Lavoro, sì del Senato: arriva l’arbitrato

04/03/2010

Cambiano profondamente le regole del mercato del lavoro italiano. E con l’approvazione (definitiva, ieri, con il voto del Senato) del disegno di legge di governo e maggioranza di fatto va in soffitta l’articolo 18 che impedisce i licenziamenti senza giusta causa. D’ora in poi la «tutela reale» dai licenziamenti ingiustificati stabilita dall’art.18 dello Statuto dei Lavoratori (ovvero il reintegro nel posto di lavoro) può essere facilmente aggirata. E trasformata in una semplice indennità economica stabilita da un «arbitro» che deciderà «secondo giustizia» sulla controversia tra il lavoratore licenziato e il datore di lavoro, che potrà allontanarlo in pratica a piacer suo. Due sono le strade per imporre
l’arbitrato. Primo, se lo stabiliranno i contratti di lavoro collettivi, indicando modalità e procedure entro cui è possibile esercitarlo. Servirà almeno il consenso dei sindacati con cui il governo tratta, ovvero Cisl, Uil e Ugl. La seconda, se sarà lo stesso lavoratore ad accettare che il proprio contratto di assunzione preveda il ricorso all’arbitrato (e non più al magistrato del lavoro) per risolvere le controversie, licenziamento compreso. È facile prevedere che la stragrande maggioranza dei futuri contratti di assunzione «a tempo indeterminato» contempleranno questa clausoletta. Che permetterà di «liberarsi » con qualche mensilità del dipendente non più gradito. L’opposizione e la Cgil non hanno dubbi: è un attacco all’art. 18; tesi respinta dal ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, convinto si tratti dell’«ennesima prova della malafede di chi vuole sempre accendere la tensione sociale». «In due anni di iter parlamentare nessuno ha mai gridato allo scandalo – dice – Oggi, in vista delle elezioni, si grida alla lesa maestà», dice Sacconi che aggiunge: «Questo testo è il frutto di un intenso lavoro parlamentare e ha un origine: l’autore fu Marco Biagi », il giuslavorista ucciso nel 2002 dalle Br. Oggi il leader Cgil Guglielmo Epifani parla di «controriforma» e si dice pronto ad andare dinanzi alla Corte Costituzionale. Contrariati appaiono anche Cisl e Uil, ma i toni sono molto diversi: «la politica regoli se stessa», dice il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, perché i temi sociali vanno affidati alle parti; il tema deve essere oggetto di confronto tra le parti, afferma il numero uno della Uil, Luigi Angeletti.
Insorge pure l’opposizione: per l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano «si introduce un nuovo “correttivo chirurgico” che questa volta però lascia il segno»; secondo il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, «si fomenta la violenza contro il mondo del lavoro». Sacconi dice che per due anni il Pd non ha fiatato sull’argomento, e in effetti non si può certo dire che il centrosinistra abbia fatto le barricate. Sempre il ministro afferma che l’arbitrato «non potrà essere applicato in caso di licenziamenti discriminatori, in questo caso varrà solo la strada del giudice ordinario». E a chi fa notare che i giovani, pur di farsi assumere, accetteranno di «certificare» che il loro contratto può passare per l’arbitrato, così replica il ministro del Lavoro: «Non dobbiamo pensare che il lavoratore sia un minus habens».