Lavoro, riforma tutta da decifrare

01/12/2003

ItaliaOggi (Focus)
Numero
283, pag. 4 del 29/11/2003
di Daniele Cirioli


L’uso della lingua italiana è così disinvolto da raggiungere in pieno l’obiettivo della flessibilità.

Lavoro, riforma tutta da decifrare

Gravidanza sta per maternità; disoccupato per senza impiego

È scritto ´personale delle amministrazioni pubbliche’, ma si legge ´rapporto d’impiego pubblico’. ´Gravidanza’ significa ´maternità’. E tra i ´disoccupati di lunga durata’ sono ricompresi tutti i soggetti senza lavoro. Non è un rebus, ma il testo decifrato della riforma del lavoro, in vigore dal 24 ottobre 2003 (dlgs n. 276/03). La troppa flessibilità, evidentemente, ha contagiato anche il legislatore che ha prodotto un testo normativo a tratti incomprensibile.

Imperfezioni di forma?

Una prima perplessità riguarda l’effettiva non applicabilità della riforma del lavoro al settore pubblico, come è stato più volte detto e confermato dagli uffici ministeriali. La norma di riferimento è l’articolo 1, comma 2, del dlgs n. 276/03 che testualmente prescrive ´il presente decreto non trova applicazione per le pubbliche amministrazioni e per il loro personale’. Così scritta la disposizione significa che la riforma del lavoro non si applica: a) alle pubbliche amministrazioni; b) al personale delle pubbliche amministrazioni. Se nessuna particolare conseguenza si registra per il punto a) (volendo significare che le pubbliche amministrazioni non possono utilizzare i nuovi contratti), più interessanti sono le conclusioni sul punto b): nei confronti del personale pubblico, in quanto tale, non si applica la riforma lavoro. Dunque, un significato ben diverso da quello perseguito, cioè l’esclusione dal campo di applicazione della riforma del lavoro dei rapporti di pubblico impiego. Un esempio chiarirà meglio gli effetti; un dipendente comunale può essere assunto presso un’industria automobilistica con rapporto di co.co.co. alla vecchia maniera: nei suoi confronti, in quanto è un soggetto qualificabile come ´personale delle pubbliche amministrazioni’ non trovano applicazione le nuove disposizioni sul lavoro a progetto. Ma con un pizzico di logica riusciamo a capire che, in realtà, il legislatore tendeva piuttosto all’esclusione dalle nuove norme dei ´rapporti di lavoro di impiego pubblico disciplinati dai dlgs n. 29/93 e dlgs n. 165/01 (contenente le norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche Ð Tu pubblico impiego)’.

Troppe incertezze sulle co.co.co.

La disciplina delle co.co.co. è quella che ha calamitato tutta l’attenzione della riforma del lavoro. Non a torto, vista la sanzione (conversione della collaborazione in rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato) prevista in caso di difformità alla nuova disciplina del lavoro a progetto. Ma anche in questo caso le imprecisioni sono tante. Procediamo con ordine. Bisogna premettere che, dal 24 ottobre 2003, i rapporti di co.co.co. devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso (articolo 61, comma 1); altrimenti sono considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto (articolo 69, comma 1).

Un primo dubbio riguarda l’individuazione delle co.co.co. che possono godere del regime di transizione alle nuove disposizioni del lavoro a progetto, sancito dall’articolo 86, comma 1. Tale norma prevede che le co.co.co. stipulate ai sensi della disciplina vigente, ´che non possono essere ricondotte ad un progetto o una fase di esso, mantengono efficacia fino alla loro scadenza e, in ogni caso, non oltre un anno dalla data di entrata in vigore’ della riforma. Tutto sarebbe risultato sufficientemente chiaro se non ci fosse stata una piccola omissione: nella deroga manca il riferimento al ´programma di lavoro’. Se c’è quest’omissione, vuol dire che è stata voluta e che (soprattutto) il legislatore ha voluto perseguire gli effetti che tale mancanza produce. E all’atto pratico, significa che del regime transitorio possono beneficiare solo le co.co.co. che non possono essere ricondotte:

a) ad un progetto;

b) una fase di esso (progetto);

mentre la co.co.co. riconducibile ad un programma di lavoro, non può godere della sopravvivenza secondo la vecchia disciplina fino alla naturale scadenza, nel limite di un anno dal 24 ottobre 2003.

Un’altra incertezza riguarda le tutele riconosciute ai collaboratori dall’articolo 66 del dlgs n. 276/03. Con questa norma, il legislatore ha voluto estendere ai lavoratori a progetto i diritti sul rapporto contrattuale in caso di gravidanza, malattia ed infortunio, sancendo che tali eventi non comportano l’estinzione del rapporto di collaborazione che rimane sospeso senza erogazione del corrispettivo. Inoltre, differenzia i due casi: 1) malattia e infortunio e 2) gravidanza; nel primo caso non concede proroghe al contratto di collaborazione (salvo diverse previsioni tra le parti), mentre nel secondo caso (gravidanza) sancisce che il termine del rapporto si allunga automaticamente per un periodo di 180 giorni (salvo diversa previsione, più favorevole, tra le parti). In tal caso, si ha la sensazione che si sia confuso il termine ´gravidanza’ con quello di ´maternità’: il periodo di 180 giorni richiama quello tipico di astensione facoltativa di 6 mesi previsto nei rapporti subordinati. Il problema, ad ogni modo, è un altro: la norma non spiega cosa succede al rapporto di lavoro in caso venga a scadere, durante il periodo di 180 giorni, il progetto (o programma di lavoro o fase di esso) alla base del quale è stato possibile instaurare il contratto di lavoro. In tal caso, infatti, si verrebbe a configurare una co.co.co. irregolare alla quale, poiché nessun’altra norma lo esclude, si deve ritenere applicabile il comma 1 dell’articolo 69: le co.co.co. instaurate senza l’individuazione di uno specifico progetto (programma di lavoro o fase di esso) sono considerate rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto. Facciamo un esempio. Una donna stipula un contratto di co.co.co. di durata di 6 mesi sulla base di un progetto di pari durata. Allo scadere del sesto mese, la lavoratrice fa presente al committente che è in stato di gravidanza chiedendo, ai sensi dell’articolo 66, comma 3, del dlgs n. 276/03, il diritto alla proroga di 180 giorni della sua collaborazione. Intanto, viene a scadere anche il progetto su cui è stata stipulata la collaborazione. La lavoratrice ricorre al giudice, il quale verificando la mancanza del progetto dichiara la conversione della collaborazione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. La conclusione potrebbe essere contestata adducendo il fatto che l’articolo 69, comma 1, prescrive la sanzione della conversione della co.co.co. in rapporto subordinato solo ai rapporti ´instaurati’ senza l’individuazione di uno specifico progetto (programma di lavoro o fase di esso), con ciò volendo significare che l’esistenza del progetto (o programma di lavoro o fase di esso) deve essere verificata al momento dell’instaurazione della co.co.co.. La tesi è accettabile, ma al prezzo di accettare pure che tutte le co.co.co. possono sopravvivere come tali dopo la scadenza del progetto (o programma o fase di lavoro) cui le stesse si sono riferite per la loro instaurazione.

Differenza che fa convenienza

Non tutti i senza lavoro sono uguali davanti alla legge: quelli con esperienza lavorativa vantano più diritto ad essere occupati rispetto a quelli che, invece, non hanno mai avuto la fortuna di lavorare. Prendiamo due giovani trentenni, da un anno e più senza lavoro: il primo non ha mai lavorato suo malgrado, il secondo ha avuto per un breve periodo di tempo una partita Iva accesa per attività di libera consulenza, finita poi male. Di loro, solo il secondo potrà contare sulle opportunità del nuovo contratto di inserimento, disciplinato dal Capo II del dlgs n. 276/03. Tale contratto (generalmente si dice che vada a sostituire il Cfl) è definito come un contratto di lavoro diretto a realizzare, mediante un progetto individuale di adattamento delle competenze professionali del lavoratore ad un determinato contesto lavorativo, l’inserimento ovvero il reinserimento nel mercato del lavoro di alcune particolari categorie di soggetti. Tra l’altro, potranno essere assunti i soggetti d’età compresa tra i 18 e i 29 anni, limite che si eleva a 32 anni nel caso di disoccupati di lunga durata (senza limiti di età per i lavoratori che desiderino riprendere un’attività lavorativa e che non abbiano lavorato per almeno 2 anni). Come si vede, gli ´inoccupati’ possono essere assunti solo se d’età inferiore a 30 anni; superato tale limite diventa impraticabile, per loro, l’opportunità del contratto di inserimento.

Il dubbio è lecito: forse il legislatore, con ´disoccupati di lunga durata’, voleva intendere tutti i soggetti privi di occupazione, come avvenuto nel passato. Ma il dlgs n. 297/02 ha distinto le due situazioni di disoccupati e inoccupati di lunga durata: i primi sono coloro che, dopo aver perso un posto di lavoro o cessato un’attività di lavoro autonomo, siano alla ricerca di una nuova occupazione da più di 12 mesi o da più di 6 mesi se giovani; i secondi sono coloro che, senza aver precedentemente svolto un’attività lavorativa, siano alla ricerca di un’occupazione da più di 12 mesi o da più di 6 mesi se giovani.

Circoli viziosi

L’articolo 86, comma 2 del dlgs n. 276/03 costruisce un vero labirinto giuridico, di difficile soluzione. La norma tende ad evitare fenomeni elusivi alla disciplina di legge e contratto collettivo in caso di rapporti di associazione in partecipazione resi senza effettiva partecipazione e adeguate erogazioni a chi lavora. A tal fine stabilisce che, in queste ipotesi, al lavoratore siano assicurati pari diritti dei lavoratori subordinati; a meno che il rapporto non sia disciplinato da un contratto espressamente previsto dall’ordinamento. E qui si presenta il problema: l’ordinamento (Codice civile, Titolo VII, articoli 2549-2534) disciplina il contratto di associazione in partecipazione che, paradossalmente, diventa la soluzione al fenomeno elusivo delÉ contratto di associazione in partecipazione.