Lavoro, Napolitano non firma il ddl che riduce le tutele

01/04/2010

«Per i motivi innanzi illustrati, chiedo alle Camere -a norma dell’articolo 74, primo comma della Costituzione -una nuova deliberazione in ordine alla legge a me trasmessa il 3marzo 2010. Firmato: Giorgio Napolitano ». Finisce così quella che è molto di più diunalettera di accompagno, quasi un messaggio, che il Capo dello Stato ha inviato alle Camereper motivare inmodopuntuale e dettagliato le ragioni per cui ha ritenuto di nondover firmare la legge sul lavoro. Norme segnate da un «travagliato iter parlamentare» che ha portato il testo originario di 9 articoli e 39 commi a quello poi approvato composto di 50 articoli e 140 commi riferiti alle materie più disparate dandogli «una configurazione marcatamente eterogenea». Senza arrivare a proposte del tutto convincenti. In particolare su due punti, l’articolo 31 sull’arbitrato e il 20 sul risarcimento per le malattie da amianto.
A DESTRA SCRANNI DESERTI
Ètoccato a Gianfranco Fini, in apertura di seduta pomeridiana alla Camera, leggere ai rappresentanti del governo, i solitari ministri Sacconi, direttamente interessato, e Vito, il testo arrivato dal Quirinale. Scranni del centrodestra praticamente deserti. Dal drappello di centrosinistra la parole del Capo dello Stato sono state accolte, in chiusura, con un applauso. La legge era stata inviata al Colle per la firma poco meno di un mese fa. E il presidente ha voluto utilizzare quasi tutti i trenta giorni a sua disposizione peruna valutazione attenta e meticolosa. Rivelata, peraltro, dalle notazioni, appunto attente e meticolose, fatte al dispositivo, rese note ieri anche per non rischiare di interferire in alcunmodosullo svolgimento della campagna elettorale e nel momento del conteggio e delle prime valutazioni politiche.
La sensibilità e l’attenzione di Napolitano nei confronti del mondo del lavoro sono note. E quindi non sorprende che proprio una legge destinata ai lavoratori sia stata così attentamente valutata. Per essere poi rinviata alle Camere per chiedere «una nuova deliberazione per la particolare problematicità di alcune disposizioni che disciplinano temi di indubbia delicatezza sul piano sociale, attinenti alla tutela del diritto alla salute e di altri diritti dei lavoratori. Temi sui quali nell’esercizio del mio mandato ho ritenuto di dover richiamare più volte l’attenzione delle istituzioni, delle parti sociali e dell’opinione pubblica».
Non mette in discussione il Capo dello Stato l’opportunità di intervenire in questa materia. E si mostra convinto della necessità di pensare ad adeguate misure di tutela in un mondo del lavoro che è oggettivamente cambiato. L’introduzione di meccanismi di flessibilità non possono andare a scapito però dei più deboli. Che tali sono i lavoratori specialmente all’inizio del loro percorso ed hanno bisogno di una adeguata tutela che, proprio per la mutazione dei rapporti di lavoro, va oltre il solo articolo 18, come ha precisato il Colle L’arbitrato è uno strumento che può essere utilizzato «a patto di muoversi all’interno di uno spazio significativo ma circoscritto in limiti certi e condivisi» e verificando «attentamente che le relative disposizioni siano pienamente coerenti con i principi della volontarietà e della necessità di assicurare una adeguata tutela del contraente debole». Principi questi costantemente
affermati in numerose pronunce della Corte Costituzionale. Il presidente della Corte, Francesco Amirante si è recato ieri al Colle. Perplessità sono state espresse anche per l’estensione dell’arbitrato al pubblico impiego. C’è poi la questione, affrontata nell’articolo 20, delle responsabilità per le infezioni da amianto subite dal personale che presta opera sul naviglio di Stato. Il presidente ha chiesto una nuova formulazione che garantisca maggiormente gli uomini della Marina, risarcibili altrimenti solo se c’è un dolo o una colpa accertati