Lavoro più flessibile con i contratti di progetto

05/06/2003







    OCCUPAZIONE & RIFORME /
    Al Consiglio dei ministri di domani maxidecreto: in pensione il collocamento pubblico
    Lavoro più flessibile con i contratti di progetto
    Nel piano del governo scompaiono i «Co.co.co»: le assunzioni legate a programmi definiti
      ROMA – Un maxidecreto per attuare la riforma del mercato del lavoro. Entro l’estate, come promesso. Domani il ministro del Lavoro, Roberto Maroni, porterà al Consiglio dei ministri uno schema di decreto legislativo di una novantina di articoli (i tecnici finiranno di scriverlo oggi) per dare seguito alla legge delega numero 30 approvata a febbraio (la cosiddetta «legge Biagi»). Nelle prossime settimane ci saranno l’esame nella conferenza Stato-Regioni , la trattativa con sindacati e imprese e i pareri delle commissioni parlamentari. Poi il provvedimento sarà varato definitivamente ed entreranno in vigore le nuove forme di flessibilità. A partire dal lavoro «a progetto», che sostituirà i contratti di collaborazione coordinata e continuativa («Co.co.co.») istituiti nel ’95 e arrivati ora a quasi 2,4 milioni, con un evidente abuso. I cosiddetti parasubordinati sono molto spesso lavoratori dipendenti mascherati da Co.co.co. perché le aziende pagano così un terzo dei contributi e possono interrompere il rapporto di lavoro senza problemi. La riforma prevede invece che i contratti di Co.co.co. debbano sempre indicare un progetto di lavoro e la sua durata massima, oltre che la retribuzione (e i contributi saliranno al 19%, ma con un provvedimento diverso). Quindi, per fare un esempio, i lavoratori dei call center (centralini), non potranno più essere dei Co.co.co. Ma non torneranno a essere dipendenti. Potranno invece essere lavoratori interinali a tempo indeterminato. Un’altra novità è infatti lo staff leasing , cioè l’affitto, presso agenzie specializzate, di manodopera a carattere continuativo. Le aziende potranno ricorrervi facilmente: «In presenza di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo».
      È la formula ampia già usata dal governo per la liberalizzazione dei contratti a termine. Ed è la stessa che col maxidecreto verrà applicata per il ricorso al lavoro interinale (finora, invece, sono stati i contratti a definire i casi in cui il lavoro in affitto è consentito), che inoltre viene esteso ad agricoltura ed edilizia. I sindacati si sono battuti fino alla fine per far sì che il provvedimento rinviasse alla contrattazione almeno per quanto riguarda i limiti quantitativi di utilizzazione dello
      staff leasing (come già accade per l’interinale), scontrandosi su questo con la Confindustria. Nell’articolato di ieri questo rimando c’era.
      La riforma introduce anche altre nuove forme di flessibilità, dal lavoro «a chiamata» al lavoro «occasionale», dal
      job sharing (uno stesso posto diviso tra due lavoratori) al part-time più elastico. L’obiettivo finale è quello di aumentare il tasso di occupazione. L’ambizioso impegno dei Paesi dell’Unione Europea è che si arrivi al 70% entro il 2010, in Italia siamo ora al 54% circa. Il governo punta da un lato a liberalizzare il collocamento, aprendolo ai privati (oggi solo il 4% delle assunzioni passa per il collocamento pubblico) e realizzando la Borsa telematica nazionale del lavoro, e dall’altro ad ampliare i contratti atipici nel tentativo di portare alla luce anche attività spesso svolte in nero. È il caso del lavoro occasionale. Chi ha bisogno di piccoli servizi (assistenza familiare, giardinaggio, insegnanti privati) o di preparare manifestazioni sociali, culturali o sportive o di lavori di emergenza o di solidarietà potrà comprare (probabilmente alla posta o dal tabaccaio) buoni al prezzo di 7,5 euro ciascuno (validi per un’ora di lavoro) con i quali pagare i lavoratori «occasionali», che poi restituendo gli stessi buoni incasseranno quasi 6 euro per ora di servizio (il resto andrà a Inps e Inail). Basterà a far uscire dal nero tanti secondi lavoretti o molte attività svolte dagli extracomunitari?
      Varato il decreto partirà la trattativa con le parti sociali. I problemi non mancano. «Vogliamo un più ampio rinvio alla contrattazione», spiega Raffaele Bonanni (Cisl). «Non possiamo – avverte Fabio Canapa (Uil) – farci impallinare dalla Cgil», già contraria al Patto per l’Italia che è all’origine della riforma, e ora pronta a battersi contro «la precarizzazione del lavoro».
Enrico Marro

    LA MAPPA
    Dai pony-express ai superconsulenti: 2,4 milioni di atipici
      ROMA – «Tra le poche cose che si possono accettare in questa riforma, il "lavoro a progetto" è una di queste, perché dà una prima regolazione ai Co.co.co., i collaboratori coordinati e continuativi, anche se molto resta da fare sul piano delle tutele contrattuali». È il giudizio di Aris Accornero, tra i maggiori esperti di «parasubordinati». Il maxidecreto di attuazione della riforma del mercato del lavoro che domani il ministro Roberto Maroni porterà in Consiglio dei ministri punta a sostituire i Co.co.co. con i lavoratori a progetto. Obiettivo: evitare l’abuso di questa forma di contratto. Abuso che nasce da un lato per la mancanza di regole denunciata da Accornero e dall’altro dalla bassa aliquota previdenziale. All’Inps si paga infatti il 10-14% contro il 33% previsto per i lavoratori dipendenti. Accade così che spesso le aziende ricorrano al contratto Co.co.co anche quando l’attività in questione ha le tipiche caratteristiche del lavoro subordinato. Classico l’esempio dei giovani nei call center. Non c’è così da stupirsi del fatto che il 91% dei parasubordinati, che per loro natura dovrebbero cambiare spesso «padrone», ha invece un solo committente. Un fenomeno che portò l’ex presidente dell’Inps, Massimo Paci, a parlare di dipendenti mascherati da Co.co.co.
      La categoria dei parasubordinati fu inventata, su suggerimento dei sindacati, con la riforma delle pensioni del 1995. La scusa fu che si voleva dare una pensione ai pony express. Ma il fondo presso l’Inps aiutò anche a far quadrare i conti della riforma Dini (in 10 anni sono previste entrate per 30.827 miliardi di lire). L’idea ha avuto successo. Nel ’96 gli iscritti al fondo erano mezzo milione, oggi sono circa 2,4 milioni. Anche se il dato è sovrastimato (perché una volta aperta la posizione Inps non c’è l’obbligo di chiuderla) l’impennata dei Co.co.co c’è stata. Si va dai superconsulenti e amministratori di società ai fisioterapisti e manovali. La retribuzione media è intorno ai 12.500 euro (ma le differenze sono fortissime) e la pensione sarà in media pari al 27% dell’ultimo stipendio. La Cgil è scettica sulla riforma. Dice Beniamino Lapadula: «Per evitare l’aumento dei contributi sui Co.co.co le aziende hanno già fatto crescere a mezzo milione gli associati in partecipazione, che non versano nulla. Continueranno a trovare scappatoie anche rispetto al lavoro a progetto».
Enr. Ma.




      Che cosa cambia
      1- Collocamento gestito dai privati con agenzie interinali e università
      Il collocamento sarà gestito anche dai privati. E’ questa una delle principali novità della riforma del lavoro. L’attività di incrocio tra domanda di lavoro e offerta da parte delle aziende potrà essere infatti svolta anche dalle agenzie di lavoro interinale, dai consulenti del lavoro oltre che dalle stesse università

      2- Parte la «Borsa del lavoro» Una banca dati per le proposte
      I servizi di collocamento pubblici e privati saranno collegati inoltre tra loro in una banca dati telematica, una sorta di «Borsa del lavoro» che dovrebbe permettere un incrocio più veloce ed efficiente tra le proposte con determinate caratteristiche e le richieste che provengono invece da chi è in cerca di un posto di lavoro

      3- Con il «job on call» l’azienda potrà assumere per telefono
      Nel tentativo di rendere più flessibile il mercato del lavoro sono stati introdotti nuovi tipi di contratto. Come il «job on call», secondo cui il dipendente potrà essere chiamato al lavoro dall’azienda in qualsiasi momento all’interno dell’arco di tempo di disponibilità definito dal contratto

      4- Un contratto per due occupati Arriva il posto in condivisione
      Un’altra forma di flessibilità introdotta con la riforma del lavoro sarà il contratto di «job sharing» che in italiano potrebbe essere tradotto come lavoro condiviso. In questo caso due o anche più occupati potranno dividersi tra loro lo stesso rapporto di lavoro a tempo pieno. Anche lo stipendio sarebbe diviso in parti eque.