Lavoro nero: «E’ il 16% del Pil»

06/10/2004



 
   
mercoledì 6 ottobre 2004
SOCIETÀ












 
LAVORO NERO
«E’ il 16% del Pil»

R. C.


3.437.300. Quasi tre milioni e mezzo. Questo il numero dei lavoratori non regolari in Italia, secondo le stime pubblicate ieri dall’Istat nell’ambito di una più vasta indagine sull’«economia sommersa». Un’indagine che ci riporta indietro negli anni, a problemi di cui nessuno parla più ma che non per questo sono scomparsi: evasione, lavoro nero, frode fiscale e contributiva. Problemi «sommersi», nell’Italia del terzo millennio. L’economia sommersa, avverte l’Istat nella sua nota metodologica, può essere misurata. Sembra una contraddizione ma non lo è: a livello aggregato, macroeconomico, i beni e servizi prodotti sono misurabili, così come è misurabile quella loro parte che – senza essere illegale, ossia non legata alla produzione e commercio di beni «proibiti» – «sfugge all’osservazione diretta in quanto connessa al fenomeno della frode fiscale e contributiva». Così, esiste un «valore aggiunto sommerso», che l’Istat individua all’interno di una forchetta, con un dato minimo e uno massimo. Bene, nel 2002 il valore aggiunto sommerso è stato come minimo di 189.705 milioni di euro – il 15,1% del Pil – come massimo 204.217 milioni (il 16,2% del Pil). Differente il suo peso sul Pil a seconda del settore di attività economica: il «sommerso» è il 36,9% del totale del valore aggiunto nell’agricoltura, il 9% nell’industria, il 17-19% nel terziario.

Ma a cosa si deve il «sommerso»? Sempre secondo l’analisi dell’Istat, la quota del Pil imputabile al sommerso economico è scomponibile in una parte dovuta a «sottodichiarazione del fatturato» (ossia, un’impresa ha occupati in regola, ma dichiara meno di quel che incassa: la classica evasione fiscale) e in un’altra – circa la metà – «dovuta all’uso di lavoro non regolare». Dove «non regolare» vuol dire che non si rispettano le leggi in materia fiscale e contributiva: lo stato e l’Inps non incassano tasse e contributi, i lavoratori non hanno alcuna tutela per la vecchiaia, gli incidenti, ecc. Nel 2002, su 20 milioni e rotti di occupati, ben 3 milioni e 437mila risultano «non regolari». Il numero è sempre notevole, ma in discesa dagli anni precedenti (erano 3 milioni e 600.000 nel 2001): secondo l’Istat il miglioramento si deve alle nuove leggi sulla flessibilità che hanno fatto emergere un po’ di «nero» e ai primi effetti della sanatoria degli immigrati. In ogni caso il «tasso di irregolarità» resta alto: del 14,2% nella media. Il valore medio riflette realtà tra loro molto diverse: dal 33,7% di irregolari nel settore agricolo, al 13,9% nelle costruzioni, al 5,5% nell’industria, al 17,1% nel settore del commercio, degli alberghi, dei pubblici esercizi e dei trasporti. Come ci si poteva aspettare il sommerso predomina nel Sud, con tassi del 30% in Calabria, del 25% in Campania, del 20% in Sicilia. In generale è il Nord-ovest ad avere i livelli più bassi (9,5% di lavoro irregolare), mentre il Nord-est è al 10,3%, il Centro al 13,3 e il Sud nel suo insieme al 23,1%.