Lavoro, «vince» l’assistenza

17/11/2004

    mercoledì 17 novembre 2004

    sezione: ITALIA-LAVORO – pag: 19

    CONTRATTI O CCUPAZIONE• Negli ultimi tre anni spesi 20 miliardi per gli ammortizzatori e 12 per le politiche attive

    Lavoro, «vince» l’assistenza

    Record dei sussidi per i disoccupati dell’agricoltura Forlani (ItaliaLavoro): servizi mirati per il reimpiego

      SERENA UCCELLO

        MILANO • Quasi 20 miliardi di euro. Quasi una legge finanziaria. È quanto l’Italia ha speso negli ultimi tre anni per finanziare le politiche passive, vale a dire tutti quelli strumenti, (dall’indennità di disoccupazione alla cassa integrazione, agli incentivi per le assunzioni) che vengono utilizzati per sostenere il reddito dei lavoratori in difficoltà. Una cifra rilevante che peraltro non tiene conto delle risorse utilizzate per finanziare il meccanismo delle assunzione agevolate, come le assunzioni a tempo determinato o indeterminato dei lavoratori iscritti alle liste di mobilità. Per queste misure sono stati spesi sempre negli ultimi tre anni quasi 12 miliardi di euro. Una voce di bilancio "fissa" che dal 2001 al 2003 ha gravato in modo pressoché costante sulle casse pubbliche. Nel 2003, infatti, complessivamente, tra indennità di disoccupazione non agricola, indennità di disoccupazione agricola, indennità di disoccupazione speciale edile, indennità di mobilità, cassa integrazione guadagni straordinaria, e lavoratori socialmente utili sono stati spesi oltre 6 miliardi di euro (6.890.147.000 nel 2002 e 6.912.036 nel 2001).

        E nei dati del 2003, elaborati da Italia Lavoro sulle rilevazioni fornite dall’ultimo piano nazionale d’azione per l’occupazione, mancano i finanziamenti per Lsu. Trend analogo per le risorse destinate alle "assunzioni agevolate" che vanno da 3.253.850.000 del 2001 a 4.673.167.000 del 2002 a 3.812.700.000 del 2003. Il quadro diventa completo se oltre alla cifre si considera anche il totale dei cosiddetti "soggetti beneficiari", ad esempio 613.274 lavoratori nel 2002. Emblematico, per quanto riguarda l’efficacia o meno degli interventi, il caso dei lavoratori social• mente utili, più conosciuti come Lsu: nonostante le risorse messe in campo dal 1998 ad oggi restano ancora da collocare 23.929 lavoratori. Un risultato importante, se si tiene conto del fanno che nel ’98 gli Lsu erano 110mila.

        Un esito che suggerisce qualche riflessione se si prende poi in esame l’impegno messo in campo per il reinserimento di questi lavoratori e che «ormai quello che resta — dice Natale Forlani amministratore delegato di ItaliaLavoro — è lo zoccolo duro. Si tratta di gente che svolge altre attività e che utilizza l’assegno come un’integrazione al reddito. Ecco perché quando viene loro proposto un lavoro lo rifiutano». Una situazione di vero e proprio assistenzialismo che richiede un intervento. «Occorre — dice Forlani — fare una scrematura, introducendo un meccanismo mediante il quale chi rifiuta un lavoro viene depennato».

        Ma in discussione è forse l’intero sistema delle politiche passive: passare cioè dalla logica dell’assistenza a quella dei servizi. La ricetta? «Bisogna — dice Forlani — cominciare a fare politica attiva utilizzando la rete dei servizi: chi li rifiuta viene escluso». Nel concreto ItaliaLavoro propone una strategia articolata in quattro punti principali. Ovvero: incremento delle attuali prestazioni "ordinarie di protezione" prevedendo però la possibilità di una rimodulazione a «scalare in base alla gravità dello stato di bisogno»; «ampliamento del campo di incidenza degli interventi»; «aggiornamento degli attuali criteri di selezione all’accesso dei trattamenti di protezione»; ed infine «condizionamento dell’erogazione dei benefici all’effettivo stato di bisogno, oltre che al suo comportamento meritevole», vale a dire all’impegno dimostrato nella «ricerca di un’occupazione e nella disponibilità ad accettare offerte di lavoro».

        Ma su un tema così articolato il dibattito è aperto. «Che le politiche di sostegno — dice infatti Raffaele Bonanni della Cisl — si sono trasformate in un limbo di inattività è una valutazione che come Cisl ripetiamo da tempo. L’alternativa può essere quella di costruire un sistema che preveda tre pilastri: risorse, formazione, collocamento. Finanziamenti cioè mirati alla riqualificazione e finalizzati al reinserimento. Questi tre elementi devono essere messi insieme in una cornice che li cali sul territorio». Mette l’accento sul numero di "beneficiari" dell’indennità "di disoccupazione non agricola" Tito Boeri, ordinario di diritto del lavoro all’Università Bocconi di Milano, per il quale «sono pochi rispetto alla situazione della disoccupazione in Italia. Quella che invece colpisce — dice — è il numero di beneficiari dell’indennità di disoccupazione agricola. Un dato spaventoso per il quale bisognerebbe fare qualcosa». L’altro dato su cui — secondo Boeri — si deve focalizzare l’attenzione è l’ammontare delle risorse spese per le politiche attive e il loro rapporto con quelle destinate alle politiche passive. «Non si fa la riforma degli ammortizzatori — dice — e si continua però a spendere per interventi finalizzate alle assunzioni agevolate di dubbia efficacia». E allora la strada può essere solo quella «di prevedere seri ammortizzatori conclude Boeri — garantendone anche di più generosi, come accade già in altri Paesi, parallelamente, a politiche attive mirate».