«Lavoro, non ci fermeremo allo sciopero generale»

18/03/2002






«Lavoro, non ci fermeremo allo sciopero generale»

Pezzotta: le minacce del governo servono a poco. Domani il vertice Cgil,Cisl e Uil sulla mobilitazione unitaria

      DAL NOSTRO INVIATO
      CERNOBBIO – Il sindacato ribadisce la linea dura. «Dopo lo sciopero generale metteremo in cantiere altre iniziative, incalzeremo il governo minuto dopo minuto». Il segretario della Cisl Savino Pezzotta e il leader della Uil Luigi Angeletti non sotterrano l’ascia di guerra e ieri, al forum della Confcommercio di Cernobbio, hanno rincarato la dose incuranti delle parole di mediazione offerte dal ministro delle Attività produttive Antonio Marzano. Pezzotta coglie l’occasione per chiedere al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di «chiarire la frase di Barcellona "potrei dare loro altre ragioni per manifestare" perché se lui non ha paura dello sciopero noi non ne abbiamo di qualche velata minaccia».
      E che lo sciopero del 5 aprile sarà unitario, e non solo della Cgil, lo ha anticipato Angeletti anche se "formalmente" toccherà decidere agli esecutivi convocati per oggi e domani. L’articolo 18 e i timori che le barricate possano mettere in crisi la pace sociale e a rischio le possibilità di ripresa – ipotesi più volte lamentata dal presidente dei commercianti Sergio Billè – sono stati al centro della giornata di ieri.
      Per Angeletti il «vero problema della riforma dell’articolo 18 è che è stata recepita dagli italiani come un provvedimento ostile, non di un sacrificio giusto». «La sensazione della gente è che che si tratti solo di una questione di potere, di avere mani libere per licenziare e non di affrontare un argomento giusto come quello della riforma del mercato del lavoro».
      Sul tappeto è apparso anche lo spettro del referendum. «Vedremo a tempo debito e opportuno», ha spiegato Pezzotta, «quello che è certo è che non ci fermeremo allo sciopero generale, ci mancherebbe». Il numero uno della Cisl ieri ha stretto la mano ai ministri Tremonti e Marzano ma non è indietreggiato di un millimetro. E ricorda i suoi sforzi per non arrivare alla piazza. «Ci abbiamo provato più volte a far tornare il governo su altre posizioni», afferma, «ci abbiamo provato ma proprio non hanno capito, Berlusconi non ha capito e ha voluto andare avanti per la sua strada nonostante in tutti i modi gli abbiamo detto che era un errore».
      Nonostante le parole di pace di Billè, ieri è andato in onda un sostanziale muro contro muro. Il ministro Marzano ha ripetuto per l’ennesima volta come la revisione dell’articolo 18 non va a ledere le garanzie acquisite «ma solo a migliorare le condizioni di alcune fasce di lavoratori considerate meno protette». E ha ribadito l’assoluto non-appiattimento del governo sulle posizioni di Confindustria. Per dimostrarlo il ministro ha detto come, in fin dei conti, una revisione di questa norma dello Statuto dei Lavoratori l’abbia chiesta a suo tempo anche il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, il premio Nobel Franco Modigliani, l’ex ministro del lavoro Tiziano Treu e persino l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema. Marzano ha invitato comunque, una volta passato l’articolo 18, i sindacati a tornare al tavolo del negoziato con il governo per affrontare tutte le altre questioni «molto più importanti» come la revisione del Welfare e degli ammortizzatori sociali.
      Il segretario dei Ds Piero Fassino è partito dalla preoccupazione che questo governo tende a «subire l’Europa», a concepirla come un fattore «minimo e necessario». Si è detto d’accordo sulla ricerca della flessibilità «perché la nostra è ormai una società flessibile» ma ha insistito molto sull’aspetto negativo di coniugare la «flessibilità con la precarietà». Per passare poi alla «fiducia». «Perché la vera questione è come creare fiducia», ha detto Fassino, «mentre il governo produce solo lacerazione e conflitti».
      Gli ha risposto Marzano: «Davvero ci vuole la fiducia per fare le riforme? Noi la fiducia l’abbiamo ricevuta dal popolo, voi l’avete persa».
R. Ba.


Economia


Articolo 18
      COSA PREVEDE LO STATUTO DEI LAVORATORI L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori stabilisce che, nelle aziende con più di 15 dipendenti, il lavoratore licenziato senza giusta causa venga reintegrato con sentenza del giudice nel posto di lavoro. Al lavoratore è data la possibilità di concordare il risarcimento in denaro

      LE NOVITA’ DELLA PROPOSTA DEL GOVERNO
      In via sperimentale e solo per tre tipologie di lavoratori, la nuova proposta varata dal governo prevede come sanzione la corresponsione di un equo indennizzo in alternativa all’obbligo di reintegro. I lavoratori interessati sono: quelli che emergono dal «sommerso» o gli irregolari; quelli che vengono assunti da un’azienda che così supera la soglia di 15 dipendenti; quelli del Mezzogiorno il cui contratto a termine viene trasformato a tempo indeterminato