“Lavoro” Precari a tempo indeterminato

16/02/2007
    15 febbraio 2007 – Anno XLV N.7

    L’INCHIESTA

      TENDENZE – COME SI STA TRASFORMANDO IL LAVORO – GLI ATIPICI

        Precari a tempo indeterminato

          di Valeria Gandus

            ll 15 per cento degli
            occupati italiani non
            ha un posto fisso.
            La maggior parte sono
            giovani e donne, e in
            molti casi non avranno
            mai un impiego stabile.
            Così gli esperti lanciano
            l’allarme: la flessibilità,
            senza nuovi modelli di
            previdenza, può diventare
            pericolosa.

              Ore 12.17, da Simone. «Cari colleghi precari, mi chiamo Simone e da due anni sono un tempo determinato comunale, ma con lo stesso ente, ufficio e servizio, collaboro da circa otto anni: dal 1999 al 2005 con partita iva senza interruzioni e dal 2005 a ora a tempo determinato con un concorso interno con tanto di graduatoria (…). Il tutto per chiedere se il concorso valeva ancora e che diritti potevo avanzare con la nuova Finanziaria».

              Ore 17.05, da Lory. «Ho lavorato a tempo determinato per una stessa amministrazione, per la precisione un ente locale, per 37 mesi (anche se non continuativi e inframmezzati da più di un anno e mezzo di co.co.co.) fino al 31.12.2006. Ora però sono a casa aspettando di venir richiamata… C’è qualcuno al quale sia capitata la mia stessa sventura?»

              Ore 22.23, da T. D. «Le generazioni precedenti si sono sistemate, hanno mangiato, comode… si sono fatte la casa al mare, vivono al massimo col minimo sforzo. Ora hanno un nuovo strumento: noi. Costiamo pochissimo, ci mettiamo tutta la passione del mondo e quando non serviamo più ci mettono via. All’inizio ci siamo fatti imbambolare, ora però lentamente stiamo prendendo coscienza… e ne abbiamo piene le palle».

              Benvenuto, a chi fortunatamente non ne fa parte, nel mondo del precariato. Basta un clic su www.anagrafeprecari.it e dalla scrivania dell’ufficio a stipendio fisso e pensione (quasi) garantita entri in una realtà per nulla virtuale. La stessa fotografata nell’ultima «Indagine conoscitiva sulle cause e le dimensioni del precariato nel mondo del lavoro» dell’Istat, l’Istituto nazionale di statistica che monitora periodicamente il fenomeno. E che ne è stato anche direttamente intaccato: dopo aver avviato, nel 2004, l’indagine continuativa sulle forze di lavoro, l’Istat si è reso conto che non poteva assumere i 313 reclutatori già appositamente formati e dislocati nelle varie sedi: ne è nata una vertenza sindacale non ancora risolta.

                Il che non ha impedito all’Istat di continuare la sua indagine, i cui dati ci dicono che l’occupazione a termine è costantemente aumentata negli ultimi 10 anni fino a toccare, nel primo semestre del 2006, il tetto di 2 milioni 163 dipendenti a tempo determinato (vedere tabella a lato). Per i sindacati di base sono molti di più: calcolando tutto il vasto e variegato mondo delle collaborazioni, si arriverebbe addirittura a 4 milioni di lavoratori atipici.

                  Mentre l’indagine Plus dell’Isfol (Istituto per lo sviluppo e la formazione professionale dei lavoratori) calcola in 1.387.220 i collaboratori (cocopro, partita iva e occasionali) utilizzati in tutto e per tutto alla stregua di lavoratori subordinati. Numeri e percentuali variabili (i lavoratori atipici sono calcolati fra il 13 e il 15 per cento degli occupati) ma comunque in linea con la media europea, che si aggira intorno al 14,6 per cento, con un picco del 34,4 in Spagna.

                    Eppure, la precarietà del posto di lavoro è percepita in Italia come un’autentica emergenza. E non a torto. Perché, per giudizio unanime di sindacalisti, economisti e sociologi, le condizioni e le prospettive del lavoratore atipico in Italia sono molto diverse che nel resto dell’Unione Europea. La realtà dei precari italiani è quella di migliaia di giovani (la percentuale dei lavoratori a termine sale al 40,3 per cento degli occupati nella fascia d’età fra i 15 e i 24 anni) assunti con diverse formule (a tempo determinato, a progetto, stagionali, autonomi parasubordinati) che non hanno «mai avuto un contratto vecchio tipo, quello ambito» come vagheggia sul sito dell’Anagrafe precari Alessandra, laureata con il massimo dei voti. E che forse non lo vedranno mai, se già oggi una sempre più consistente quota di lavoratori atipici ha girato la boa dei 40 anni.

                      Come Nicola, 42 anni: «Faccio l’addetto al reference bibliotecario presso la Biblioteca di medicina e di scienze di Varese, sono assunto in modo atipico e part-time e percepisco meno di 700 euro. Per garantire la mia presenza al lavoro abito in una casa dove pago 400 euro di affitto escluse le spese e tiro a campare con solo 50 euro al mese».

                      Ma quello del precariato è anche e soprattutto un mondo al femminile: negli ultimi anni le donne sono entrate nel mercato del lavoro atipico in misura superiore agli uomini (nel 2000 i lavoratori a termine erano circa 1 milione e le lavoratrici 900 mila, nel secondo semestre 2006 il rapporto si è ribaltato: un milione 408 mila donne contro 1 milione 327 mila uomini). E molto più difficilmente degli uomini riescono a uscirne. È bastata una manciata d’anni per rivoluzionare il mercato del lavoro: quelli passati dal varo prima del pacchetto Treu (1997) e poi della legge 30, meglio conosciuta come legge Biagi (2003).
                      Quasi all’improvviso ciò che per i genitori dei ventenni di oggi era la regola è diventato l’eccezione. E viceversa. Per dirla con il sociologo Aris Accornero, autore del recente saggio San Precario lavora per noi, se il Novecento è stato «il secolo del Lavoro», con la maiuscola che si riserva solo alle categorie fondamentali dell’esistenza, un valore celebrato e perseguito in ogni paese e sotto ogni regime (nel 1926 il fascismo sancì come normale il contratto senza termini ed eccezionale quello a termine), gli anni Duemila sono quelli della parolina magica: flessibilità. «Le probabilità dei venticinquenni di oggi di avere un impiego permanente sono la metà di quelle che hanno avuto i cinquantacinquenni» scrive Accornero.

                        In realtà, alla parola totem flessibilità avrebbe dovuto accompagnarsi la sua gemella: mobilità. Ed entrambe avrebbero dovuto essere sovrastate da un comune ombrello: quello della sicurezza sociale. Ma le ultime due sono rimaste lettera morta. E la flessibilità senza tutele ha partorito una generazione senza certezze e senza garanzie.

                          Sulle ansie, le paure, le nevrosi di chi non ha la sicurezza del posto di lavoro è fiorita un’ampia letteratura: romanzi come Mi chiamo Roberta, ho 40 anni e guadagno 250 euro al mese, di Aldo Nove, Mi spezzo ma non m’impiego e Cordiali saluti di Andrea Bajani (tutti e tre editi dalla Einaudi), Pausa caffè (Giorgio Falco, Sironi), Vita precaria e amore eterno (Mario Desiati, Mondadori), Le risorse umane (Angelo Ferracuti, Feltrinelli).

                            Un filone letterario che riprende la tradizione di romanzare, ma non troppo, vere vite vissute. E che Michele La Rosa, ordinario di sociologia del lavoro alla facoltà di scienze politiche di Bologna, nella presentazione della ricerca Il «nuovo» nel mercato del lavoro, Indagine sul mercato del lavoro «non standard» (Sapere 2000) cita come emblematico dello stato di precarietà e di problematicità in cui si dibatte tanta parte della popolazione. «Nessuno vuole demonizzare la flessibilità, essenziale per i nuovi modi di produzione e il nuovo mercato del lavoro» dice La Rosa. «Ma questa situazione a lungo termine è insostenibile. Bisogna avviare una nuova fase: quella della "flexecurity", ossia flessibilità e welfare».

                              Una formula che all’estero fa la differenza: dal modello danese, il più assistenziale, a quello francese, che nonostante una precarietà più diffusa di quella italiana offre ammortizzatori e servizi che consentono di mettere al mondo molti più figli, quasi ovunque in Europa il lavoratore atipico gode di maggiori aiuti e tutele. In Italia i precari non hanno, come in Gran Bretagna, la possibilità di accedere fin da giovanissimi a mutui agevolati per la prima casa, e non possono contare sui sussidi per i periodi di disoccupazione come in Francia e tantomeno su servizi sociali efficienti e gratuiti come nei paesi del Nord Europa. «Anche se» avverte Carlo Dell’Aringa, docente di economia politica all’Università Cattolica di Milano «nei paesi nordici la flessibilità è ancora più forte che in Italia e il famoso modello danese prevede che le aziende possano licenziare i dipendenti, anche a tempo indeterminato, con facilità. Al contrario dell’Italia, dove i posti a tempo indeterminato sono garantiti e il tentativo di abolizione dell’articolo 18 è stato respinto da 3 milioni di persone in piazza».

                                Il governo Prodi, comunque, sembra orientato ad approntare, non si sa con quali tempi, gli ammortizzatori più urgenti. Una riforma «in senso europeo», l’ha definita il ministro del Lavoro Cesare Damiano, che prevede l’estensione dell’indennità di disoccupazione ai lavoratori flessibili per i periodi di non occupazione; l’aumento del contributo pensionistico per gli interinali (l’ultima Finanziaria lo ha già innalzato dal 19 al 23 per cento, percentuale che dovrebbe salire al 33 per cento); la possibilità per i lavoratori atipici, che hanno carriere discontinue e versano contributi a più di un ente previdenziale, di cumulare gratuitamente gli spezzoni assicurativi per ottenere una pensione decente. Il nodo è quello delle risorse: per avviare una riforma del genere sarebbero necessari dai 2 ai 3 miliardi di euro. Dove recuperarli? Dalla lotta all’evasione fiscale, suggerisce il ministro. Ma i conti potrebbero non tornare.

                                  Come quelli dei precari, che difficilmente riescono a quadrare. E non solo dal punto di vista economico, perché la precarietà ha significative ricadute anche sulla vita privata. «Gran parte dei lavoratori temporanei non ha ancora famiglia» scrive Accornero. «Tre quarti degli uomini sono celibi e due terzi delle donne nubili». E i figli? Un lusso, o un azzardo. La maggioranza rimanda la maternità e la paternità il più avanti possibile, alla ricerca di una sicurezza che non è detto arrivi. «Ho sempre pensato che avere un lavoro fisso, una casa, una famiglia fossero cose noiose, e aspirato a una vita in movimento, fatta di eventi sempre nuovi ed emozionanti» ha confidato Fabiana, 30 anni, collaboratrice a progetto con laurea in un’agenzia di progettazione torinese, nel corso della ricerca Donne online, svolta per conto del ministero del Lavoro dall’Università di Torino (coordinatrice Adriana Luciano) su un campione di 50 giovani lavoratrici atipiche di Torino e Napoli con titoli di studio medio-elevati.
                                  «Ho sempre pensato che in realtà, nel momento in cui l’avessi desiderato, sarebbe stato facile rientrare nei binari. Invece mi sono scontrata con una realtà molto difficile. Sembra quasi che, adesso che a 30 anni compiuti ho deciso di costruire qualcosa di stabile, tutto il mondo che mi circonda voglia dirmi: flessibilità, instabilità, movimento».

                                  Perché è vero che c’è precario e precario, che più basso è il titolo di studio più difficile è imboccare, a un certo punto, la strada del lavoro fisso. Ma anche per il lavoratore atipico laureato o diplomato il cammino è in salita: «Uno dei maggiori cambiamenti nel mondo del lavoro è dato dal fatto che un tempo si costruiva la propria carriera professionale all’interno di un sistema codificato, dai percorsi lineari» spiega Sonia Bertolini, sociologa del lavoro torinese che da anni indaga le problematiche del precariato ed è autrice di diversi libri sull’argomento (l’ultimo è: Atipici? , Franco Angeli). «Oggi chi lavora con contratti atipici deve costruirsi autonomamente un proprio percorso di carriera che raramente è coerente con gli studi fatti e, soprattutto, con le proprie ambizioni».

                                    La carriera del precario procede spesso per passi in avanti e balzi all’indietro: se per il lavoratore a tempo indeterminato cambiare posto comporta quasi sempre un miglioramento, almeno di stipendio, per il lavoratore atipico può succedere invece che il prossimo contratto a termine sia peggiore del precedente, e quello ancora dopo chissà. Non solo: capita frequentemente che chi è disposto ad accettare contratti economicamente svantaggiosi ma gratificanti per la realizzazione professionale (è il caso della gran parte dei ricercatori universitari) a un certo punto non ce la faccia più, getti la spugna e abdichi ai propri sogni in cambio di un lavoro meno gratificante ma più sicuro. A meno che la famiglia non lo sostenga economicamente. «E questa è una grave ingiustizia sociale, oltre che una perdita immensa per la società che si priva della classe dirigente di domani perché non è in grado di sostentarla» avverte Bertolini». Aggiunge La Rosa: «La precarietà fa crescere la debolezza sociale: chi è già professionalmente debole lo diviene ancora di più, chi è forte riesce a transitare da queste forme organizzative e a non rimanervi imprigionato». Non a caso, come osserva La Rosa, la flessibilità fa crescere il lavoro quantitativamente ma non qualitativamente. «Il lavoro non standard costa di meno, ed è questo il motivo principale per cui finora le aziende lo hanno utilizzato».

                                      Anche chi riesce a spuntare contratti a termine economicamente remunerativi vive comunque l’incertezza della precarietà. «Da una ricerca svolta su un gruppo di laureate piemontesi è emerso che molte di loro risparmiano troppo (il cosiddetto risparmio precauzionale) per paura di restare anche temporaneamente senza lavoro e dover affrontare spese impreviste» dice Bertolini. Nessun precario pensa a investire: il denaro sotto il materasso (o sul conto corrente, che è la stessa cosa) è l’unica garanzia per il futuro. Anche se tutti i lavoratori atipici, donne e uomini, laureati e operai, hanno una comune forma di assicurazione: ancora una volta la famiglia d’origine. Sono i genitori ad aiutare i figli a pagare l’affitto, a comprare la casa o addirittura ad affrontare spese impreviste. «Sconcerta notare come la gran parte dei giovani dia per scontato l’aiuto della famiglia» commenta Bertolini. Il rischio più grave in cui può incorrere un lavoratore atipico è di non riuscire più a evadere dalla gabbia della precarietà. I dati non sono confortanti: «Solo un lavoratore non standard su quattro diverrà standard nel tempo» secondo La Rosa.

                                        Tuttavia, s’intravede un’interessante inversione di tendenza: «In Spagna, dove il lavoro atipico ha una diffusione molto più ampia, le imprese stanno tornando a utilizzare lavoratori a tempo indeterminato» avverte Bertolini. I costi di formazione del personale, infatti, sono alti e se i lavoratori rimangono poco tempo in azienda vanno perduti. «Anche in Italia le aziende che intendono fidelizzare i dipendenti tendono a usare di meno il lavoro non standard, comunque a utilizzarlo quando è strettamente necessario» conferma La Rosa. «Tant’è vero» aggiunge Dell’Aringa «che a parte i giornali e la pubblica amministrazione, le aziende non si sono poi così riempite di atipici». E continua l’economista: «Se il posto fisso è garantito, le aziende ci pensano quattro volte prima di aumentare l’organico, ma non per questo smettono di fidelizzare i propri dipendenti: semplicemente non lo fanno con tutti, perché hanno bisogno di un polmone di flessibilità».

                                        È questo, forse, il futuro che ci attende: «Un mercato del lavoro che tenda a raggiungere il difficile equilibrio fra una solida base di lavoratori a tempo indeterminato, per garantire qualità e continuità, e un’area fluttuante di lavoratori a termine, giovani, da utilizzare per fronteggiare i picchi della domanda» come ipotizza La Rosa.«L’importante è che a questi ultimi vengano garantiti una forte mobilità, stipendi adeguati e ammortizzatori sociali». Ma anche che la flessibilità non sia una trappola bensì un’opportunità: in una fase, quella sì temporanea, della vita.

                                        (ha collaborato Paola Ciccioli)