“Lavoro” Morti bianche, la strage dei dimenticati (K.Davi)

10/04/2007
    domenica 8 aprile 2007

    Pagina 16 /17 – Cronache

    Inchiesta
    Il lavoro che uccide
    Una carneficina che non si ferma

      Morti bianche
      La strage
      dei dimenticati

        La rabbia delle famiglie: "Abbandonati dallo Stato"

          Klaus Davi

            Repetita iuvant», dicevano i latini…In un anno di Quirinale, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha sollevato la questione delle «morti bianche» già in moltissime occasioni ufficiali. Con la potenza di fuoco e la forza della determinazione che caratterizzano il personaggio.

            Ma l’effetto è stato quasi nullo. Dall’inizio del 2007 ad oggi, appena tre mesi, si contano già 255 morti, oltre 250 mila infortuni più o meno gravi e più di 6.300 invalidi (ma i numeri aggiornati in tempo reale dal sito Internet di «Articolo 21», purtroppo variano di minuto in minuto).

            Avanti di questo passo, si rischia seriamente di superare la drammatica soglia delle 1.141 vittime e degli 865.204 mutilati e feriti sul lavoro registrati nei primi nove mesi del 2006 (fonte: Anmil, l’associazione che è ormai il punto di riferimento ufficiale per i familiari delle vittime e degli infortunati).

            Il prezzo di una vita
            Insomma dopo gli accorati appelli e gli slogan da telegiornale, la carneficina continua come e più di prima. E colpisce la plastica drammaticità di ogni storia individuale, di ogni singola tragedia, la più totale sfiducia nelle istituzioni. Anzi: «Quando sento gli appelli di Napolitano e penso alla mia vicenda, mi sale la rabbia», racconta Gabriella Leoni, residente a Tolfa, piccolo comune nei pressi di Roma.

            L’anziana donna vive nella più completa solitudine. Il 21 settembre del 2004, alla stazione di Civitavecchia, il figlio Flaviano Satta, che all’epoca aveva 27 anni, è morto folgorato mentre stava riparando un palo elettrico delle Fs.

            All’origine della tragedia? Non era stata staccata la corrente. Un colpo durissimo per Gabriella che andava ad aggiungersi alla scomparsa del marito (infarto) di pochi mesi prima. Eppure, «ancora oggi non si sa bene che cosa sia accaduto quella maledetta mattina», spiega alternando calma e vampate di emozione.

            «Mio figlio non ho potuto nemmeno vederlo. Di lui era rimasto solo un cumulo di carbone». Rassegnata? Macché. Con voce sobria e determinata, leggera cadenza sarda a tradire le proprie origini, Gabriella non demorde: «Percepisco una rendita di 360 euro al mese, cioè il 20 per cento dello stipendio di mio figlio. Questo è il prezzo di una vita umana. Ho 65 anni, non lavoro. Sono in lotta per la pensione. Dal 1995 non mi hanno ancora corrisposto nulla, nonostante i 36 anni di contributi versati».

            E gli appelli dei politici? «Non sono serviti a nulla», si inalbera la donna, che singhiozzando conclude: «So solo che in casa, a tavola, il posto di mio figlio è sempre vuoto. A Natale ci ho messo sopra la divisa con cui andava al lavoro. Per me e i suoi fratelli, del resto, le feste non esistono più».

            «La beffa degli aiuti»
            Già. E che cosa rispondere invece alla denuncia di Graziella Marota di Porto Sant’Elpidio, cittadina alle porte di Ascoli Piceno? Lo scorso anno si è vista strappare brutalmente il figlio, Andrea Gagliardoni, di appena 23 anni. Una pressa gli ha schiacciato la testa.

            Ancora sopraffatta dal dolore, non mi permette nemmeno di accennare allo Stato e ai politici che subito m’investe: «1600 euro come risarcimento per le spese funerarie, ecco tutto ciò che ho ricevuto». Grazie mille. «Secondo l’Inail non mi spetta nulla visto che ho comunque un reddito – spiega Gabriella che fa la bidella alla scuola materna – e una casa».

            Insomma niente aiuti, nonostante abbia una figlia a carico e il marito disoccupato. Poi ricorda Andrea, piena di orgoglio: «Era un ragazzo molto responsabile e attento. Faceva tre turni: mattina, pomeriggio e notte in una impresa di ellettrodomestici. Quando successe la disgrazia, il 20 giugno 2006, era l’alba. Andrea aveva timbrato il cartellino alle 6. Poco dopo averla azionata, la pressa di stampaggio alla quale era addetto cominciò a dare dei problemi. Dalla ricostruzione, mio figlio la mise in stand by per capire che cosa fosse successo, risistemarla e quindi ripartire. In quel momento sporse incautamente la testa e la macchina, rimessasi improvvisamente in moto, gli schiacciò il cranio. La tragedia avvenne intorno alle 6.10. Io sono venuta a saperlo solo alle 12.20, capito?».

            Anche dall’azienda, la «Asoplast» di Ortezzano, la famiglia di Andrea non ha ricevuto nessun aiuto, «né economico, né morale», precisa mamma Graziella, la cui missione oggi è quella di fare in modo che il sacrificio del figlio non finisca nel dimenticatoio. Che volete, prosegue parlando lenta, «ho incontrato Bertinotti e il ministro Damiano, mentre Napolitano mi ha insignita di Cavaliere della Repubblica, anche se avrei preferito piuttosto che fosse tributata ad Andrea l’onorificenza di martire del lavoro».

            La solidarietà
            Insomma una magra consolazione per chi ha perso un figlio nel fiore della giovinezza e, per di più, si è visto negare anche la più banale forma di sostegno. Non sempre, però, la solidarietà si fa attendere. E’ il caso di Daniela Paduraru, cittadina rumena vedova di Mircea Spiridon, muratore immigrato irregolare, morto il 23 settembre scorso a Licata, in provincia di Agrigento, assieme a un altro operaio, sotto le macerie di un palazzo crollato durante i lavori di ristrutturazione.

            Naturalmente siccome il suo convivente lavorava in nero, Daniela non percepirà alcuna rendita Inail, dice il legale della famiglia, Daniela Nicastro. Tuttavia il patronato della Cgil ha preso lo stesso a cuore la vicenda della Paduraru, e forse alla fine la donna riuscirà lo stesso a ottenere almeno il cinquanta per cento dello stipendio che percepiva Mircea.

            Oltre alla Cgil, per la famiglia rumena si è mosso pure il Comune di Palma di Montechiaro; dove vive tuttora Daniela con la madre e il fratello di Mircea. Ma ad attivarsi è stata anche un’associazione di lavoratori edili di Milano nonché la parrocchia e il sindaco del paese.

            Ad ulteriore, parziale, risarcimento, per quanto non possa esisterne per una vita spezzata, la Procura di Agrigento ha aperto un procedimento penale a carico del titolare dell’impresa che stava eseguendo i lavori nella palazzina crollata, del direttore dei lavori e dei proprietari dell’immobile.

            Lo Stato latitante
            A finire in Tribunale è stata anche la storia di Giuditta Cotena, 28 anni di Reggio Emilia, rimasta vedova nel 2005. Il marito Nicola Raucci, suo coetaneo, lavorava da 8 anni in un’azienda produttrice di tortellini del Reggiano. E’ morto lavorando all’impastatrice.

            Morale, spiega la donna in preda ad un rammarico che non accenna a scemare, «ad oggi ci sono tre persone indagate per omicidio colposo: si è infatti scoperto che sono stati manomessi gli impianti di sicurezza dei macchinari al solo scopo di ottenere maggior profitto e guadagno».

            Per Giuditta, non è stato facile neppure ottenere i dovuti aiuti economici. La rendita Inail, pari al 70 per cento dello stipendio del marito, le arriva solo da 2 anni. «Tuttavia – precisa la ragazza – mi ritengo fortunata perché altre persone hanno dovuto attendere molto più tempo». Fortuna nella sfortuna.

            La lotta
            Non è andata altrettanto bene, si fa per dire, a Mariagrazia Giglio di Villapiana Lido, in provincia di Cosenza, vedova dal 1999. Il marito Domenico De Marco è morto folgorato mentre montava un trasformatore al Museo Archeologico di Sibari. Eppure, Mariagrazia non si è persa d’animo, anzi.

            Insieme con i tre figli si è rimboccata le maniche: «Stringiamo i denti e la cinghia: viviamo con 523 euro il mese, una pensione inadeguata», precisa, amareggiata, la donna. «Se pensate che i miei figli vivono fuori casa per motivi di studio e solo uno lavora…».

            Che dire: «Le parole di Napolitano sono state bellissime, ma lo Stato continua a latitare. Sento spesso in giro che il Governo vuol tutelare l’impresa. Per carità, è giusto, ma a condizione che le imprese, a loro volta, tutelino gli operai. Non crede?».

            Naturalmente non ci sono «solo» i morti, cioè la contabilità più tragica e crudele. Gli incidenti sul lavoro non sempre hanno un epilogo funebre. Ci sono purtroppo anche migliaia di mutilati e infortunati, più altrettanti operai e addetti che magari contraggono malattie sul posto di lavoro.

            Sia nell’uno sia nell’altro caso si tratta di vite rovinate da incuria, superficialità e condizioni disumane di lavoro, con conseguenze disastrose per le famiglie, alle prese con un sistema assistenziale che fa acqua da tutte le parti.

            Senza braccia
            Emblematico il caso di Emma Dusnasco, di Torino. Si è infortunata all’età di 17 anni – era il 1975 – in una ditta che realizzava cromature per automobili. Un carrello automatico le ha agganciato il braccio, sollevandola e trascinandola al di sopra delle vasche. La donna, nonostante il braccio reciso, è riuscita ad aggrapparsi alle pensiline di raccordo tra una vasca e l’altra finché le colleghe non sono riuscite a bloccare il carrello e a sollevarla, impedendole così di finire dentro l’acido.

            «Lo Stato – dice – non mi ha affatto aiutata. Eppure per una donna perdere la mobilità del braccio è peggio che per un uomo, perché tocca a noi accudire i figli, gestire la casa e la famiglia. Fateci caso: il mio incidente è accaduto 32 anni fa, ma da allora non è cambiato nulla. La tutela dei lavoratori resta minima. C’è in giro grande disinformazione e in molte aziende mancano ancora i necessari dispositivi di sicurezza».

            Denunciare
            Tutte falle, ritardi ingiustificabili che spiegano l’ecatombe (quasi) quotidiana e che fanno dell’Italia uno dei Paesi europei a più alto tasso di morti sul lavoro.

            Che fare dunque? Continuare a denunciare serve davvero? A sentire Antonio Faraci, ex lavoratore del Petrolchimico di Gela, costretto a licenziarsi dopo aver segnalato i pericoli legati alle emissioni nocive delle ciminiere dello stabilimento, ribellarsi «serve solo a perdere il posto di lavoro…».

            Faraci ha già vinto tre cause di fila contro l’azienda. Sotto accusa finì soprattutto il combustibile pet-coke, utilizzato da tutte le raffinerie della Sicilia orientale per alimentare le centrali. «Si tratta – spiega l’ex operaio – di una commistione di rifiuti derivanti dalla lavorazione del greggio, poi raccolti e mandati a bruciare in una centrale termo-elettrica. L’Oms ha già definito cancerogeni gli aromatici, come benzene e benzolo. Dal momento in cui, poi, vengono sprigionati dalla centrale, la città o i paesi limitrofi, quando si trovano sotto vento, ne subiscono le conseguenze. Bene: per averlo detto, sono stato licenziato»

            Conclude allarmato Antonio Faraci: «Nel frattempo non accennano a diminuire i casi di tumore tra la popolazione, come pure le nascite di bambini malformati». E i politici? «Ci dicono ipocritamente di credere nella legalità. Io l’ho fatto, ma poi chi li ha più visti…?».