Lavoro, sogni, futuro incerto ecco i giovani “Cococo”

06/05/2002

 
Trent´anni, una laurea nel cassetto, mille impieghi temporanei. Vivono con poco più di 500 euro al mese. I sociologi: una nuova generazione
Lavoro, sogni, futuro incerto ecco i giovani "Cococo"
          Sono due milioni e dovrebbero garantire lo sviluppo demografico italiano, ma di mettere su famiglia non hanno voglia né possibilità
          La psicologa Donata Francescato: "Ma i genitori di questi nuovi adulti vengono dalla società del posto fisso e delle baby pensioni"

          MARIA NOVELLA DE LUCA

          ROMA – Si chiamano Co.Co.Co. e hanno una sigla che è quasi diventata una bandiera. Il primo maggio hanno sfilato nelle piazze: «Ci siamo anche noi, i Co.Co.Co». Anni: 25-35. Titolo di studio: diploma o laurea. Reddito mensile: 500 euro più o meno. Immaginario comune: l´incertezza, il futuro che appare come una nuvola nera. Particolarità: sono tanti, due milioni, e fanno parte di quella vasta riserva che per età e prospettive dovrebbe, in teoria, garantire il futuro demografico dell´Italia. Ossia i figli. La famiglia. In teoria però. Le loro professioni comprendono di tutto un po´: Call center, venditori porta a porta, guide turistiche, grafici, archivisti, cuochi, non-profit, fisioterapisti, istruttori di sport, stilisti, truccatori. Sesso: oltre il 60% sono donne, anzi giovani donne. Pianeta Cococò, generazione Cococò: giocare sul nome è facile ma c´è un mondo dietro questa sigla, una delle mille che compongono la galassia del lavoro atipico, non dipendente e senza tutele. A forza di cercare il perché alla caduta verticale delle nascite studiosi e analisti sono tornati all´anno zero: come è possibile fare un progetto di vita quando la garanzia dello stipendio non supera l´arco temporale, se va bene, dei sei mesi?
          Al popolo del «lavoro atipico» Giovanna Altieri, direttrice dell´Ires, l´istituto di ricerche economiche e sociali della Cgil, ha dedicato più di un saggio. «E´ vero: i Co.Co.Co, per l´estrema precarietà dei loro rapporti di lavoro che lasciano totale libertà alle aziende, sono l´emblema di una generazione che pur volendo, non riesce, con queste basi, a costruire qualcosa di autonomo che non sia la pura sopravvivenza. Si tratta però di un mondo variegato, dove accanto all´operatrice di call center, ci sono gli amministratori di società che scelgono di non avere né contratti né legami e riescono anche a guadagnare moltissimo. Una minoranza comunque. La realtà più vasta riguarda i giovani per i quali questa formula è diventata una trappola. Il Co.Co.Co. infatti non ha nessun diritto, né malattia, né maternità, e può contare solo su uno scarno versamento previdenziale. Se poi teniamo conto che la maggioranza dei Co.Co.Co. sono donne l´equazione tra la precarietà e la difficoltà a pensare un figlio è fin troppo semplice…». Negli ultimi anni alcune organizzazioni sindacali tra cui il Nidil-Cgil hanno provato e in diversi casi sono riuscite a ottenere, anche per i Co.Co.Co. delle, seppur minime, forme di tutela. Per Donata Francescato, docente di psicologia della Comunità, «il fattore economico sta acuendo quel tipo di dipendenza dalla famiglia e quella difficoltà a diventare grandi già così forti nelle ultime generazioni». «Chi oggi ha 30 anni non è abituato a progettare nell´incertezza. Non dimentichiamo che i genitori di questi giovani adulti vengono dalla società del posto fisso e delle baby-pensioni, e un nuovo modello culturale non c´è. Sono pochissime le giovani coppie che in condizioni Cococò decidono di fare un figlio: quel 2% che ci prova ha quasi sempre, alle spalle, una solidale famiglia di origine su cui contare».