Lavoro, scoppia la questione femminile

09/05/2007
    N.17 anno LIII – 3 maggio 2007

    Pagina 187-189/191 – Economia

    Lavoro, scoppia la questione femminile

    I dati Istat fanno crollare la disoccupazione al minimo storico. Nel Sud in primo luogo. Ma i conti non tornano. Ecco perché

      Ragazze non c’è posto

      di Emiliano Fittipaldi

        C’è un nuovo fantasma in giro per il Sud d’Italia. Gli esperti lo chiamano ‘disoccupazione percepita’, sottolineando, come già per l’inflazione ai tempi dell’introduzione dell’euro, la distanza tra le rilevazioni ufficiali e gli indici che la gente sente sulla propria pelle. I disoccupati per l’Istat stanno infatti diventano quasi una specie in via di estinzione. Le code negli ex collocamenti, oggi centri per l’impiego, sono solo un antico ricordo. Negli ultimi cinque anni in Campania, Calabria e Sicilia le persone a caccia di un impiego sono diminuite rispettivamente del 9,6 per cento, del 12,8 e dell’8. A Caserta il crollo è stato verticale, quasi del 15 per cento: molto meglio che in molte zone industrializzate della Germania. A Messina le persone in cerca di occupazione sono la metà rispetto al 2001. Reggio Calabria ha fatto ancora meglio, migliorando di oltre 17 punti. Una performance mostruosa, paragonabile a quella del boom del dopoguerra, che ha toccato quasi tutte le province, e che ha permesso l’eccellente risultato medio (nel 2006 sceso al 6,8 per cento) che il governo può giocarsi nei consessi internazionali: il calo della disoccupazione è uno dei punti principali dell’Agenda di Lisbona e l’Italia ha fatto meglio di tutti. Oggi Prodi – dati Eurostat alla mano – può vantare che ad Avellino e Taranto scovare un disoccupato è meno probabile che sulla Costa Azzurra francese (dove nel 2005 l’indice era dell’11,2 per cento) e che è più facile trovare lavoro a Enna e Vibo Valentia che a Bruxelles o a Berlino (dove il tasso è fermo al 16,3 per cento). Il presidente del Consiglio potrebbe persino affermare che in alcune regioni della Finlandia (indici all’11,6 per cento) è più difficile trovare un posto che a Napoli (che in un lustro ha visto i disoccupati calare di oltre dieci punti) o a Bari. Anche a Stoccolma, incredibile ma vero, ci sono più persone in cerca di lavoro rispetto a Ragusa.

          Al di là del dato nazionale (ai livelli minimi dal 1993), confrontando le statistiche Istat del 2001 con le stime del 2006, si scopre che è proprio il tasso di disoccupazione delle regioni meridionali a essere andato in picchiata. Se nelle città del Nord la diminuzione è stata minima (in Trentino c’è perfino un rialzo, ma i tassi settentrionali restano tra i più bassi del pianeta), nel Mezzogiorno i risultati appaiono sensazionali. Forse troppo, sussurrano gli esperti: com’è possibile cancellare i disoccupati con crescita zero e produttività ed esportazioni al palo?

            Casalinghe disperate
            Nonostante il divario tra la punta dello Stivale e la Padania resti consistente, il miracolo occupazionale, più che ai meriti della legge Biagi e alla regolarizzazione degli stranieri, è legato soprattutto al calo registrato nel Sud. Un ossimoro, considerando che, come spiega Gianfranco Viesti, docente di Economia all’Università di Bari, "dal 2000 al 2005 il Mezzogiorno ha subito la più grave recessione da cinquant’anni a questa parte". Pil sotto zero, chiusura dei grandi impianti industriali, delocalizzazione, export in crisi e concorrenza asiatica hanno bloccato la crescita meridionale per anni. E la legge Trenta non sembra aver creato più lavoro, ma trasformato parte dei posti fissi in contratti flessibili. Qual è, allora, la soluzione del rompicapo? I tecnici dell’istituto di statistica spiegano che le tabelle non andrebbero confrontate, poiché le serie storiche antecedenti al 2003 sono state ricostruite utilizzando nuovi metodi più precisi. "Un microscopio al posto di una lente d’ingrandimento", dice un esperto.

            Lo scostamento medio del tasso, però, dovrebbe essere minimo: circa dello 0,4 per cento. Lo scollamento tra statistiche e realtà, dunque, è dovuto ad altri fattori. In primis, come ripete lo stesso Istat, c’è l’effetto-scoraggiamento. Che coinvolge innanzitutto le donne meridionali. "I tassi sono falsi", spiega Anna Oppo, ordinario di sociologia all’Università di Cagliari, "bisogna vedere il numero degli inattivi, di persone che non lavorano e non cercano lavoro". Un esercito che rende fittizi i dati sulla disoccupazione e che è in grande crescita: nel Sud tra i 15 e i 65 anni sono quasi sei milioni e mezzo, 300 mila in più rispetto al 2001. Nel 70 per cento dei casi, sono di sesso femminile. Nessuno, per ora, ha analizzato cosa facciano le donne inattive del meridione.

            Molte, spiega la Oppo, provano con il nero, altre tentano la fortuna con i corsi di formazione. "Ma in realtà la stragrande maggioranza dopo la trentina rinuncia, e non fa proprio nulla. Niente di niente. Sono casalinghe disperate, che aiutano a casa e si occupano degli anziani". Dei figli no. Perché, nonostante non trovino lavoro, sembra che le donne del Sud e delle isole da qualche anno non si realizzino neanche nella maternità. Che il Meridione sia la culla d’Italia è ormai un falso mito: complice la localizzazione degli stranieri al di sopra della linea gotica, il tasso di natalità meridionale sta crollando, da dieci anni, in tutte le province.

            Ora, la questione del lavoro femminile è stata rilanciata anche dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che ne ha fatto uno dei punti basilari per il rilancio dell’intero sistema-Paese. A ruota, gli economisti Alberto Alesina e Andrea Ichino hanno proposto, per utilizzare al meglio ogni risorsa, di ridurre le tasse sul reddito da lavoro alle donne e, proporzionalmente, aumentarle agli uomini. Ipotesi affascinante che, visto che il tasso di occupazione femminile al Nord è in linea con la media europea, dovrebbe però essere ‘localizzata’: solo nel Sud i dati sono inferiori, e di ben venti punti, alla media dei Venticinque.

              Gioventù spezzata
              La Svimez sottolinea che sono soprattutto le ragazze a scomparire dalle statistiche: sia quando restano a casa con i genitori sia quando si sposano e formano una nuova famiglia centinaia di migliaia di giovani sono impegnate nei lavori domestici. Prima per il padre, poi per il marito. Il vicedirettore dell’associazione Luca Bianchi è categorico: "Nel Mezzogiorno il modello tradizionale basato su un unico capofamiglia maschio percettore di reddito e su ruoli sociali rigidamente divisi tra uomini e donne, lungi dall’essere al tramonto, trova ampia diffusione anche tra le nuove generazioni".

              Nel 2007, a quasi quarant’anni dal ’68, dati alla mano al Sud ci sono 900 mila donne tra i 15 e i 34 anni che non studiano e non stanno sul mercato del lavoro. Tra le ultra trentenni si tratta del 46,5 per cento del totale. Oltre al rigurgito maschilista, ragiona Viesti, l’aumento del disagio è dovuto anche alla crisi di alcuni settori economici più femminilizzati. "Dal 2002 al 2005 in Puglia l’agricoltura è andata malissimo, e l’industria tessile, che dava in passato lavoro alle napoletane, alle baresi e alle leccesi, lo stesso". Anche il blocco delle assunzioni nella scuola, tradizionale approdo per le ragazze con in tasca la laurea o un diploma, ha contribuito al boom delle casalinghe. Laura Esposito, 36 anni, di Taranto, dopo anni di supplenze ha deciso di mollare. "Il lavoro è una chimera, inutile cercarlo. Qui persino definirsi un disoccupato è un lusso. Significa che hai ancora una speranza". Una crisi di fiducia, chiosa Viesti, che potrebbe far ingigantire ancora la sacca degli inattivi: "Perché se siamo davvero in ripresa economica, il Sud non ci crede ancora". Il caso Calabria è indicativo. "Il sommerso femminile è diffusissimo, pesa su un terzo del totale", afferma Vera Lamonica, diventata da poco segretario regionale della Cgil, "ma nessuno può farci affidamento: a Reggio e a Cosenza non c’è la stessa qualità di lavoro nero di Napoli e Bari, qui è precario anche il lavoro irregolare". Se le donne del Sud lavorassero come quelle del Nord verrebbe poi a mancare il pilastro della rete sociale del territorio. "Badano ai bambini, agli anziani, ai malati", dice Lamonica, "sono loro il vero welfare sociale, soprattutto nelle zone interne". Chi può, ovviamente, emigra. Ma sono pochissime le fortunate: solo le famiglie benestanti possono permettersi di sostenere i ragazzi che vanno a Roma, Bologna e Milano a cercare il posto, fisso o a termine che sia. "Tutto il contrario degli anni ’50: prima gli emigranti spedivano i soldi a casa, ora avviene il contrario. Con uno stipendio da 800 euro al mese, come si fa a pagare fitto e spese?".

              Gli immigrati emigrano
              Se le donne stanno a case e i giovani, in genere, oscillano tra precariato e lavoro irregolare, agli stranieri che tentano fortuna nel meridione va ancora peggio. Inizialmente il Sud può attrarre per il clima (per marocchini e tunisini è un aspetto fondamentale) e per il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi le rotte dell’immigrazione si fermano sulle coste meridionali. Ma una volta arrivati in genere si trasferiscono al Centro-Nord nel giro di qualche anno: nell’ultimo bollettino della Svimez si calcola che da anni il saldo migratorio sia negativo di quasi ottomila persone l’anno.

              La storia di Ione Cojocaru è esemplare. Ucraino, 46 anni, docente e vignettista, è arrivato in Sicilia nel 2002. A Kiev Ione faceva il professore a scuola, premiato persino dal ministro dell’Istruzione. "Sono finito a lavorare nelle serre di pomodori per dieci ore al giorno a due euro e mezzo l’ora. Fuori durante l’estate c’erano 40 gradi, ma dentro le serre si arrivava oltre i 60. Il padrone ci faceva spruzzare prodotti chimici sulle piante, veleni che inalavamo in quantità industriali. Però funzionavano: la mattina i pomodori erano verdi e piccoli, il giorno dopo rossi e belli grandi, pronti per essere venduti sui mercati del Nord. I miei compagni hanno resistito poco, sono tornati a casa. Io ho deciso di partire per Milano".Sotto la Madonnina le cose vanno meglio. Non a caso la Lombardia è la regione italiana che esercita più attrattiva: solo a Brescia ci sono più stranieri che in Sicilia e Sardegna insieme. Cojocaru ("Mai più comprato pomodori in vita mia") prima scrive la sua storia e pubblica un libro, ‘La vita di un immigrato in Italia’, poi trova lavoro alla Milano Assicurazioni. "Ho iniziato con lo smistamento della posta, ora sono responsabile delle videoconferenze della società. Sto per pubblicare un altro libro, stavolta di caricature. Si chiama ‘I 101 metodi di fare soldi in Italia’".

              Il boom dell’immigrazione italica certificata dagli esperti è reale, riguarda tutte le regioni, ma il Mezzogiorno è escluso. Secondo la Caritas ormai la presenza straniera in Italia raggiunge i 3,2 milioni di persone. Di questi solo il 13,5 per cento risiede al Sud. Se il numero assoluto è leggermente aumentato, la proporzione è in calo rispetto agli anni precedenti. E il tasso di presenza rispetto al resto della popolazione è risibile. Se in media al Centro-Nord ci sono sono sette stranieri ogni 100 abitanti, a Enna, a Cosenza, a Taranto, a Potenza e Benevento – irregolari a parte – incontrare uno straniero per strada è come scovare il classico ago del pagliaio: meno di una possibilità su cento.

              Daniela Pompei lavora da anni per la Comunità di Sant’Egidio, e non nasconde le sue preoccupazioni per un fenomeno che "alla lunga può avere effetti devastanti sull’economia meridionale". L’attrazione dall’estero sia di lavoro dequalificato ma necessario (badanti e manovali, spesso diplomati o addirittura laureati) che di talenti in tempi di globalizzazione è fondamentale per la crescita. "Per non parlare dei tassi di natalità", chiosa: "Senza i figli degli immigrati e con il calo della fecondità la crisi demografica sarà inarrestabile". Le eccezioni, ricorda la Pompei, ci sono: i tunisini di Mazara del Vallo; la comunità srilankese di Palermo, più numerosa di quella di Milano. "Ma il trend generale è opposto. In Calabria dal 2000 sono arrivate migliaia di badanti ucraine, ma sono rimbalzate e il flusso si è spostato a Bologna, nel Veneto, a Brescia e Milano". Due i motivi fondamentali: gli stipendi più alti (9.200 euro annui in media contro i 6.100 del Sud: fonte: Caritas) e il permesso di soggiorno. "Gli stranieri devono mantenere loro stessi e le famiglie nei paesi d’origine. Ovvio che vadano dove si guadagna di più", dice ancora Pompei. Così, come un cane che si morde la coda, il welfare resta esclusiva delle donne del Sud. "Ho un figlio di 18 mesi", racconta Francesca Tarolli, napoletana, 30 anni e una laurea in Lettere moderne, "ho cercato di riprendere a lavorare alla fine dell’allattamento, ma le babysitter straniere che assumevo restavano solo qualche mese e poi ripartivano. Ne ho cambiate quattro in un anno, poi mi sono arresa: finché il piccolo non andrà all’asilo, resterò a casa".