“Lavoro” Prove di convergenza tra i poli

22/03/2007
    giovedì 22 marzo 2007

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    Lavoro e Welfare

    Gli incentivi al secondo livello

      Sul salario aziendale detassato
      prove di convergenza tra i poli

        Nicoletta Picchio

        ROMA
        Un accordo tra le parti sociali di certo spianerà la strada in Parlamento delle future riforme. Ma intanto, mentre a Palazzo Chigi cominciano gli incontri, maggioranza e opposizione già si confrontano sui contenuti dei possibili interventi. Con qualche punto di covergenza, per lo meno sui principi, sulla possibilità di detassare il salario aziendale e sulla riforma degli ammortizzatori sociali. Mentre è più difficile, anche per la componente ideologica, una sintonia sulla riforma del mercato del lavoro, che comprende tra l’altro anche una revisione delle norme sul licenziamento.

        Nelle proposte del Governo, per incentivare la contrattazione di secondo livello, c’è la detassazione degli aumenti a livello aziendale. Tiziano Treu, Margherita, presidente della Commissione Lavoro al Senato, concorda, preferendo una detassazione alla decontribuzione. «Quest’ultima avrebbe effetti negativi sulla pensione del dipendente», spiega. Sul quantum non si sbilancia, dipende della quota di salario di produttività nellabusta paga: «Se per esempio fosse il 5%, la detassazione potrebbe essere coompleta». Le quantità saranno oggetto di trattativa.

        Sul principio c’è consenso anche nell’opposizione. Maurizio Sacconi, senatore di Fi, ha presentato un disegno di legge che prevede una tassazione del 50% rispetto all’aliquota dell’ultimo biennio per tutte le voci di salario variabile erogate a livello aziendale, dallo straordinario ai premidi risultati, agli aumenti retributivi. «In questo modo si favorisce la flessibilità e la produttività. Il salario che riceve in azienda non incide sulla progressività del reddito», dice Sacconi.

        Sugli ammortizzatori sociali, sia Treu che Sacconi pensano a una riforma che completi la legge Biagi, per equilibrare flessibilità e sicurezza. Secondo Treu, occorre una base minima per tutti, con più controlli e regole severe sulla formazione e sull’accettazione delle proposte di reimpiego. La proposta di Sacconi punta su due pilastri: un’indennità di disoccupazione, aumentata al 60% dell’ultimo salario, e una parte aggiuntiva, organizzata dalle categorie e gestita dagli enti bilaterali, come prevedeva il Patto per l’Italia. Ma sia nella maggioranza che nell’opposizione c’è la consapevolezza che la riforma debba essere fatta.

        È sul mercato del lavoro che la questione si complica, per le implicazioni anche ideologiche che esistono sulla flessibilità del lavoro. Sacconi propone, in sintonia con Tito Boeri, professore alla Bocconi, di rivedere le norme sul licenziamento legandole alla permanenza del lavoratore in azienda e non al limite dei 15 dipendenti. Periodo di prova più lungo, un’altra fase con solo il risarcimento pecuniario, infine, dopo una serie di anni, la possibilità di essere reintegrato nel posto di lavoro. «Era l’idea alla quale stava lavorando Biagi per mettere a punto lo Statuto dei lavori», dice Sacconi, che l’ha inserita nella sua proposta di legge.

        Ma dall’altra parte Treu è più prudente: le norme sul licenziamento, dice, non sono nel programma dell’Unione e non è il caso di riprendere il tema in questo momento. «Se comunque verrà approvata la norma sull’accelerazione dei processi, ciò faciliterà la vita delle imprese», continua Treu, che sulla legge 30 prevede alcuni ritocchi e non la cancellazione, come vuole la sinistra radicale. Ma dall’opposizione arriva una replica dura: «La loro legge sui processi istiga il contenzioso, inserisce surrettiziamente l’articolo 18 anche sui contratti a termine», dice Sacconi. A riprova che sulla Biagi e dintorni l’intesa bipartisan non sembra possibile.