“Lavoro” Senatrici Unione contro le «dimissioni coatte»

07/03/2007
    mercoledì 7 marzo 2007

    Pagina 9 – CAPITALE & LAVORO

      Le parlamentari dell’Unione presentano un disegno di legge contro le «dimissioni coatte» anticipate che i padroni pretendono dai lavoratori al momento dell’assunzione, per poterli cacciare «legalmente» in futuro

        «Se non mi firmi in bianco
        le dimissioni, non ti assumo»

          Carla Casalini

          Cosa sono le «dimissioni in bianco»? Semplice, e lesiva di dignità e libertà, è la pratica che si nomina a partire dal suo senso letterale: un foglio con una firma preventiva del «lavoratore», al momento dell’assunzione, che sarà usata in seguito dal «datore di lavoro» quando vuole disfarsi di lui/lei, facendo figurare l’uscita dal luogo di lavoro come una scelta «volontaria» del prestatore d’opera – «c’è la sua firma sul foglio di dimissioni!».

          Chi non ci sta a siglare in anticipo il proprio licenziamento mascherato, non viene assunto, e il ricatto prosegue per tutto il tempo in cui si trova in quell’impresa, se per caso si ammala o gli capita un ‘infortunio’ da lavoro. Il segno ‘letterale’ traduce infatti una pratica corposamente concreta – la dipendenza nel tempo quotidiano di una vita -, e simbolica – l’esercizio di un potere direttamente personale che sa di un passato feudale riciclatonon solo dal «postmoderno» ma ben da prima, come testimoniano le prime norme «contenitive» già negli anni ’60. Ma le «dimissioni estorte» ai prestatori d’opera sono difficilmente quantificabili, perché ci si può basare solo sui ricorsi ai tribunali dei lavoratori, dopo la loro cacciata: e dunque «si stima, ma per assoluto difetto, che ci siano 18 mila casi all’anno».

          I numeri li ha forniti ieri a palazzo Madama il dirigente nazionale della Cgil Claudio Treves, intervenendo nella conferenza stamnpa in cui le senatrici del Centrosinistra hanno presentato un «disegno di legge per neutralizzare gli effetti della richiesta preventiva della sottoscrizione di dimissioni in bianco da parte del lavoratore». Silvana Pisa, Vittoria Franco, Anna Maria Carloni, Colomba Mongiello (Ulivo) e Maria Luisa Boccia (Rifondazione) hanno illustrato il testo (già presentato alla Camera da Marisa Nicchi e altre). «Ci auguriamo che l’esame possa iniziare subito», invita Silvana Pisa, segnalando, con Anna Maria Carloni, il maggior «potere di ricatto» che questa pratica padronale si permettere al sud.

          Un disegno di legge stringato, di due soli articoli con annessi commi, che si concentra sulla prescrizione di «appositi moduli, predisposti e resi disponibili, gratuitamente, dalle direzioni provinciali del ministero del Lavoro e dagli Uffici comunali», dotati di un «codice alfanumerico progressivo di identificazione, nonché di spazi da compilare» da parte del lavoratore firmatario su «identificazione del prestatore d’opera, del datore di lavoro, della tipologia di contratto da cui si intende recedere, della sua data di stipulazione …».

          Colomba Mongiello ieri ha poi proposto di inserire questi due articoli «all’interno della riforma del processo di lavoro all’esame della commissione di palazzo Madama». Abbiamo chiesto perciò a un giurista come Massimo Roccella, a conoscenza del testo sul «processo di lavoro», che cosa pensa di questo nuovo disegno di legge. delle parlamentari dell’Unione. «Tocca un problema serio e reale – aderisce Roccella – e l’intenzione è ottima, anche se va qua e là precisata tecnicamente»: fra i punti che il giurista propone di «precisare», il più importante ci sembra la necessità di risolvere il problema di chi – prestatore d’opera che deve compilare i moduli – non è «alfabeta», come le migliaia di lavoratori extracomunitari che non maneggiano bene l’italiano.

          Roccella ricorda anche che per la «maternità» ma anche per la «paternità», biologica o adottiva, esiste già una protezione contro le «dimissioni estorte» nel decreto legislativo 151 del 2001. Ma le senatrici, ieri, hanno infatti parlato delle limitazioni alla libertà di tutti, «donne e uomini». Quel che invece colpisce – questa volta in negativo – nel testo delle senatrici, è per noi leggere l’elenco minuzioso delle «tipologie» di contratto cui si rivolge il nuovo disegno di legge, fino a quelle più ambigue e spurie: non ne capiamo il motivo, visto che questa appare una, certo involontaria ma pur sacrosanta, legittimazione – per via indiretta – fin delle più odiose forme di lavoro precario.