Lavoro sommerso,una «trappola »per donne

06/12/2007
    giovedì 6 dicembre 2007

      Pagina 9 - capitale &lavoro

        Ricerca Isfol Tra le lavoratrici il tasso di irregolarità è del 14.5%.Quattro punti in più rispetto ai lavoratori

          Lavoro sommerso,una «trappola »per donne

            Sembrerebbe una condizione di quasi parità. Anzi, di leggero vantaggio
            per le donne. Sul un totale di 2 milioni e 850 mila lavoratori irregolari,
            1 milione e 352 mila (pari al 47%) sono donne. Ma in Italia il tasso di occupazione femminile (46%, fanalino di coda in Europa) è molto più basso di quello maschile. Ne consegue che il tasso di irregolarità femminile (14,5%) supera di 4 punti quello maschile (10,6%). Il sommerso, quindi, è più donna che uomo. E’ dedicata a questo tema l’indagine dell’Isfol (l’istituto di ricerca collegato al ministero del lavoro) presentata ieri a Roma.

            Il grosso dell’irregolarità femminile (1 milione e 150 mila lavoratrici) si concentra nel settore dei servizi, dove le donne costituiscono il 57% dell’occupazione parzialmente o totalmente sommersa. Sono colf e badanti, pulitrici, donne che lavorano in bar, ristoranti e alberghi.
            La distribuzione geografica del sommerso femminile vede in testa il Nord (685 mila irregolari), seguito dal Sud (380 mila) e dal Centro (287 mila). Il primato del Nord dimostra che il sommerso femminile non deriva dall’arretratezza del contesto economico. E connesso ai lavori "servili" fatti prevalentemente dalle donne.

            Fin qui i dati piuttosto vecchiotti (2001) dell’Istat. L’Isfol li ha integrati
            con una ricerca sul campo, intervistando mille lavoratrici irregolari
            (italiane e straniere) a Torino, Roma e Bari. Il 64% non ha un con tratto scritto. Nel 28% dei casi il contratto è disatteso in tutto o in parte. Il 13% delle intervistate ha una laurea, l’8% una qualifica professionale, il 31% la licenza media. Ovvia deduzione: il titolo di studio non protegge dal lavoro nero. Solo il 4% si è ritrovata nel sommerso dopo aver risposto a un’offerta di lavoro regolare. La maggior parte l’ha accettato sapendolo in anticipo, tramite il passa parola. Il 42% passerebbe a un lavoro regolare,
            se solo lo trovasse. Il 31% lo farebbe solo a condizioni salariali più vantaggiose. Il 67% svolge un lavoro irregolare da oltre un anno. Il nero non è una parentesi effimera (soprattutto per le migranti che fanno le badanti). Per questo l’Isfol parla di «trappola del sommerso». Dentro ci finiscono tutte: giovani alla prima esperienza lavorativa, madri che accettano un’occupazione irregolare per conciliare lavoro e carichi familiari, over 50 a un passo dalla pensione.

            La retribuzione media va dai 500 ai 700 euro al mese. Le mille donne intervistate dimostrano una «discreta» conoscenza delle regole e dei diritti contrattuali. Ma rivolgersi al sindacato è percepito come un pericolo. Il sindacato, in genere, entra in scena «dopo». Dopo che si è trovata un’occupazio ne in regola o si è ottenuto il permesso di soggiorno.

            Per arginare l’area del sommerso femminile, conclude l’Isfol, gli strumenti tradizionali di contrasto (ispezioni e controlli) servono a poco.
            La lotta al sommerso non ha un’unica chiave di volta, dice Gianni Principe, direttore generale dell’Isfol. «Occorrono politiche per la
            legalità, per la riqualificazione del sistema imprenditoriale, per l’empowerment, per aiutare la permanenza delle donne nel mercato del
            lavoro». Con «servizi adeguati», aggiunge Lea Battistoni, il 23% delle
            donne «inattive» rientrerebbe al lavoro.

            m.ca