoi 613 mila lavoratori a basso salario, ma data la varietà dei contratti entra un po’ in tutti i settori economici. Il basso reddito, che sia in busta paga fissa, a contratto o con partita Iva, va spesso insieme a orari ridotti e flessibili e sotto-qualificazione. "L’80 per cento delle persone da noi intervistate ha almeno il diploma", racconta Paola Pierantoni, che per la Cgil Liguria ha curato una ricerca-inchiesta su sei call center liguri (in via di pubblicazione). Non solo. "Viene fuori che chi ha un lavoro più stabile, ad esempio lavora per i call center di Poste o Telecom, è anche più insoddisfatto della paga": gli altri, essendo appena emersi dall’area grigia e nera del telemarketing d’assalto, quello dove ti pagano in percentuale dei risultati, e un giorno puoi recarti al lavoro e trovare che il tuo ufficio non c’è più, "non possono permettersi di essere scontenti".

            I laureati Non sembra scontento Marco, che ha 27 anni, è laureato in lingue e fa tutt’altro lavoro ma sempre a basso reddito. "Curo i rapporti con la stampa per una piccola casa editrice: 500 euro al mese, ma il lavoro mi piace molto. Non possono darmi di più, si tratta di un piccolo editore: così, mi hanno fatto un contratto per quattro ore al giorno". Un part time di necessità: del resto, i dati Istat dicono che i bassi salari si affollano in particolare tra gli orari ridotti, spesso solo formalmente: dei 4 milioni e rotti di lavoratori a basso salario contati dall’Istat, circa 1,3 milioni lavora meno di 30 ore a settimana. Un dato che si ritrova soprattutto tra gli ‘invisibili’ delle pulizie e del commercio, dove è d’uso abbassare i costi (e così vincere gli appalti) tagliando l’orario invece dei salari (ma le stanze da pulire sono sempre le stesse, seppur in meno ore). Ma che, come dimostra il caso di Marco, riguarda anche il ceto intellettuale. A stare ai dati Istat, sono 221 mila i laureati (e dottori di ricerca) a basso reddito: ma solo perché una grande parte di loro non è nelle statistiche in quanto non percepisce alcun reddito. Come è successo allo stesso Marco, che dopo la laurea ha fatto uno stage biennale in una casa di produzione cinematografica (tutti i giorni, a tempo pieno, non retribuito, "ma mi hanno dato i buoni pasto e 400 euro a fine stage, perché erano contenti del lavoro"). Anche lì, lavoro interessante e tanta formazione. Marco ha imparato a leggere sceneggiature, sintetizzarle, darne anche una valutazione. Ma senza soldi. Che sono invece arrivati quando ha fatto il segretario di produzione per un set cinematografico: in gergo, ‘runner’. Cioè, correva a cercare tutto quel che serviva, dall’acqua per gli attori in su. Compenso: 1.600 euro al mese, per due mesi. "Beh, non mi piaceva per niente. Qui il lavoro è bello, l’ambiente culturale è vivace e cerco di dare il massimo. Certo, me lo posso permettere perché i miei mi danno 350 euro al mese per l’affitto, una stanza in casa di un’amica, tutto il resto me lo pago io". Vacanze? "Se ce la faccio, prenoto un volo low cost e mi faccio ospitare da amici". Cellulare? "Lo uso il meno possibile". Anche Stefano, stessa generazione, simile storia professionale, dice: "Preferisco fare un lavoro interessante che guadagnare di più". E comunque, non è che abbia molta scelta. È specializzato in computer grafica, e pur avendo alle spalle già tre, quattro anni di formazione e lavoro in piccoli studi o in proprio, ricomincia adesso da capo: apprendista in una grande società: "300 euro al mese, per tre mesi, poi si vedrà". Il contratto di apprendistato, insieme a forme di tirocinio in cui la retribuzione prende la forma di rimborso spese, è un classico del basso salario: si usa ovunque, dal barista all’informatico. Stefano conosce abbastanza il suo mondo per dire che "una fase di formazione nella computer grafica è necessaria". Detto questo, "anche se ti danno poco basta che ci sia una prospettiva futura". Nel frattempo, si arrangia con traduzioni e lavori saltuari, e ce la fa perché ha una casa di famiglia, né affitto né spese da pagare. E soprattutto, perché pensa che non sarà così per sempre.


            un supermercato Carrefour.

              Cassieri e cococo La stessa speranza che accompagna Danilo, 30 anni, che fa il commesso il sabato e la domenica e lo studente tutti gli altri giorni. Ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato alla Carrefour della Romanina (a Roma). Solo che il suo contratto prevede otto ore di lavoro a settimana: tutte il sabato. Paga: 240 euro al mese. In più, può fare gli straordinari alla domenica: "Li faccio sempre, così arrivo anche a 700 euro". È un modo per pagarsi gli studi, per non gravare troppo sui genitori con i quali ancora vive. Tra un po’ dovrebbe riuscire a diventare informatore farmaceutico: "Così magari mi prendono al banco dei medicinali, è una possibilità". Da informatore farmaceutico, nell’ipermercato o in giro per studi medici, conta di guadagnare "sui mille, 1.500 euro al mese, spero". Molti suoi colleghi e colleghe al bancone non possono dire la stessa cosa. Anche nel loro caso il basso salario è legato a un orario ridotto. Ma con scarse possibilità di cambiamento. "Negli ipermercati almeno il 75 per cento del personale lavora in part time", dice Ivano Corraini, segretario della Filcams Cgil. Sedici ore a settimana, spalmate su quattro giorni, fruttano circa 500 euro al mese. Il trasporto incide molto, come spesa e come tempo perso: difficile che una cassiera nel tempo libero faccia anche altri lavori. Anche perché spesso non lo sa, quando avrà il tempo libero, i turni si spostano a seconda delle necessità del supermercato. "Nei contratti di solito fissano un orario assai disagevole, cosicché se poi ci sono cambiamenti sono pochi i lavoratori che rivendicano l’orario come da contratto", spiega Marzio Govoni, della Filcams di Modena. Provincia ricca e quasi in piena occupazione, dove l’anno scorso "su oltre 50 mila donne avviate al lavoro solo 5 mila hanno avuto un contratto di lavoro a tempo pieno e indeterminato". Una su dieci. E se è vero che un lavoro a tempo pieno e indeterminato non necessariamente è ‘ricco’, è anche vero che, tra i contratti atipici e i part time, la probabilità di finire in basso è ben più alta.


                Ivano Corraini, segretario della Filcams-Cgil

              L’Istat l’ha quantificata così: fra tutti i lavoratori che hanno un contratto a termine, quasi il 40 per cento è a basso reddito (contro l’11,4 nell’area dei contratti a tempo indeterminato). Ma il mondo degli atipici è un magma assai confuso, è difficile contarli figuriamoci sapere quanto guadagnano. I ricercatori dell’Isfol hanno fatto qualche calcolo, mettendo a confronto i dipendenti a tempo indeterminato, quelli a termine, le altre forme di lavoro dipendente, gli autonomi e i ‘collaboratori’ (che poi sono le figure più diffuse tra i giovani: contratti a progetto, co.co.co., partite Iva assimilabili ai collaboratori). La scala dei redditi netti annui che ne viene fuori, nella media, va dai 23.277 degli autonomi ai 15.352 dei lavoratori ‘tradizionali’, giù giù nell’inferno: 12.438 per i dipendenti a termine, fino ai 10 mila dei collaboratori. Attenzione però: per i giovani collaboratori tra i 15 e i 29 anni, il reddito netto annuo scende a 8.813 euro. E per le donne ‘collaboratrici’, di tutte le età, la media non si scolla dagli 8.863. Senza contare il problema della stagionalità: i redditi sono calcolati presumendo un lavoro annuale, che spesso per i collaboratori e i dipendenti a termine non c’è.

              Se poi si unisce stagionalità e part time, siamo al di sotto del minimo. È il caso di un mestiere dal nome curioso: la scodellatrice. Molti non sanno che esiste una mansione simile, ma basta entrare in una scuola, dal nido alle medie, per vedere frotte di scodellatrici all’opera. Versano la minestra ai bambini, o tolgono il cellophane dai piatti. Da contratto, le scodellatrici fanno due ore al giorno per cinque giorni, per nove mesi all’anno. Stipendio: 296 euro lordi al mese, estate esclusa.

              Italian family Qualificati o meno, più giovani che anziani, più donne che uomini, i lavoratori a basso reddito ‘ce la fanno’ il più delle volte grazie alla famiglia. Che a volte integra un salario stabilmente basso (solitamente femminile), altre volte accompagna il lunghissimo periodo di inserimento dei giovani assai qualificati e per niente pagati. Secondo i dati Istat, uno su tre dei nostri lavoratori a basso reddito vive in ‘contesti familiari disagiati’, in cui i suoi 5-600 euro sono l’unica fonte di reddito o si accoppiano con altri salari bassissimi. Insomma, sono proprio poveri, tanto più se vivono in grandi città dove il costo della vita è più alto. Per gli altri (sono 2.771.000, un po’ più del 65 per cento) la famiglia di appartenenza non è ‘disagiata’. C’è un altro reddito più alto, oppure altri due (il caso dei figli-lavoratori-a carico), o un anziano con pensione. Ma questo non vuol dire che tutto va bene, e che reggerà a lungo. Basta guardare ai dati sulla povertà: se si guarda ai redditi familiari, e si definisce ‘povera’ la famiglia che ha meno della metà del reddito medio, nel 2004 era povero il 12 per cento delle famiglie italiane. Ma tale percentuale sale al 30 nelle famiglie dove ci sono lavoratori ‘non standard’, mentre è più bassa (al 9) per le famiglie dove ci sono lavori tradizionali (i dati sono tratti da uno studio dell’economista Andrea Brandolini). Facile prevedere che, man mano che si allarga la quota dei lavori ‘non standard’ e si riduce quella dei lavori tradizionali, il cuscinetto familiare proteggerà sempre meno.

                Insomma, nel migliore dei casi, ammesso che quelli come Marco trovino un lavoro ben pagato entro qualche anno, le famiglie italiane stanno sovvenzionando una lunghissima formazione-lavoro per i loro figli, integrando i salari al di sotto della sopravvivenza che imprese e pubbliche amministrazioni pagano per servizi essenziali. Nel peggiore, c’è "una disuguaglianza nascosta", spiegano gli statistici dell’Istat: se una parte di questi ragazzi-adulti uscisse di casa in età corrispondente a quella dei loro colleghi francesi o tedeschi, le statistiche della povertà si ingrosserebbero. E il ruolo chiave della famiglia spiega anche come mai difficilmente si trovano gli immigrati a salari bassissimi: non potrebbero restare in Italia, senza casa né famiglia, a quelle condizioni, spiega il sindacalista Govoni. Per dirla con un paradosso: ‘Non possono permettersi salari troppo bassi’.

                      La mappa dei sofferenti
                      Nord-ovest …………….994.000
                      Nord-est ……………….784.000
                      Centro …………………762.000
                      Sud …………………1.209.000
                      Isole………………………….474.000
                      ________________________
                      Maschi ……………..1.695.000
                      Femmine ……………2.528.000

                      Secondo la soglia definita con metodi
                      statistici convenzionali, è considerato
                      basso reddito da lavoro quello al
                      di sotto di 783 euro al mese. La media
                      di reddito incassato da percettori
                      di basso reddito è di 507 euro al mese
                      Fonte: Istat

                  Agli autonomi non piacciono le donne

                  Tipici e atipici, a termine e a tempo indeterminato, autonomi e dipendenti. Fra tutte le divisioni che attraversano lavori e salari italiani, ce ne sono due trasversali, che riguardano ogni tipo di contratto e reddito. La prima è quella tra maschi e femmine, il ‘gender gap’: più che un fossato, una voragine, soprattutto nel mondo del lavoro autonomo. La differenza media tra redditi annui maschili e femminili, secondo i dati del rapporto Isfol plus, va dai 3.178 euro all’anno per i lavoratori dipendenti a termine, ai 3.805 per i dipendenti a tempo indeterminato, ai 10.816 per gli autonomi. Affianco al gap di genere, si sta divaricando il gap generazionale. Gli stessi dati Isfol mostrano la differenza, a parità di contratti, tra la prima e l’ultima fascia di età. Ma i giovani hanno sempre guadagnato un po’ meno, si potrebbe pensare. Solo che adesso il fossato è cresciuto: due economisti, Alfonso Rosolia e Roberto Torrini, hanno calcolato in uno studio su ‘The generation gap’ l’andamento nel tempo della differenza salariale vecchi-giovani, prendendo in esame solo i lavoratori maschi. Ne viene fuori che se negli anni ’80 i nuovi entranti guadagnavano, mediamente, un 20 per cento in meno di quelli che stavano per andare in pensione, adesso percepiscono il 35 per cento in meno dei loro colleghi anziani, in conseguenza dell’abbassamento dei salari d’ingresso. E questo, senza che ci sia stato né un peggioramento delle competenze e specializzazioni, né un’accelerazione degli scatti di carriera successivi all’ingresso.