Lavoro, ricchezza e ricerca: è fermo il motore italiano

02/02/2004


domenica1 febbraio 2004)

ECONOMIA
Il declino
Le cifre di Eurostat: siamo fanalino di coda
nei settori più importanti di sviluppo

Lavoro, ricchezza e ricerca
è fermo il motore italiano

Il Pil pro capite è sotto la media Ue
Record di giovani che lasciano gli studi



ROMA - Come fa un paese di "quasi poveri" a tornare fra i quasi ricchi? Come ci si rimette in carreggiata? La risposta dovrebbe essere: investendo, producendo, vincendo la sfida della internazionalizzazione, attirando e creando ricchezza. Il che vuol dire anche puntare sulle tecnologie e far sì che le nuove leve siano preparate, competitive, dotate – magari – di buon grado d’istruzione. Se così stanno le cose – a guardare i numeri e le ricerche Eurostat – l’Italia non è messa affatto bene. Rispetto agli altri paesi arranca in quasi tutte le classifiche che contano. Non ce la fa a mantenere la media e spesso scivola sotto.

L’Eurispes ha appena dipinto il ritratto di un paese sulla strada del declino, dove i poveri diventano più poveri e anche chi fino a qualche anno fa viveva tranquillo, ora convive con diverse ansie. La foto insomma di un paese che deve invertire la rotta. L’ufficio statistico dell’Unione Europea non da, a questo proposito, cifre incoraggianti.

Partiamo dalla ricchezza prodotta: a parità di condizioni e fatta cento la media Ue pro capite le stime per quest’anno ci collocano nel fascia dei "meno". Per la prima volta non raggiungeremo la media, ma ci fermeremo ad un misero 98,3 lontano anni luce dalla svettante Irlanda, ma anche dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Sotto la quota dell’Unione, ma comunque meglio di noi, c’è anche la Germania, paese dove però l’inflazione è inchiodata all’1 per cento contro il nostro 2,7 (la media della Ue, dati 2003, è del 2).

Difficile dunque restare competitivi. Difficile anche convincere gli altri a credere in noi: tant’è che nella classifica degli investimenti stranieri sono troppi i partner che ci superano. Se la formula irlandese è un caso da manuale, un mix di incentivi e dettassazioni che conquista il cuore degli imprenditori, c’è da chiedersi perché – meglio di noi – facciano anche i paesi che negli ultimi tempi hanno perso smalto. La Francia, per esempio: la media dei flussi in entrata e uscita rispetto al Pil è del 4 per cento. La tranquilla Austria sta all’1,7. L’Italia all’1,3.

Perdente è il confronto sulla disoccupazione di lungo periodo: la media dell’Unione è bloccata al 3 per cento della popolazione attiva, L’Italia sta al 5,3. Peggio di noi, fra i 15, solo la Grecia.

Poco promettenti anche tutti i risultati riguardo i rimedi da mettere in atto per rilanciare la sfida. Gli investimenti annui nell’hi-tech, per esempio. Contro il dato complessivo della Ue che Eurostat fissa al 3 per cento del Pil non andiamo oltre un risicato 1,9. Se la via d’uscita è quella di puntare sui giovani, preoccupante è l’abbandono degli studi fra gli iscritti alla Università: anche qui Bruxelles fotografa l’Unione ad un già altro 18,1 per cento degli iscritti. Ma gli italiani che se ne vanno prima di raggiungere la laurea sono il 24, 6 per cento. Urge colpo d’ala.
(l. gr.)