Lavoro, pensioni e politica:tra Cofferati e D’Amato è gelo

29/03/2001

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Lavoro, pensioni e politica
tra Cofferati e D’Amato è gelo

Primo faccia a faccia tra il segretario Cgil e il presidente di Confindustria dopo le recenti polemiche

VITTORIA SIVO


roma – Il faccia a faccia era attesissimo, perché fra i due – Antonio D’Amato e Sergio Cofferati – l’ostilità ha azzerato da tempo le occasioni di incontro. L’impresa di metterli a confronto, con Bruno Vespa a far da arbitro, riesce al ministro Enrico Letta, per la presentazione del suo libro «La competitività silenziosa». Ma dopo due ore di botta e risposta l’unico punto di contatto fra il presidente della Confindustria e il segretario generale della Cgil è la stretta di mano finale di pura cortesia, sotto i lampi dei fotografi. L’incomunicabilità è risultata totale su tutti gli argomenti toccati, dalle pensioni integrative ai licenziamenti, dalla lotta al sommerso alla rappresentatività sindacale, con frequenti incursioni in campo politico.
E’ politico il tasto su cui Cofferati insiste dall’inizio alla fine del match. «E’ sorprendente che a Parma nessun imprenditore abbia smentito l’identità proclamata da Berlusconi fra il programma di Confindustria e quello del Polo» esordisce il sindacalista. «Ma quando il candidato dell’Ulivo Rutelli ha mostrato di condividere molti punti del nostro programma, a smentirlo è stato proprio Cofferati, dichiarando che gli industriali sono bugiardi» ha risposto D’Amato, e se il leader della Cgil, come il suo collega della Cisl fosse venuto al convegno di Parma, «avrebbe potuto verificare l’equidistanza della Confindustria al di là di qualche emotività della sala».
Cofferati però non demorde e dedica all’»asse D’AmatoBerlusconi» l’ultima stoccata, sussurrando a Vespa (che subito ne riferisce al pubblico che affolla la sala del Cenacolo di Montecitorio) un parallelo operistico: « Berlusconi e D’Amato sembrano Violetta e Alfredo nella Traviata, o Mimì e Rodolfo nella Bohème. Attenti, perché in entrambe i casi per uno dei due andò a finir male. Peggio ancora se fossero Manrico ed Eleonora nel Trovatore». D’Amato non raccoglie e solo dopo, invitato dai cronisti a replicare, dice che avrebbe in mente un passo della Divina commedia, «ma lasciamo perdere».
Tra i due – constaterà in chiusura il ministro dell’Industria Letta – «vedo un fossato molto ampio e un governo che puntasse ad allargarlo sarebbe pericoloso», pensando al «modello di crescita a strappi proposto da Berlusconi in una logica di conflitto». Viceversa, in caso di vittoria dell’Ulivo Letta propone di aprire subito un tavolo per discutere di verifica sulle pensioni, di Tfr e di flessibilità,»ma senza toccare l’art.18 dello Statuto dei lavoratori».
Pur dichiarando che la battaglia contro il lavoro sommerso è ancora più importante della flessibilità, D’Amato dichiara la massima disponibilità al confronto, «ma senza nessuna pregiudiziale sui temi da trattare», quindi l’art.18 (quello che impone al datore di lavoro l’obbligo di reintegro del dipendente qualora il pretore giudichi il licenziamento illegittimo) non può essere escluso dal negoziato. «Per noi questa norma dello Statuto è intangibile» ribatte secco il leader della Cgil accusando la Confindustria di aver fatto fallire il negoziato sul Trattamento di fine rapporto e quindi aver impedito il decollo della previdenza integrativa.
Fra le colpe degli industriali Cofferati annovera anche l’avere bloccato la legge sulla rappresentanza sindacale «con un’attività di lobby in Parlamento». «Certo che abbiamo fatto lobby – è la risposta di D’Amato – perché è incivile istituzionalizzare per legge la rappresentatività. Sarebbe come far rinascere le corporazioni». «E’ un’ammissione pesante, prendete nota», commenta Cofferati. E aggiunge che la Confindustria è padronissima di fare accordi separati, ma sappia che la Cgil «non starà nè ferma né zitta». «Attenzione ad usare un linguaggio che spesso in passato è sfuggito di mano» ammonisce di rimando il presidente della Confindustria.

Di certo prima di rivederli assieme passerà molto tempo.